Fin dall’uscita del primo capitolo nel 2008, la saga di Kung Fu Panda ha costituito uno dei brand più rappresentativi e di successo della DreamWorks Animation, racchiudendo e sintetizzando i principali elementi identificativi che hanno fatto la fortuna del celebre Studio di Glendale. Più di altre saghe da esso prodotte, l’impostazione adottata per i tre film è quella di un racconto dall’ampio respiro, nel quale scene caratterizzate da una forte componente epica (basti pensare alle numerose sequenze di combattimento che costellano la trilogia) vengono affiancate a uno spirito giocoso, non tradendo mai la natura, appunto, cartoonesca dei film animati.

Ciò che meglio ha saputo distinguere il franchise è la capacità di unire in scioltezza azione e umorismo, il tutto legato ad un animo profondamente citazionista e postmoderno. Con l’uscita questa settimana, anche in Italia, di Kung Fu Panda 4 ci viene fornita l’occasione per riflettere sulla direzione intrapresa dalla saga con protagonista il celebre panda modellato sul fisico e sulla voce di Jack Black (in italiano con la voce di Fabio Volo). Quali sono stati i suoi elementi fondativi? Qual è stato il suo ruolo all’interno di una produzione importante per l’animazione occidentale come quella della DreamWorks Animation?

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“Non esiste un ingrediente segreto”

Ciò che maggiormente caratterizza i film della DreamWorks è il ruolo centrale assunto dalle figure outsider. Che sia il giovane vichingo Hiccup di Dragon Trainer, l’incompreso supervillain Megamind o l’orco Shrek, i panni del protagonista vengono spesso indossati da personaggi reietti, degli underdog condizionati dall’ambiente in cui vivono e dall’etichetta con la quale vengono marchiati. È così che si trovano a scendere a patti con sé stessi, dovendo fare pace con quello che sono. E, proprio in virtù della loro singolarità, riuscendo a prevalere là dove gli altri hanno fallito, sconfiggendo le avversità.

Da questo punto di vista, la saga di Kung Fu Panda si presenta come l’esempio principe di tale focus, portandolo avanti di capitolo in capitolo e arricchendolo di sfumature per quello che, fin dal primo film, si è posto come un unico grande racconto di formazione attraverso la graduale crescita dell’eroe Po. D’altra parte l’intera saga si fonda proprio sul tema della scoperta di sé. Una componente narrativa che si presta come comune denominatore di tutto il franchise, la quale, seppur con forme e modalità differenti, appare nevralgica in tutte e tre le pellicole.

In Kung Fu Panda del 2008, il protagonista si trova ad interrogarsi su quale sia il suo posto dopo che da nerd con il sogno del kung fu finisce catapultato proprio in quel mondo che tanto ammira ma che non lo riconosce come parte di esso. Alla fine scoprirà che il segreto per poter essere il leggendario Guerriero dragone risiede nell’accettazione di sé, riconoscendo che “non esiste un ingrediente segreto”. Il secondo capitolo punta all’approfondimento delle origini di Po, inserendo un villain fortemente collegato con il suo passato, permettendo di scavare nelle radici del personaggio. Il terzo pone l’ultimo tassello a un processo costruito nel corso dei tre film, facendo riconciliare Po col padre biologico e con la sua comunità, trovandosi nella condizione di esplorare la sua natura di panda.  Tutto ciò ruotando attorno al concetto di destino la cui importanza risulta centrale in tutta la saga, condizionando il percorso tanto del protagonista quanto dei personaggi che lo circondano, compresi gli antagonisti che, nel tentativo di fuggire dal proprio fato, finiscono per mettere in moto il processo che porterà alla loro sconfitta, in un classico caso di profezia che si autoavvera.

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Una saga animata in 3D con il cuore in 2D

La nascita della DreamWorks è coincisa con un periodo di passaggio nella storia dell’animazione. Anni caratterizzati da una prima transizione dal disegno classico in due dimensioni ai moderni software di animazione computerizzata. Contrariamente alla rivale Pixar, la cui storia è sempre stata associata solo e unicamente alla CGI, lo Studio fondato da Steven Spielberg, David Geffen e Jeffrey Katzenberg vede i primi tempi un’alternanza tra le due realtà. Non per niente proprio la figura di Katzenberg, incaricato di occuparsi della produzione animata, è la stessa che, pochi anni prima, è stata tra i principali artefici del Rinascimento disneyano, facendo uscire la Casa di Topolino da quel periodo di profonda crisi che per oltre un ventennio l’aveva condizionata.

Alla luce della storia dello Studio, appare curiosa la funzione assunta dall’animazione 2D all’interno della trilogia di Kung Fu Panda. È possibile constatarlo già a partire dal primo film la cui scena iniziale si apre proprio con una sequenza onirica animata in due dimensioni nella quale assistiamo a un Po, nelle vesti di guerriero, impegnato in imprese eroiche in compagnia dei Cinque cicloni. In tutta la saga, infatti, le immagini in 2D assumono una funzione rappresentativa dell’inconscio, attraverso le quali esplorare la psiche del protagonista fino ad arrivare anche a fondamentali rivelazioni. Indicativo di tale ambivalenza è Kung Fu Panda 2 lungo il quale la narrazione viene inframmezzata da immagini flash in due dimensioni che ci rendono edotti del passato di Po, portando a poco a poco il protagonista alla consapevolezza di quanto accaduto nella sua infanzia a seguito del trauma per il sacrificio della madre.

L’importanza rivelatoria dell’animazione tradizionale viene evidenziata in occasione del racconto del background di alcuni cattivi della saga. Questo avviene, per esempio, nel terzo capitolo nel quale vengono imitati gli effetti grafici dei disegni su pergamena per narrare la storia del malvagio yak Kai. Oppure, all’inizio del secondo dove per raccontarci gli antefatti che vedono come protagonista il perfido pavone Lord Shen, si fa uso di un richiamo diretto alle ombre cinesi, vere e proprie antenate dell’arte animata. Ciò evidenzia la capacità della saga di porsi come grande esempio di animazione contemporanea, senza tuttavia dimenticare quanto realizzato in precedenza, mantenendo un occhio in direzioni delle origini del medium.

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Dalla Cina con furore

In un periodo nel quale Hollywood guardava alla Cina come nuova grande frontiera per gli incassi cinematografici, Kung Fu Panda ha rappresentato un ideale ponte tra oriente e occidente. Questo in particolare durante il processo di espansione e diversificazione della propria offerta audiovisiva attuato dalla DreamWorks verso la metà degli anni Dieci del 2000, culminato nel 2016 con la co-produzione cino-americana di Kung Fu Panda 3. L’incontro tra le due culture si è tradotto in un gioco di rimandi, attingendo a piene mani dalla vasta filmografia cinese e hongkonghese di arti marziali. L’ambientazione è quella di una Cina antica, distante nel tempo, dove i maestri di kung fu rivestono un ruolo di protettori della pace. Allo stesso modo l’apprendimento e l’utilizzo di una tecnica segreta rappresentano l’unico mezzo attraverso cui sconfiggere il cattivo di turno. Tutti questi sono elementi e canovacci tipici del genere, tratti caratteristici di produzioni come quella della Shaw Brothers Studio, vero punto di riferimento per tutto il cinema di arti marziali, ampiamente citato nei tre film DreamWorks Animation.

Ma è soprattutto nel cinema di Jackie Chan che Kung Fu Panda trova i maggiori punti di contatto. Tale associazione è riscontrabile non solo nella presenza del celebre attore come voce di uno dei personaggi comprimari della saga (il maestro Scimmia), oltre che attraverso una serie di riferimenti mirati ai suoi film (la scena della battaglia di bacchette tra Po e il maestro Shifu è praticamente identica a quella presente in Fearless Hyena), bensì anche nella capacità di trovare un perfetto equilibrio tra commedia e azione, dove i tratti clowneschi del protagonista vengono accentuati e dove viene dato risalto proprio alla sua fallibilità.

Nonostante i rimandi a questa specifica produzione cinematografica, dando vita a una vera e propria operazione di pastiche culturale, Kung Fu Panda rimane in ogni caso una serie di pellicole profondamente americane, nelle quali i valori tipici da film hollywoodiano non vengono mai meno. Se nella produzione orientale si punta sul concetto di collettività, la cui importanza prevale rispetto a quella del singolo individuo, nei tre film animati è proprio l’unicità della persona ad essere determinante per la risoluzione finale.

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