Il cinema italiano e i suoi premi
I premi cinematografici dovrebbero valorizzare il cinema e avvicinare il pubblico alle opere. Ma tra logiche di sistema, politica e autoreferenzialità, riescono ancora a farlo davvero?
Spesso parliamo dell’attenzione che viene data alle opere prime e seconde, e altrettanto spesso parliamo della difficoltà enorme che fanno i nuovi autori e le nuove autrici a ritagliarsi uno spazio e a farsi notare. Sono importanti i risultati in sala, con il botteghino, ed è importante il passaparola. Il sistema sembra fare una fatica immane nell’adeguarsi tanto ai cambiamenti che attraversano il cinema, inteso come industria e non solo come linguaggio, quanto a riconoscere quelle opere che, al di là dei loro incassi, hanno dimostrato di avere una certa qualità. Intendiamoci: non esiste una definizione univoca e assoluta di “qualità”; la qualità cambia a seconda del punto di vista di chi guarda e giudica, e prende in considerazioni sempre caratteristiche differenti. Tuttavia è innegabile che il valore di un film passi anche da elementi che possono essere riconosciuti, in parte o del tutto: sono elementi sovrapponibili al plauso della critica, al successo commerciale e all’attenzione del pubblico. Valorizzare questa qualità è un compito che appartiene principalmente ai premi, ed è un tema di cui bisognerebbe discutere. Proprio perché si sta creando una distanza sempre più grande, quasi incolmabile, tra quella che è la reale percezione del pubblico e quello che è il parere di una giuria.
Il trionfatore dell’ultima edizione dei David di Donatello è stato senza ombra di dubbio Le città di pianura di Francesco Sossai. La grazia di Paolo Sorrentino, al contrario, non ha ricevuto nessun premio. Ai Nastri d’Argento si è creata una situazione opposta: La grazia ha stravinto, mentre Le città di pianura non ha ottenuto nessun riconoscimento. Ora, per carità: parliamo di due entità distinte, con una loro linea e una loro storia; soprattutto parliamo di due entità che sono formate da gruppi differenti (l’Accademia del Cinema da una parte, il Sindacato dei Giornalisti dall’altra). E quindi è chiaro, quasi naturale anzi, che ci sia una divergenza di punti di vista. Resta, però, il dato reale dei due film, con Le città di pianura che è diventato un vero e proprio fenomeno, raggiungendo la soglia dei 2,5 milioni di euro di incasso totale, e con La grazia che ha superato il milione di spettatori ed è a 7,4 milioni di euro di incasso totale (La grazia, tra parentesi, è tornata in sala).
Chi ha ragione, i David di Donatello o i Nastri d’Argento? Qual è il miglior film di questa stagione, Le città di pianura o La grazia? Per quanto sia sacrosanta una divergenza di opinioni e di punti di vista, e per quanto, anzi, a volte sia utile per instaurare un dibattito e un confronto effettivo, è evidente anche un altro elemento: le posizioni che vengono prese, sempre più spesso, sono posizioni che rappresentano schieramenti differenti, con idee e definizioni differenti di buon cinema o di cinema meritevole. Sembra, ma probabilmente non è così, che ci sia l’intenzione di distinguersi, di fare quello che l’altro non ha fatto, proprio per ottenere le prime pagine dei giornali ed essere i protagonisti, almeno per qualche giorno, del dibattito intorno al cinema.
In questo articolo abbiamo preso in considerazione la categoria dedicata al miglior film, perché è indubbiamente quella più significativa e di cui, volenti o nolenti, si è parlato di più; ma è un discorso che si allarga anche alle altre sezioni. L’idea di “circolino”, che così insistentemente ritorna nei discorsi tra gli spettatori e in un certo modo di considerare il cinema da parte degli addetti ai lavori, dipende anche da questo, dal modo in cui vengono assegnati i premi e, prima ancora, dal modo in cui vengono raccontati al pubblico. A volte sembra quasi che la cosa più importante sia inseguire le mode, accontentare questo o quel produttore. Altre volte, invece, si prendono delle scelte estremamente politiche, che non hanno niente a che vedere con le interpretazioni, le idee e la loro realizzazione.
Una parte di responsabilità, e questo è importante dirlo, appartiene anche ai distributori e ai produttori, che organizzano delle vere e proprie campagne per candidare i loro film e i loro artisti. Negli ultimi anni, poi, si è diffusa un’altra tendenza, abbastanza atipica per chi vuole assegnare premi: quella dell’ex-aequo. Che può avere senso, ma solo a volte. Parliamo di un’eccezione, non di una regola. Premiare tutti significa non prendere nessuna vera scelta. E questo può essere un problema. Le trasformazioni e i cambiamenti richiedono molto tempo, è innegabile. Eppure è palese la difficoltà che fa il sistema, un certo sistema quantomeno, nel rinnovarsi e nell’adattarsi al presente e alle sue necessità. Conta di più la capacità di emozionare di un film o la sua spendibilità mediatica? È più importante riconoscere il talento di un autore o avere un grande nome alla propria cerimonia? E il pubblico? Quando verrà rimesso al centro il pubblico, che è poi l’unico, vero giudice insieme al tempo?
Un premio dovrebbe rappresentare un ponte, non un muro: dovrebbe avvicinare, non allontanare; dovrebbe spiegare, non rendere indecifrabili e oscure determinate decisioni. È questo quello che, oggi, fanno i David di Donatello, i Nastri d’Argento e i tanti altri premi dati in Italia? Chiediamocelo onestamente, senza malizia. Ci sono delle eccezioni, nessuno lo nega; ma un sistema, per sua stessa natura, non può fondarsi sulle eccezioni. Ha bisogno di regole. Ha bisogno di una visione condivisa e utile per creare una base di partenza per tutti. E ha bisogno anche di un meccanismo di riconoscimento e premiazione che vada al di là della politica, delle quote dei produttori, dei nomi più o meno famosi e spendibili. Non tutto è bianco e nero, è vero; a volte contano anche i grigi, ciò che c’è in mezzo e che non viene immediatamente notato. Altre volte, però, è fondamentale saper prendere una posizione. E non è, banalmente, una questione di principio: è una questione di onestà e sensibilità critica.