Come la fantascienza racconta il presente guardando al futuro
Dalla paura atomica alla speranza del futuro: la fantascienza al cinema, da Ray Bradbury a Star Wars, racconta il presente riflettendo ansie, crisi e desideri di intere generazioni.
“La fantascienza finge di guardare dentro il futuro ma in realtà guarda il riflesso della verità che è davanti a noi”
Ray Bradbury definiva così la fantascienza, quella strana, inquietante voglia di raccontare il presente proiettandosi nel futuro. Sin dalla sua comparsa, la narrativa d’anticipazione vedeva nelle prodigiose scoperte del domani una realtà in cui l’umanità potesse sanare le crepe del suo presente, imparando dai propri errori, migliorandosi sino al punto di arrivare a una società – se non perfetta – quantomeno migliore.Una speranza che arrivò anche nel più popolare degli intrattenimenti di massa: il cinema. Anche nella sua fase embrionale, il grande schermo accolse la fantascienza – basti ricordare Le Voyage dans la Lune (1902), ispirato al romanzo di Verne – ma è quando il cinema diventa intrattenimento di massa che diventa uno specchio dei tempi. Passaggio che avviene non tanto negli anni ’20 e ’30 dominati dalla spettacolarizzazione e ricerca di storie in cui gli eroi siano eroi a tutto tondo – come Flash Gordon – o in cui la scienza sia ancora weird, ma dopo il Secondo Conflitto Mondiale, quando la scienza è diventata sinonimo di distruttrice di mondi.
Un ruolo che richiama la visione della science fiction teorizzata da Arthur C. Clarke, che la considerava non una fuga dalla realtà quanto una fuga nella realtà. E detto da colui che con i suoi studi ha portato alla nascita dei sistemi satellitari e al contempo alla realizzazione del concept narrativo su cui Kubrick realizzò il suo 2001: Odissea nello spazio, quell’affermazione ha un grande peso. Ritenuta a lungo un intrattenimento minore, visto la sua scarsa considerazione in determinati ambienti culturali, la fantascienza si prese la sua rivincita dopo che il mondo conobbe il devastante, inquietante potere dell’energia atomica.
A guidare questo rinascimento del genere fu sicuramente una nuova generazione di scrittori, che portarono la sci-fi a un nuovo lustro in campo letterario. Nomi come Asimov, Heinlein o il citato Bradbury furono fautori di una nuova fantascienza, meno legato al concetto avventuroso tipico del pulp, e rendendola più complessa e organica, vicina alla critica al presente. In campo letterario fu una rivoluzione, ma il grande schermo attirava un pubblico più eterogeneo, che non cercava narrazioni complesse, bensì storie più facilmente esperibili, in cui l’elemento quotidiano fosse sottilmente inserito, ma comunque facilmente riscontrabile.Hollywood era ovviamente il fulcro della produzione cinematografica, e la fantascienza non faceva eccezione. In un momento in cui il popolo americano era ancora scosso dai pericoli dell’Era Atomica, mentre nelle strade serpeggiava il pericolo rosso alimentato dal maccartismo, Hollywood rispondeva con film in cui l’umanità era messa in pericolo da minacce silenziose, capaci di infiltrarsi nel tessuto sociale, senza che nessuno se ne accorgesse.
Pellicole come L’invasione degli ultracorpi o Blob – Il fluido che uccide, sono metafore delle paure americane del periodo. Non solo la presenza di un nemico silenzioso che si infiltra per destabilizzare dall’interno – pericolo che nel quotidiano era identificato col comunismo – ma anche una minaccia alla fine dell’american way, annientati da un’omologazione informe lontana dalla visione statunitense. Non stupisce, quindi, che nel periodo tra gli anni ’50 e gli anni ’60 la sci-fi cinematografica fosse prevalentemente negativa, spinta da timori verso l’altro, l’alieno - sublimazione del diverso – o il robot – inquietante simbolo dell’omologazione asettica.
Non solo, la scienza percepita come una minaccia era al contempo la perfetta causa di altre mostruosità fantascientifiche. Insetti resi giganteschi da esperimenti folli come in Tarantula o risvegli causati da strani fenomeni come in La Mantide Omicida, sono al centro di cult oggi dimenticati firmati da maestri del genere come Jack Arnold o Nathan Juran, che hanno saputo conciliare l’aspetto dell’allora fantasiosa esplorazione spaziale con una malcelata sfiducia nei confronti della scienza sregolata, incarnata dall’onnipresente figura del mad scientist.
Che si tratti di lucertoloni importati da Venere o alieni dalle intenzioni tutt’altro che nobili, non c’è dubbio che nella fantascienza cinematografica del primo dopoguerra ogni trama era viziata da un pessimismo imperante, la tragedia era dietro l’angolo e quella speranza del domani sembra soffocata da un oggi cupo e foriero di drammi. Una sola costante: il nemico era sempre esterno, minacciava la sacralità dell’american way.
Ma in mezzo a questo marasma di alieni malvagi, scienziati pazzi e creature devastatrici, cominciavano a sollevarsi voci fuori dal coro. In libreria cominciavano a comparire romanzi che spostavano l’attenzione dalla dimensione avventurosa e viziata da una visione polarizzate a una dimensione più critica e interna allo stile di vita americano. Heinlein e Dick erano i capostipiti di questa auto-analisi sociale, criticando da un lato l’interventismo americano negli scenari della Guerra Fredda e dall’altro rivedendo le ingerenze di un governo accentratore e perennemente sospettoso dei propri cittadini.
Nuovamente, una visione negativa, che non tocca però il nuovo universo in cui approda la fantascienza: la serialità televisiva. Una nuova frontiera che nel 1966 prese la forma di Star Trek, serie oggi cult che inizialmente faticò a imporsi presso il pubblico, nonostante fosse portatrice di un messaggio positivo, in uno dei momenti più cupi della storia americana. I viaggi della nave spaziale Enterprise erano quanto di più vicino a una visione ottimistica del domani, in cui separazioni razziali e dissidi politici venivano dimenticati in nome di una ricerca di una via di pacifica convivenza.
L’impatto di questa nuova fantascienza fu tale che si ripercosse sulla società americana, trovando in personaggi come il Tenente Uhura l’incarnazione di lotte sociali, tanto che successive generazioni di astronauti crebbero proprio con questi cosmonauti. Pur non essendo un prodotto cinematografico – almeno in questa prima fase – Star Trek contribuì non poco a cambiare la funziona sociale della narrativa sci-fi: descrivere sempre il presente guardando al futuro, ma con una speranza, anziché con la paura.
Un messaggio che non tardò ad arrivare anche al grande schermo, che nel decennio successivo, durante il rinascimento cinematografico della New Hollywood, trovò anche nella sci-fi occasioni propizie per riscrivere le regole del cinema. Dalle atmosfere claustrofobiche di Alien all’avventurosa amicizia al centro di E.T. – L’Extraterrestre, il cinema di fantascienza riuscì ad emanciparsi dal suo ruolo di intrattenimento di serie B, grazie all’incredibile successo di un giovane regista che ci portò in una galassia lontana lontana.
Il trionfo di Star Wars divenne la consacrazione di un genere che passa dal ruolo di B-movie a quello di nuova frontiera del grande schermo. Al fianco di avventure spettacolari compaiono visioni future più intime, che puntano a dare forma a una crisi identitaria che trova in questi racconti una spiazzante disamina. Basterebbe citare il 1982, anno in cui escono in rapida sequenza Blade Runner, La Cosa ed E.T. – L’extraterrestre, per comprendere come la sci-fi sul grande schermo fosse ancora viziata da una fama di intrattenimento quasi fanciullesco.
Il film di Spielberg è un immediato successo, mentre Carpenter e Scott floppano al botteghino, salvo venire poi consacrati come cult successivamente. A segnare questa profonda divisione tra i tre titoli è il modo in cui viene utilizzato il concept fantascientifico, che in Blade Runner e La Cosa assume i toni di un'indagine intimista, sotto le spoglie della vita artificiale o della creatura sconosciuta che infetta i sopravvissuti guidati da Kurt Russell.
In questo decennio, che negli U.S.A. coincide con l’era reganiana, la fantascienza in più occasioni si confronta con il reale. Carpenter lo farà con Essi Vivono e 1997: Fuga da New York, mentre Cameron espanderà l’universo degli xenomorfi con Aliens – Scontro Finale, opere che, con alterne fortune, concorrono a riscrivere la grammatica del cinema di fantascienza e la sua percezione presso il grande pubblico.
Senza questo momento epocale, la sci-fi sarebbe rimasta figlia di un dio minore del cinema. Invece questi film iniziarono a rendere più raffinato e attento il palato degli spettatori, stimolando anche future generazioni di cineasti, spingendo un genere a lungo mal considerato dove nessuno era mai giunto prima.