Promises, la recensione
Una co-produzione italo francese girata in inglese con Pierfrancesco Favino che ama (ricambiato) Kelly Reilly ma la vita si mette in mezzo
La produzione è italo-francese, il cast è quasi tutto inglese, la lingua parlata è l’inglese, l’autrice è anglo-francese, Amanda Sthers, il protagonista è Pierfrancesco Favino. È un ensemble particolare per una co-produzione con la Francia evidentemente di grande ambizione (anche nella scrittura) ma mai di grande fattura.
La decostruzione temporale di una storia sentimentale per lasciar emergere il sentimentalismo è diventato davvero un espediente da cinema mainstream con 500 giorni insieme e in Italia già l’avevamo utilizzato (e bene) in Ricordi? di Valerio Mieli. In ognuno di questi casi c’è una ragione per decostruire, cioè non raccontare cronologicamente serve a far emergere un senso differente che altrimenti non si potrebbe cogliere con la stessa forza, ci aiuta a porre l'attenzione altrove. Questo non è vero in Promises. Anche quell'idea di una vita intera dominata da un desiderio d'amore inappagato non è fomentata dai salti temporali ma sarebbe stata comprensibile non diversamente in un racconto più lineare.
Promises poi non ha nemmeno l’obiettivo di confondere per stordire (come faceva Ricordi?), far perdere l’orientamento e appiattire tutti i momenti su un unico presente emotivo, come se quell’amore non invecchiasse mai. L’espediente sembra un trucco.
E infine questo feeling di una vita non vissuta ma solo promessa, di un tempo lungo che passa senza aver davvero amato chi si voleva non emerge mai, perché la chimica tra Kelly Reilly e Pierfrancesco Favino (che sceglie di recitare con un’inflessione britannica più britannica degli altri inglesi intorno a lui) non si concretizza mai e non si accende mai nonostante una bella scena in bagno iniziale lasci presagire il meglio. Lo stesso non ci paiono due metà di una stessa mela che la vita non unisce ma più due sconosciuti fissati con l’idea di dover stare insieme. Il loro non è un amore unico contrastato dal tempo (vero villain di qualsiasi melodramma che si rispetti) ma un’ossessione che sa di stalking.
Due ore piene di durata non aiutano.