(Don’t) Try this at home: perché L’estranea è l’horror di cui l’Italia ha bisogno per gli Oscar
Da Carrie di Mike Flanagan a L’estranea di Paolo Strippoli, il genere abbandona il soprannaturale e si focalizza sui mostri che abbiamo in famiglia. Come ci riappropriamo di un genere che ci appartiene da sempre.
Non è un caso che i prodotti horror che hanno fatto più parlare nelle ultime settimane siano proprio opere incentrate sul dilemma del rapporto madre-figlia e sulle colpe dei genitori che ricadono sui figli. Come per la serie Carrie di Mike Flanagan, così anche per il film L’estranea di Paolo Strippoli. In entrambe le opere il peso materno diventa non solo distruzione della prole, ma anche vero e proprio catalizzatore dell’entropia più violenta. Se in Carrie Margaret White vive il peccato originale come un fardello da tramandare alla figlia, provando a soffocarne i poteri, ne L’estranea la madre (Jasmine Trinca) stringe un patto mefistofelico con un personaggio particolare (Valeria Bruni Tedeschi) semplicemente per assecondare la sua vanità di madre della miss, direbbero alcuni, e impedire che la figlia perda la gamba.
Tutto ciò che fa Anna (Jasmine Trinca) in nome dei figli, che non le hanno chiesto niente, dimostra quanto oggi, ma non solo oggi, l’orrore stia dietro una porta chiusa, tra le pieghe delle bugie che tramandiamo di generazione in generazione. Da Babadook in poi, questa “nuova” tendenza a unire l’horror al dramma e al thriller psicologico (anche la trilogia della glaciazione di Haneke si può considerare elevated horror) è stata appannaggio, almeno in Italia, di autori che giocano nelle zone liminali dei generi cinematografici: Roberto De Feo o i fratelli D’Innocenzo, per intenderci. La particolarità de L’estranea, pur nel rigore estetico, sta nell’unire “l’alto” con il “basso”, l’intrattenimento popolare con il cinema d’autore. La qualità dicotomica del film di Strippoli riposa proprio dove altri coevi falliscono: L’estranea è fruibile sia come thriller psicologico dalle sfumature pop (basti pensare alla colonna sonora, Narcotic dei Liquido su tutti) sia come horror che ha le sue fondamenta nel realismo psicologico.
Il fatto che possa rientrare nella cinquina dei film candidati agli Oscar (non lo sapremo fino al 22 gennaio) è l’ennesimo segnale d’apertura, sia nostrano sia da parte dell’Academy, che negli anni ha premiato film come Get Out e Sinners e ne ha candidati altri come The Substance e The Lighthouse. Certo, quest’anno la concorrenza è dura, considerato che la Corea del Sud ha candidato Possible Love, il Belgio Coward e la Danimarca Woman Unknown, che ha già ottenuto il Leone d’Oro (e la Coppa Volpi) a Venezia. Sono film, soprattutto quello di May el-Toukhy, che non scontentano nessuno e che s’inseriscono a pieno diritto nel rassicurante dramma storico che usa il corpo della donna per inscenare, a modo suo, un thriller psicologico.