Oceania, la recensione
Un ritorno alle convenzioni del passato ammanta di una patina di classico la sottile rivoluzione Disney che Oceania in realtà porta avanti
La principessa Vaiana (non Moana, mi raccomando…), che in realtà non è proprio una principessa ma come fa notare Maui in uno slancio di metacinema va in giro con un animale e un bell’abito quindi è una principessa, sta stretta nell’isola in cui suo padre la vuole tenere, vorrebbe esplorare l’Oceano. Jasmine, Mulan, Ariel, Rapunzel ma anche la coniglietta di Zootropolis, e ora Vaiana, sono tutti esempi di personaggi femminili più o meno protagonisti di classici Disney ai quali il proprio mondo va stretto, spesso reali (ma non sempre) e ancora più spesso abitanti di un luogo esotico, sono animate dal desiderio di conoscere, di avere di più di quel che hanno (che poi non è mai poco ma si sa che i beni materiali non danno la felicità). Quello che inseguono in realtà non è mai un altro luogo ma l’emancipazione, una volta non la trovavano davvero (Ariel, Mulan e Jasmine passano solo da un uomo vecchio ad uno più giovane), ora invece le cose sono diverse.
Nonostante la sua patina usuale, Oceania è un passo in avanti non da poco per la DisneyLa cosa migliore poi è che arrivare a questo non si rinunci alle conquiste delle eroine che prima di Vaiana hanno lottato per un cambiamento in Rapunzel o Frozen, così alla fine la vittoria sulla minaccia non arriverà grazie all’azione (come vorrebbe Maui, il maschio irruento e spaccone) ma sostituendo la lotta alla comprensione, con un colpo che non è di violenza ma di relazione.
Non mancano soluzioni un po’ rubate in giro (il “mostro” avido d’oro e vanitoso a cui rubare qualcosa che sta chiuso in una montagna è preso da Lo Hobbit) ma Oceania ha talmente tanto una capacità di calamitare con l’impianto visivo che gli si perdona volentieri tutto, ipnotizzati dalle sue acque limpide (l’Oceano è animato come si sarebbe fatto negli anni ‘50 in un corto con Pippo ma ha una consistenza e una trasparenza che fino a ieri erano un miraggio per l’animazione digitale) o dalla texture della pelle dei protagonisti e da una ricchezza espressiva che fino a 4 anni fa pensavamo di poter attribuire solo alla Pixar.