don Ravagnani: il primo reality della fede
L’addio all’altare di don Alberto Ravagnani diventa un caso mediatico: tra teaser social, falò televisivi e libri in uscita, la crisi vocazionale si trasforma in intrattenimento collettivo.
Poteva (doveva?) risolversi tutto in un Amen, con don Alberto Ravagnani che annunciava il suo addio all’altare, e noi che gli auguravamo di andare in pace verso il suo nuovo destino. In fondo, diciamocelo, non è certo il primo prete ad appendere la toga al chiodo, e non sarà nemmeno l’ultimo. Invece siamo tutti qui, laici e alti prelati, a parlare di lui: sui social, in tv, nei podcast, in radio e persino in libreria (sì, è già uscita la sua autobiografia, poi ci arriviamo). Quello che doveva essere una scelta personale, accompagnata da affetto e discrezione, si è trasformata in un caso: mediatico prima ancora che teologico. Non che quest’ultima componente non esista: c’è eccome, ma non spetta a noi sindacare sulla bontà di una chiamata vocazionale, laica o consacrata, nella quale non entreremo pertanto nel merito. Anche perché l’aspetto comunicativo di tutta questa faccenda è di gran lunga ben più interessante: la questione Don Alberto Ravagnani non incarna la grande crisi della Chiesa semmai il primo Temptation Island dei preti. Il format - perché di fatto questo è diventato - è il medesimo.
A inizio anno sono incominciati i teaser di lancio con (l’ancora don) Alberto Ravagnani che pubblicava criptiche stories su Instagram: diceva che “sentiva” grandi cambiamenti in arrivo per il 2026. L’allusione era talmente vaga da far pensare che Alberto avesse iniziato a leggere l’oroscopo, oltre che il Vangelo. In fondo non è peccato. In alternativa, erano chiari segni di preveggenza. Invece si trattava semplicemente di un teaser trailer perché il nostro aveva scritto (e probabilmente già firmato il contratto con la Feltrinelli) il libro La scelta: un’autobiografia nella quale avrebbe spiegato la propria scelta di sospendere l’attività di prete. Solo all'uscita del tomo, il 10 febbraio, avrebbe rivelato tutto. Poi però arriva l’rvm che non ti aspetti: il Vaticano chiama nel pinnettu sampietrino Alberto e rivela al mondo le corna religiose. Bruciando l’uscita del libro, la Santa Chiesa dirama una nota che annuncia in anticipo la scelta del prete. I suoi capi parlano di sospensione che suona molto come: “ci lasciamo ma restiamo amici”. Apriti cielo (è proprio il caso di dirlo)… La rivelazione scuote i social, Alberto conferma la rottura sentimenatale-religiosa, si difende, ma anche accusa la sua ex dolce metà che, a suo dire, peccherebbe di scarsa comprensione e anaffettività. Santa Madre Chiesa avrebbe un modo di fare retrogrado, patriarcale, con chiare derive tossiche: da quando è prete – racconta il don - non si innamora più, nemmeno della vita.Arriva il primo falò di confronto: il Filippo Bisciglia di Ravagnani è Giacomo Poretti. Un comico (anche se di dichiarata fede cattolica). Da qui in poi il format inizia a diventare una gigantesca seduta collettiva, con derive da farsa. Non basta più un falò: ne servono altri, anche perché c’è comunque un libro da promuovere. Dopo Poretti arrivano così Giorgia Surina, Alberto Matano, svariate radio, fino al prestigioso Tv Talk (dove però le domande sono tutto fuorché accondiscendenti). A questo punto, la domanda collettiva è: “Don Alberto uscirà dal programma da solo o insieme alla sua ex, la Chiesa?”. Lui appare convinto nel suo no, mentre lei (la Chiesa) continua a tenere la porta aperta: guarda i falò, da casa, e chissà forse chiamerà Maria De Filippi per un confronto a C’è posta per te. Non sarebbe così peregrina come idea, visto che sui social più di un collega di Ravagnani ha deciso di dire la sua. C’è chi lo sostiene, chi lo critica, chi segue il suo “esempio”, chi gli raccomanda un bravo esorcista (purtroppo non è una battuta, ma un reale messaggio che ha ricevuto). C’è chi non esclude che l’ex sacerdote entrerà nella casa del Grande fratello, al via a marzo, anche se lui ripete che i reality non gli interessano. Ma questo è già un reality. È tutto urlato, sguaiato, sopra le righe. A rimetterci, come in tutte le famiglie, sono i figli (i ragazzi della comunità Fraternità fondata dal don) che hanno sempre creduto nei genitori e adesso li guardano, allibiti, mentre si lanciano i piatti addosso.
Forse il problema è tutto qui: in una fede che diventa intrattenimento, show, psicodramma collettivo. Ammesso che nella scelta di don Ravagnani ci siano delle buone provocazioni, che la Chiesa farebbe bene a raccogliere, queste vengono immediatamente travolte e squalificate dallo spettacolo che è stato imbastito attorno. Non credi a nulla esattamente come non credi mai, fino in fondo, agli psicodrammi di Temptation Island. C’è qualcosa di fake, di strumentale (anche in termini commerciali) che si insinua inficiando qualunque buona intenzione. Com’è che si diceva? Ah, già: l’Inferno (ma a questo punto pure la tv e i social) è lastricato di buone intenzioni.