Canzonissima senza musica: quando la morale copre le canzoni
Tra nostalgia e buone intenzioni, il varietà di Milly Carlucci inciampa nel moralismo: ogni canzone viene spiegata, svuotando la musica della sua libertà di evocare ed emozionare.
“Non è Canzonissima”. Vero. Lo dice – ogni due per tre – il giurato Giacomo Maiolini, lo pensano probabilmente gli spettatori che al sabato sera hanno scelto di sintonizzarsi su Rai1. Eppure, insomma, diciamolo: se la Canzonissima made by Milly Carlucci arranca, il problema non è tanto, o solo, la questione dell’operazione fake. In fondo il mondo della tv è pieno di innumerevoli tentativi di imitazioni, spesso più infedeli che ortodossi: un caso su tutti, la seguitissima Ruota della fortuna che, tra band che canta dal vivo, porcellini dal jackpot stellare, nuove sfide (Express, il Mondo degli animali, Vinci e raddoppia, Triplette…), jolly , auto e spese per un mese aggiuntivi, è (giustamente) diventato altro da sé. O vogliamo parlare delle mutazioni che ricevono addirittura la benedizione dei diritti d’autori, come il passaggio dalla storica Talpa a The traitors? Siamo nel 2026, l’era della tv copia (come puoi) e incolla (come ti pare): nessuno si straccia davvero le vesti, gridando all’alto tradimento, se, alla resa della messa in onda, il prodotto è buono. Quindi, per un attimo, accantoniamo il fatto, pur lapalissiano, che Canzonissima di oggi non è la Canzonissima del 1958 e, per quanto lo desideri, nemmeno un discendente in linea diretta della serata sanremese delle cover che, al venerdì sera, fa sempre la felicità dell’Ariston. Il vero intoppo è da ricercarsi altrove.
Il meccanismo del nuovo show Rai unisce, di fatto, tre ingredienti: la musica, il racconto emozionale dei cantanti e l’effetto nostalgia. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole: sono tre ingredienti che piacciono al pubblico over60 e, se ben calibrati, potevano essere effettivamente una buona risposta ad Amici, che fa man bassa di ascolti soprattutto sui giovani. La Rai giustamente rinuncia a contendere a Mediaset quel target e fa bene: la potenza di fuoco è incomparabile, basti pensare che Maria De Filippi è riuscita a portare alla sua corte, come ospiti, le star americane Zendaya e Robert Pattinson, sfruttando il lancio promozionale del loro film The drama (in sala dal 1 aprile). Viale Mazzini dunque sterza e cerca di parlare ai pensionati del telecomando: la sua comfort zone creativa.Sennonché, la Rai meloniana ha deciso di non limitarsi a intrattenerci ma, già che c’è, di istruirci tutti. Tra brani, ricordi del passato e amarcord, i giurati arruolati da Milly Carlucci hanno deciso di farci la morale. Ogni brano è un’occasione per riflettere su etica, valori e società. Prendiamo la puntata del 28 marzo. Secondo Caterina Balivo, Leo Gassman avrebbe “sdoganato la mamma” prima portandola sul palco del primo Maggio e ora adesso, in prima serata su Rai1, dedicandole il brano Tanto pè cantà. Un gesto che unisce rispetto filiale e nuovi modelli di virilità, dicono in studio. Fausto Leali viene osannato da Francesca Fialdini per aprire ancora la porta della macchina alla sua amata: una carineria che le femministe potrebbero non apprezzare – immagina la giurata – ma che invece è da rivalutare e valorizzare. E ancora: il verso “anche se non sarò bella come dici tu” della Donna cannone sarebbe un precedente illustre della lotta al body shaming – sì, l’hanno detto davvero – e già che c’è persino la concorrente Malika Ayane sottolinea che vuole approfittare di queste sei serate per lanciare, cantando, dei messaggi motivazionali. Quello di ieri era: “Guardatevi allo specchio e voletevi bene”.
Per carità, l’intento è nobile ma l’esecuzione didascalica. È tutto troppo spiegato, reiterato e zuccheroso per non mandare in iperglicemia anche l’abbonato Rai più fedele. La morale, al sabato sera, anche no. Eppure tutto sembra andare in questa direzione tanto che gli autori si sono addirittura premurati di affidare a Pierluigi Pardo l’esegesi dei brani: più che votare, il celebre telecronista spiega passo passo al pubblico il significato dei testi. Va bene che il target non è giovane, ma bisognerebbe avere più fiducia nelle capacità intellettuali del proprio pubblico. L’autogol – giusto per restare nel campo di azione di Pardo – è palese: a perdersi è proprio la capacità, intrinseca nella musica, di suggerire e ispirare.Così, finisce che a prendersi la scena è quella scheggia impazzita di Elettra Lamborghini che arriva, dedica la canzone Alta marea alla sua cavalla morta, e quando capisce che la giurata Simona Izzo inizia a parlare d’altro (le chiede dell’abito a forma di sirena, sostenendo che ricorda il mito di Ulisse) la manda letteralmente a fa***ulo perché “Ma che me frega di Ulisse?”. Una boccata d’aria fresca. Ma appunto, solo una boccata…