Il circo di P.T Barnum è sbarcato su Disney+. The Greatest Showman è disponibile da qualche giorno sulla piattaforma streaming. Il film ha ricevuto recensioni altalenanti (leggi qui cosa avevamo scritto nella recensione). Con la mente più fredda e con la possibilità di rivederlo percorriamo i motivi per cui The Greatest Showman è un bel film… e i motivi per cui non lo è proprio.

 

Perché The Greatest Showman è un gran film

Un approccio al genere in stile mito greco

Un’epica lungo molti anni, un protagonista chiaro e… il coro. In The Greatest Showman c’è molto della tradizione antica, del teatro che unisce il popolo nei momenti di festa (non a caso il film appare ancora oggi come il perfetto intrattenimento natalizio). Sebbene non ci siano battaglie, ci sono le sirene, quelle del successo che tentano e deviano la strada del protagonista. The Greatest Showman sprizza da ogni fotogramma la voglia di essere un racconto universale della fama e del successo, mischiati con la vita vera. Un po’ come amore e morte.

Alla fine del viaggio, dei numeri musicali, e dei tre atti così spiccati e visibili, avremo assistito a una tragedia condita di commedia. Avremo visto la storia di un uomo, con tutte le sue fragilità, da tramandare e raccontare come testimonianza del potere dei sogni.

Un musical da classifica

Se c’è una cosa che il musical non deve sbagliare, sono le canzoni. La colonna sonora, pubblicata dalla Atlantic Records ha venduto 106.000 copie nella quarta settimana arrivando alla vetta della classifica Billboard. Il brano This Is Me ha concorso agli oscar come miglior canzone, dovendo lasciare il passo però alla commovente Remember Me del film Coco. Poco importa, dall’inizio alla fine le canzoni sono un tripudio di hit da classifica. I due compositori Benj Pasek e Justin Paul (reduci dal lavoro come parolieri in La La Land) hanno composto i brani cercando di infilare più emozioni possibili. Il risultato è stato un tripudio di cover, medley, e omaggi.

Il cover album ufficiale è stato eseguito sa artisti del calibro di Panic! at the Disco, Pink, Kelly Clarkson e molti alti.
I brani trascinano la storia all’interno del film, soprattutto nei primi minuti, riassumendo tanti desideri, sconfitte e successi dei personaggi. Ultimo, ma non trascurabile, le esecuzioni sul set, spettacolari ed esagerate come promesso, sono caricate da un grande entusiasmo da parte degli attori.

Un film di liberazione

The Greatest Showman attinge a piene mani dai musical classici e ne tira fuori due temi principali. I sogni, intesi come di gloria, ma inizialmente mostrati con un significato più ampio. Sogni che lo spettacolo offre alle persone, sogni del cinema e della magia, sogni per poter cambiare la vita e realizzare i propri obiettivi.

Il secondo tema è, chiaramente, quello dei freaks. Del diverso, delle persone emarginate. Quanto mai attuale e potente in questo anno dove tante voci hanno iniziato a chiedere di essere ascoltate. This Is Me è il grande momento centrale nel film. Lo sfogo degli oppressi, il momento di liberazione dalle catene imposte dalla società. Il testo è potentissimo, diretto, facile da comprendere e da fare proprio. Un brano simbolo di emancipazione, che porta con sé un momento di grande soddisfazione nell’equilibrio della storia. Un guilty pleasure di rivalsa quasi come il “capitano mio capitano” di L’attimo Fuggente. Impossibile non emozionarsi ed empatizzare. Impossibile non fare proprie le parole semplici del testo, ma non per questo meno risuonanti.

Perché invece The Greatest Showman è un po’ un disastro

I freaks sono un coro… indistinto

Nonostante il valore di commento alla trama, come il già citato “coro greco”, e il loro rappresentare simbolicamente un’idea di comunità, i freaks sono una massa indistinta.  Il film non si prende il tempo sufficiente per farci entrare in contatto con loro. I numeri musicali coloratissimi ed esagerati vanno a tamponare lacune narrative e di caratterizzazione. I testi parlano più delle scene senza che i due momenti riescano mai a interagire veramente.
Lo “strano” è spesso il più creativo. Il diverso è meglio di chi passa una vita grigia ed uniforme. Per avere successo bisogna stupire, non conformarsi. Tutti concetti da cui il cinema popolare americano si è nutrito fino ad estrarre zuccheri in eccesso e miele. Così è in questo caso. Invece che ispirare, i Freaks sono caratterizzati come elementi puramente retorici. Invece che farci guardare il mondo dai loro occhi vengono visti come oggetti. Narrativi e non solo.

Hugh Jackman si mangia il film

Gli effetti speciali migliori sono quelli che non vedi. Gli attori bravi sono quelli che non sembrano recitare. The Greatest Showman è così dipendente dalla spettacolarizzazione indiscriminata (esattamente come il suo protagonista) che si dimentica di essere anche bello. L’abuso di green screen avvicina all’estetica di Moulin Rouge. Senza però che ci sia la consapevolezza del mezzo di quest’ultimo. Se tutto è saturo, non ci sono le sfumature. Se tutto è bello, persino la povertà fatica ad essere compresa come una situazione da cui Barnum vuole scappare. Allo stesso modo Jackman si uniforma al difetto del film, che è anche ciò che lo rende riconoscibile. Prende Barnum, lo fa suo, e lo usa per condurre l’one man show che è diventato il film. Ogni momento in cui l’attore non compare in scena è montato come una transizione necessaria, ma sofferta, da sbrigare il prima possibile. È una buona cosa che a fine film ci ricordiamo l’impegno che Jackman ha messo nel personaggio. Ma ricordarsi solo di Jackman è una ferita che fa crollare l’intera storia.

Il dramma è incomprensibile emotivamente

Capire le emozioni. È l’unico compito dello spettatore che precede il “provare emozioni”. Eppure il dramma al centro di The Greatest Showman è incomprensibile. Non intellettualmente (capiamo tutte le tentazioni e le decisioni del protagonista) ma nello sviluppo emotivo. Troppo repentino, troppo stereotipato, ogni cambio di direzione sembra forzato da esigenze di sceneggiatura più che da una vera conseguenza logico\emozionale. Per mascherare questa debolezza il regista Michael Gracey dà sapore al tutto con un eccesso di retorica.

I buoni sentimenti sono da intendersi come tali sia quando sono positivi (la famiglia povera sogna un futuro semplice ma profondamente umano) che quando sono negativi. Quanti stereotipi nella cattiveria, quanta velocità nel raccontare il male.

Buoni e cattivi, si scelga da che parte stare, sapendo che chi attraverserà quella linea (mica tanto) sottile non lo farà per sempre. Il perdono e il lieto fine saranno sempre ad aspettarlo dietro il tendone di un circo spettacolare, ma artificiale.

Cosa ne pensate di The Greatest Showman? Fatecelo sapere nei commenti!