Nel corso del suo tour promozionale in Italia Danny Boyle, regista di Trainspotting 2, è stato ospite al MAXXI in una masterclass condotta da Mario Sesti e organizzata assieme alla Fondazione Cinema per Roma (la medesima che cura la Festa del Cinema di Roma). L’evento, aperto al pubblico e tenuto nella sala proiezione del museo, ha visto il regista rispondere a domande di Mario Sesti e poi, come si conviene a questi incontri, dal pubblico. Tutto intervallato da clip del suo nuovo film.

Questo era un film molto difficile da portare da pensare e c’era già stata una sceneggiatura mai realizzata dieci anni fa, quanto ci avete messo questa volta a capire la via giusta?

DANNY BOYLE: Il punto di questo film è che è l’opposto dell’altro: se sopravvivi a quell’età e quello stile di vita la vita ti presenta il conto: non sei più tu a non curarti dello scorrere del tempo come prima ma che è lui a non curarsi di te. La decisione più facile da prendere è stata che Begbie avesse passato tutto il tempo in galera, ma poi abbiamo voluto che le loro relazioni, tutte, fossero rimaste sospese. Come se non esistessero gli uni senza gli altri, così che il ritorno di Renton faccia ripartire ogni cosa.

Riguardo il film un critico ha scritto: “La nostalgia vi colpirà come un pinta lanciata dal primo piano di una sala”. Credo che nel film ci sia un lavoro particolare sulla nostalgia, qualcosa di cui solitamente si parla male, invece qui sembra che tu la usi a favore del film…

DB: Il passato è vivo dentro di noi non lo puoi negare e più invecchi più ti rendi conto di quanto vibri. Devi imparare ad averci a che fare, cosa che ti rende nostalgico. La pressione era per farne un film commerciale, come Trainspotting, anzi la pressione era per farlo “esattamente” come il precedente, quindi la nostalgia serviva a ricordare al pubblico il primo. Sony voleva proprio che rifacessimo il primo, noi no. L’idea allora è che i due film si parlino e potete chiamarlo nostalgico se volete o anche un dialogo che chiunque deve avere con il proprio passato.

Mi pare che il secondo abbia un po’ più di commedia e di grottesco no?

DB: Le pare? La vera differenza è che non c’è voce fuoricampo, perché Renton ha perso la sua voce per motivi che poi si capiscono e ognuno deve parlare per se stesso. Per questo che credo che le scene divertenti siano più in evidenza, ma c’è anche molto dramma e pure molto toccante credo.

Guardando tutti i suoi film a volo d’uccello lei ha detto che fare film vuol dire “spostare la carrozzina sempre più avanti”, mi piacerebbe che ci raccontasse quest’idea che l’ha guidata e come sceglie i progetti, le storie e il tipo di produzioni…

DB: Se sei abbastanza fortunato da poter continuare a lavorare nel film business credo tu abbia la responsabilità di non ripeterti, anche se poi sappiamo bene che ognuno ripete se stesso, la propria essenza, in ogni film. Nonostante tutti gli sforzi essa è sempre lì, ma credo lo stesso tu debba provare senza fine, come il supplizio di Sisifo che spinge una roccia in salita per sempre.

I suoi film hanno sempre un certo amore per gli sfigati da Piccoli Omicidi Tra Amici a Milions a Trainspotting, come mai?

DB: Sì, i losers tradizionali. Il motivo per cui Trainspotting piacque così, tra i molti, era il fatto che dava una voce potente, divertente e irriverente ai perdenti e non faceva prigionieri. Di solito invece le vittime, come sono i drogati, avevano un’altra immagine, una simile a quelli di chi non ha una possibilità nella società. Io vengo da una buona famiglia della working class e mio padre lavorò molto per darmi un’educazione, quindi mi sento molto a mio agio con quella compagnia, non frequento l’alta società, non sono così, non c’è nulla di male ma non sono io. Non mi meraviglia allora che il mio lavoro giri intorno a questo. Una volta un giornalista in un’occasione simile mi disse “i tuoi film sono tutti uguali” a me pareva fossero tutti diversi, “c’è sempre qualcuno che affronta una sfida incredibile e poi la supera, in ogni film”, che è vero! E non posso prevenirlo.
Ho imparato che se un film è buono contiene sempre qualcosa che come regista non capisci, ed è così anche per Trainspotting 2. Abbiamo fatto un film sul tempo, è stata l’unica conversazione mai fatta con il cast o i designer o i direttori della fotografia. Poi quando l’abbiamo finito, dopo 4 settimane di montaggio, ce lo siamo visto sul grande schermo per capire come sembrasse ed era completamente diverso: era un film sulla mascolinità, sul percorso da età bambina ad età adulta e su quanto gli uomini siano pessimi nella mascolinità. 10 settimane a girare e poi altre 9 a prepararlo ma quando lo guardi il film ti urla l’unica cosa verso la quale non hai mai lavorato.

Lei è molto appassionato della tecnica, lavora su linguaggi diversi, ma diversamente dai registi sottomessi alla tecnologia pare in controllo di ciò che trova di volta in volta nella tecnica. Penso come già in Trainspotting lavorasse sul travelling o sul montaggio, credo lei sia il primo ad aver lavorato sul fatto che una playlist possa valere quanto una trama.

DB: Amo la musica più dei film anche se non sono mai stato in una band pur avendolo sempre desiderato. Questo esce molto nei film, eppure è difficile quando sei vecchio perché quando sei giovane è inconscio, almeno la musica lo era per me e non lo è più. In questo film abbiamo musica dei Young Fathers, una grande band scozzese di hip hop, ma sono i miei figli che me l’hanno consigliata. Amavo guardare Mtv e ora YouTube, non sono un classicista. Quando Trainspotting uscì i classicisti e i critici lo criticarono perché era “troppo Mtv” ma a me piaceva la cosa, perché credevo che quello fosse ciò che parlava alle persone, era un modo di usare la tecnologia per fargli fare quel che volevo.

Possiamo immaginarla a casa mentre fa air guitar?

DB: Non più ma lo facevo, avevo un bastone con Led Zeppelin scritto sopra.

John Hodge disse che lavorare con lei è come lavorare con gli attori perché vuole che uno sceneggiatore gli dia delle cose senza chiederle, è vero?

DB: I migliori libri per fare film solitamente sono quelli infilmabili, perché non puoi tradirli e non hai la pressione di un titolo famoso. Il primo Trainspotting era infilmabile e questo ci diede libertà.
Non dico mai ad uno scrittore cosa fare ma voglio stabilire una relazione. Posso magari voler imporre un’idea ma l’obiettivo è sempre farlo tornare con un’idea ancora migliore invece di fare la mia. Alla fine è la voce del regista che domina e quella che vedi nel film ma amo che gli ingredienti siano indipendenti più che possono. Alla stessa maniera tratto gli attori, non gli faccio fare quel che voglio ma cerco di affrontarli. Spesso la gente è intimidita dai registi e ora che sono la persona più vecchia sul set (e non so come sia accaduto) lo sento che nessuno mi contraddice e questo non porta al lavoro migliore. Ma alla fine tanto sei tu che ti prendi tutti i meriti, quindi bene così.

Lei ha diretto la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra in cui c’era un segmento sulla storia del cinema inglese. Quali sono i tre registi inglesi che ama di più?

DB: Nick Roeg, Ken Loach (soprattutto per Kes che è il film più bello di sempre, con la più bella scena di calcio) e poi Sally El Hosaini, un’egiziana del Galles che nel 2012 ha fatto un film bello e piccolo, My Brother The Devil, non so se ce la farà, lei è una scelta rivolta al futuro. Ora tornerò a Roma per girare alcuni episodi di una serie tv sulla boxe e lei spero che farà la regista con me.

DOMANDE DAL PUBBLICO

Quanto di c’è in Trainspotting 2 di Porno, il romanzo di Welsh?

DB: Dieci anni fa abbiamo provato ad adattarlo ma era proprio un sequel, ripeteva una formula, aveva delle parti buone ma davvero la sceneggiatura era terribile e non lo facemmo perchè sapevamo che era terribile. In questo film da Porno c’è la scena 1690 e qualcosina ma il resto è tutto reimmaginato, il film diciamo che fa un giro e da che inizia con il romanzo alla fine ci ritorna, inizia il viaggio da Spud, il più scemo e perdente, e poi torna lì. E non dimenticate che anche c’è tanto sesso inutile, droga e musica!

28 Giorni Dopo è nato a basso budget e ha rivoluzionato gli zombie movie, passando dai morti viventi lenti agli infetti corridori, cosa ricorda di quella lavorazione?

DB: Io odiavo gli zombie perchè sono scemi, sono così lenti che basta camminare veloce e stai a posto, non capivo la suspense, ma Alex Garland, che poi avrebbe diretto il bellissimo Ex Machina, li amava ed era una buona combinazione quella di me e lui, perchè non ero l’unica voce sul set a dire come stanno le cose. Con un po’ di andirivieni siamo allora usciti con l’idea dei posseduti che corrono come atleti. Se siete mai usciti con dei fissati del corpo sapete che non hanno un corpo come il nostro, sono macchine incredibili, possono ucciderti con un colpo perchè sono allenati, io ci ho giocato a calcio e fanno paura. E quello mette paura: gente che ti corre incontro con il potere di un atleta e quello volevamo fare. Non costò molto perchè prendemmo ex atleti e quindi quando correvano erano davvero veloci e questo spaventa ancora.
Man in The Dark, quello è un buon horror, è di Fede Alvarez, se non l’avete visto guardatelo, quello sì che è bello.