Sceneggiatori di cinecomic in crisi di idee? Prendete ispirazione da Unbreakable!

unbreakable
Nel 2000 M.Night Shyamalan tracciava, con Unbreakable – Il Predestinato, una linea di confine importante che, se fosse stata seguita, avrebbe cambiato tutto. Da una parte dimostrava infatti come il genere supereroistico al cinema potesse essere una storia originale, slegata dalle tavole a fumetti o da personaggi più o meno noti. Dall’altro portava la categioria dei cinecomic, che stava vivendo in quegli anni l’inizio del suo secondo periodo – di cui ancora oggi vediamo le conseguenze – alla maturità. Tutto questo in anticipo sui tempi, ancora prima che questa tipologia di film la conoscesse e la cercasse.

Poi Unbreakable è finito un po’ nel dimenticatoio, trascinato con sé da quella “bolla speculativa” hollywoodiana che aveva esaltato troppo presto il regista indiano come “nuovo Spielberg” e dall’inesorabile deriva qualitativa iniziata con E Venne il Giorno, 8 anni dopo. Oggi questa crisi sembra, fortunatamente, arginata. Glass è un’opera molto più complessa rispetto agli standard cui siamo abituati, Split è un bell’esempio di spin off libero da costrizioni. Ma sono atti cinematografici infinitamente meno potenti rispetto a quello che fu questo film.

Eppure Unbreakable, con quel suo essere troppo avanti con i tempi, – e quindi indietro rispetto ai gusti del pubblico – è oggi un libretto di istruzioni a 24 fotogrammi al secondo per ridare nuove ispirazioni a chi dovrà scrivere i supereroi di domani.

Unbreakable ritorna ai fondamentali, ma con discrezione

Il film di Shyamalan è consapevole della natura spesso eccessivamente manichea del mondo dei supereroi. Le forze del bene sono in lotta contro quelle del male apparentemente in un ciclo continuo. Il regista, molto attento all’etica e all’aspetto spirituale dei suoi film, parte da questo assunto e cerca di spezzarlo. Non è un caso quindi che il film si apra con la genesi dei due protagonisti. Noi ancora non lo sappiamo, ma le prime due scene sono, in quel mondo, l’equivalente dell’arrivo di Superman sulla terra o dell’incidente con i raggi gamma di Hulk.

Il piano sequenza iniziale mostra la nascita di Elijah Price, affetto da osteogenesi imperfetta. Rara malattia che gli rende le ossa fragili con il vetro.
Poi nasce David Dunn, non come persona, ma come essere sovrumano. È l’unico sopravvissuto di un disastro ferroviario. Si crede fortunato, ma presto scoprire di essere ben altro.

Due miracoli in due scene: uno della vita che nasce, l’altro della vita che resiste. Forza e fragilità, braccio e mente, eroe e villain: Unbreakable parte da un assunto fatto di confini netti e gioca a tradirlo per tutto il film.

Lo Shyamalan twist di Unbreakable

Questa opposizione è infatti alla base dello Shyamalan twist (spoiler da qui in poi).

Il ribaltamento finale spiega che il fragile Elijah non è l’aiutante dell’eroe, ma il villain. E il criminale sconfitto non è altro che il primo, semplice, ostacolo sulla via della scoperta di sé e dei propri poteri. Apprendiamo anche che è il cattivo, con una terribile azione, consapevole e ragionata, ad avere causato la nascita del supereroe.

Un ribaltamento speculare rispetto alle convenzioni. La sola esistenza di Spider-Man porta all’emersione di molti nemici. È Batman che arriva prima di Joker, è Superman che dà la motivazione a Lex Luthor e così via.

Ma non è tutto: il vero twist del film è in realtà metacinematografco.

Il colpo di scena non è di avere immaginato un cattivo come buono. È quello di avere assistito, inconsapevoli, (solo) al primo atto di una origin story. La fine è l’inizio, e l’inizio (di David come oltreuomo) è la fine (la morte di David umano).

È proprio agli sgoccioli, quando si scoprono i poteri del protagonista, che inizia una nuova avventura… che non vedremo mai (quella parte di storia non ci è mostrata nemmeno in Glass). Shyamalan prende la premessa, i primi 20 minuti di un qualsiasi film sulle origini dei supereroi, e li dilata, li rende completi e autonomi. Come David si scopre una persona diversa da quella che credeva di essere, così anche noi che pensavamo di guardare un thriller psicologico, ci troviamo di fronte a una storia sulle origini.

Che consapevolezza, raramente replicata nelle sceneggiature di oggi. Dopo centinaia di film “super”, ancora gli autori faticano a stravolgere le aspettative in questo modo, quasi intrappolati. Invece, la griglia narrativa in Unbreakable non è mai stata così stretta e al contempo libera di essere stravolta per stupire.

 

Unbreakable

Inquadrare i fumetti e ribaltare tutto: storia, convenzioni, aspettative.

In Unbreakable Elijah Price è inquadrato tramite ribaltamenti. Il piano sequenza della sua nascita è tutto mostrato attraverso uno specchio; quando riceve il suo primo fumetto (il momento che definisce la sua identità) lo apre al contrario.

Forse è proprio lì, a causa di questo errore, di questa vita speculare, che sceglie di essere il villain e non l’eroe. 

Unbreakable è un film sull’esperienza stessa della lettura dei fumetti. In anni in cui ancora si stava indagando il punto di contatto tra i due media, Shyamalan ricrea il movimento dello sguardo sulla pagina senza clamore. Meno invasivo dello split screen dell’Hulk di Ang Lee, invisibile rispetto ai tagli di Scott Pilgrim vs. the World, la fotografia di Unbreakable inquadra i personaggi in frame visivi. Costringe l’occhio alla forma bidimensionale della carta stampata.

La regia usa inferriate della finestre come griglie delle tavole del fumetto. La scenografia incornicia i personaggi creando confini che mutano la percezione dell’estensione dello schermo.

 

Unbreakable split

 

Nella scena dell’ospedale l’azione (ovvero l’uomo che sta morendo) avviene di fronte, in primo piano. Ma l’inquadratura è concepita per portare l’attenzione su David, sullo sfondo, iscritto in un frame verticale che restringe lo spazio dell’immagine.

E ancora, non si contano le inquadrature di Elijah circondato dai fumetti. La loro disposizione regolare, a griglia, fa risaltare per contrasto una figura che, invece, non vive imprigionata nelle tavole a colori come Dunn. Anzi, la fumetteria è la manifestazione della sua psiche, è la rivelazione del set di regole del suo pensiero.

Da quanto il cinefumetto non riflette su se stesso in chiave analitica e non di parodia? Eppure il discorso è tutt’altro che esaurito.

Un nuovo realismo, ma lontano da quello ambito da Nolan (e seguaci)

Shyamalan con Unbreakable cerca di tagliare il meno possibile, si affida al long take e a un ritmo disteso. Sarebbe un errore pensare che queste scelte di regia abbiano anticipato la ricerca di immersività che ha caratterizzato gli anni successivi dei cinecomic.

È una ricerca di concretezza molto diversa. Shyamalan fa un ragionamento di scala: l’impressione di plausibilità non viene dallo stile adottato o dal radicare una storia a livello della strada, ma dalla portata. Anche se i personaggi non volano o sparano laser dagli occhi, fanno cose che è difficile credere: si indeboliscono con l’acqua, sollevano pesi eccezionali o causano attentati terroristici mostruosi. 

Il realismo di Unbreakable sta tutto nella posta in gioco della storia. Piccole faccende eccezionali di piccoli uomini con conseguenze non note al mondo che li circonda. È come uno sguardo indiscreto su delle vite comuni, uno sguardo immaginativo, che le amplifica e le distorce. Come incrociare un passante e immaginare la sua vita.

Il direttore della fotografia di Unbreakable, Eduardo Serra, lavora sul film in una maniera matematica. La cinepresa si muove soltanto per riflettere un cambiamento di emozioni, mai per seguire un movimento fisico. Un’inquadratura, un’emozione.

È proprio da questa semplicità nella messa in scena, dal coraggio di diminuire la scala degli eventi, di ribaltare le convenzioni, che i futuri sceneggiatori potrebbero trarre ispirazione. Quanto sembra avanti, ancora oggi, un film come Unbreakable. Già nel 2000 era un’opera di sintesi, capace di giocare con le aspettative e creare qualcosa di nuovo. Oggi servirebbe questo coraggio, o almeno di provarci.

Nessuno ha più imitato questo stile. Sia nelle vette, che nei punti più bassi, il cinema si è perso questo coraggio di vedere nell’acqua un nemico invincibile. Di distruggere l’eroe e ogni senso di eroismo (perché David fa quello che fa?). Di trovare il sublime in un uomo di vetro.

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