Il cinema dentro il cinema, quando la finzione si mischia con la realtà, e gli attori veri interpretano altri attori veri nell’artificio della storia. Cosa è venuto prima di Marcello mio.

“Ho una specie di problema con i film. Sembra un po’ una stupidaggine però no, perché capita che ci penso su e mi perdo tutta la trama. […] Succede quando c’è il protagonista di un film che va a vedere un film. E allora io penso: ‘Che succede se in quel cinema lì danno un film in cui c’è sempre lui? Cioè c’è l’attore che lo interpreta?”. Lo dice Dolores ad Andrea in Santa Maradona. È un dilemma che la distrae quando guarda qualcosa al cinema: “In Grease John Travolta sa che c’è un film che si chiama La febbre del sabato sera?”. In altre parole, la storia del cinema esiste al cinema, ma non tutti i film esistono nelle videoteche dei film. 

In Marcello mio (che verrà presentato a Cannes il 21 maggio e uscirà al cinema in Italia in lingua originale il 23 maggio) le cose sono diverse. Tutto il cinema esiste nel cinema. Chiara Mastroianni si trasforma di fronte ai nostri occhi e fa un omaggio al padre vestendo i suoi panni. Non è un documentario, non un film sperimentale, ma è la nuova commedia di Christophe Honoré. Chiara è Chiara. Chiara diventa Marcello Mastroianni. Entra nel suo corpo, o meglio fa uscire dal suo corpo le movenze, la parlata e lo stile del padre (in qualche scena, tra quelle che si possono vedere nel trailer, la somiglianza è pazzesca). È il cinema che entra nel cinema, si guarda negli occhi e crea qualcosa di nuovo. 

Identità sul grande schermo

Solo la settima arte riesce a creare un’immedesimazione tale da operare una sostituzione. Una figlia che si veste per diventare suo padre, nella realtà, è sempre lei, la figlia. Al cinema diventa personaggio, il grande schermo può annullare la sua personalità e farla diventare quello che la cinepresa chiede. Uno sdoppiamento che prende Buster Keaton ne La palla nº13, uno dei primi a mostrarlo. Il sogno di un proiezionista mischia realtà e fotogrammi. Lui entra nello schermo, parla ai personaggi, ci litiga. Vive il film dentro il film. Che rivoluzione nel pensiero: non ci sono quarte pareti da sfondare, c’è una tela -lo schermo- in cui entrare.

Una sorte simile, quasi un secolo dopo, è quella che tocca al regista Toby Grisoni dentro L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam. Un film, per altro, il cui contorno, cioè l’assurda storia produttiva, interagisce con ciò che è raccontato all’interno della trama, la rafforza e la rende ancora più pazzesca. Gilliam ha lottato per fare il film con un continuo “start e stop” così assurdo da generare un documentario. Lost in La Mancha, questo il suo titolo, non è stato però la fine del progetto, arrivato poi nel 2018 nella sua forma completa.

Così come il film girato da Toby Grisoni – personaggio – non è la fine della storia, ma l’inizio, anche Lost in La Mancha non lo è stato. Il suo L’uomo che uccise Don Chisciotte è un cortometraggio in bianco e nero girato quando era studente che ha causato scompiglio nel vecchio set. Nella Spagna rurale vive Javier, l’attore che aveva interpretato Don Chisciotte e che ora è convinto… di essere lui. La letteratura che ispira un film che influenza la realtà e cambia le persone.

marcello mio

Cambiare la storia, per capire il presente

È commovente la filosofia di Quentin Tarantino dietro agli omaggi al cinema. In C’era una volta a… Hollywood Cliff Booth e Rick Dalton non sono personaggi realmente esistiti, ma è come se lo fossero. Tanto che ad un certo punto il regista ha annunciato la morte del suo personaggio, l’attore Rick Dalton appunto, con un necrologio. I suoi personaggi vivono con lui, tanto da poter regalare aneddoti al pubblico. Poi però i suoi personaggi fanno una cosa ancora più potente del semplice “esistere”. Cambiano la storia. Rompono lo schermo bruciandolo come in Bastardi senza gloria. Oppure si guardano al cinema, sognano sui tetti di Hollywood e infine si salvano da Charles Manson.

Anche nelle strade di Mulholland Drive si mischiano i sogni, le angosce gli istinti di morte e i desideri della carne che il cinema contiene. Chi è personaggio e chi è attore? Chi è individuo e chi è “se stesso”? Sono domande da capogiro, se scritte, e invece pur nella difficile risposta sono dei misteri che cullano, ipnotizzano e trovano una ragione nel film stesso. Perché David Lynch non vive nelle sue domande, ma nell’esperienza di perdersi in una storia, nel non sapere se si sta guardando o se si è a nostra volta osservati dai personaggi.

I tormenti dell’artista nei panni di se stesso

In Marcello mio appare la madre di Chiara, Catherine Deneuve, insieme a personaggi reali come Fabrice Luchini, Stefania Sandrelli e Melvil Poupaud. Tutti nel ruolo di se stessi. Siamo in un momento della crescita cinematografica in cui la gratitudine ne fa da padrona. Si guarda al passato con un’intensità tale che l’omaggio diventa una storia. Poi la nostalgia di chi non c’è più diventa vita sullo schermo. Prima di Marcello mio ha calcato, per poco, gli schermi italiani Mi fanno male i capelli. Una storia di tormento della memoria di Monica, Alba Rohrwacher, che naufraga nei falsi ricordi dati dai film. La donna crede di essere Monica Vitti, vive le stesse esperienze dei film di Antonioni, trova una nuova identità dentro i personaggi interpretati dall’attrice. 

Il cinema è anche tormento, perché il cinema è emozioni. Tutto quello che Fellini ha messo di sé in 8 e 1\2 è la sofferenza di fare cinema a cui non ci si può sottrarre. Il regista si trasferisce in Mastroianni, cresce nel suo personaggio e si libra in aria. Proprio al confine tra la creatività e ciò che la ispira, ossia la vita vera, si trova quella soglia bellissima, foriera di possibilità. Quello schermo bianco sottile che può far rivivere un regista nel suo personaggio, un padre sul volto della figlia. Dove un corpo si mette a disposizione perché un’anima, vera o di finzione che sia, possa vivere. Per lo meno per il tempo di un film.

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Articolo in collaborazione con Lucky Red

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