FILM

Il cinema italiano e i suoi premi

I premi cinematografici dovrebbero valorizzare il cinema e avvicinare il pubblico alle opere. Ma tra logiche di sistema, politica e autoreferenzialità, riescono ancora a farlo davvero?

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Spesso parliamo dell’attenzione che viene data alle opere prime e seconde, e altrettanto spesso parliamo della difficoltà enorme che fanno i nuovi autori e le nuove autrici a ritagliarsi uno spazio e a farsi notare. Sono importanti i risultati in sala, con il botteghino, ed è importante il passaparola. Il sistema sembra fare una fatica immane nell’adeguarsi tanto ai cambiamenti che attraversano il cinema, inteso come industria e non solo come linguaggio, quanto a riconoscere quelle opere che, al di là dei loro incassi, hanno dimostrato di avere una certa qualità. Intendiamoci: non esiste una definizione univoca e assoluta di “qualità”; la qualità cambia a seconda del punto di vista di chi guarda e giudica, e prende in considerazioni sempre caratteristiche differenti. Tuttavia è innegabile che il valore di un film passi anche da elementi che possono essere riconosciuti, in parte o del tutto: sono elementi sovrapponibili al plauso della critica, al successo commerciale e all’attenzione del pubblico. Valorizzare questa qualità è un compito che appartiene principalmente ai premi, ed è un tema di cui bisognerebbe discutere. Proprio perché si sta creando una distanza sempre più grande, quasi incolmabile, tra quella che è la reale percezione del pubblico e quello che è il parere di una giuria.

In Italia ci sono tanti premi, alcuni più famosi e antichi, altri più recenti. I principali sono sicuramente rappresentati dai David di Donatello e dai Nastri d’Argento: i primi vengono assegnati dall’Accademia del Cinema Italiano e dalla sua giuria, mentre i secondi sono assegnati dal Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici Italiani. Le ultime edizioni hanno ribadito quanto siano differenti i presupposti e i requisiti che i David di Donatello e i Nastri d’Argento prendono in considerazione per decidere i loro vincitori. C’entra la politica, e questo lo abbiamo sempre detto. E non solo con i premi italiani: c’entra in generale, con tutti i tipi di premiazioni e di riconoscimenti. Sia nel nostro paese che dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti. Se però l’Academy che assegna gli Oscar sta provando in questi ultimi anni ad allargarsi al mondo esterno (e lo dimostrano i riconoscimenti a film che non sono americani, o comunque che non sono diretti da registi americani), in Italia la situazione è completamente diversa

Il trionfatore dell’ultima edizione dei David di Donatello è stato senza ombra di dubbio Le città di pianura di Francesco Sossai. La grazia di Paolo Sorrentino, al contrario, non ha ricevuto nessun premio. Ai Nastri d’Argento si è creata una situazione opposta: La grazia ha stravinto, mentre Le città di pianura non ha ottenuto nessun riconoscimento. Ora, per carità: parliamo di due entità distinte, con una loro linea e una loro storia; soprattutto parliamo di due entità che sono formate da gruppi differenti (l’Accademia del Cinema da una parte, il Sindacato dei Giornalisti dall’altra). E quindi è chiaro, quasi naturale anzi, che ci sia una divergenza di punti di vista. Resta, però, il dato reale dei due film, con Le città di pianura che è diventato un vero e proprio fenomeno, raggiungendo la soglia dei 2,5 milioni di euro di incasso totale, e con La grazia che ha superato il milione di spettatori ed è a 7,4 milioni di euro di incasso totale (La grazia, tra parentesi, è tornata in sala). 

Chi ha ragione, i David di Donatello o i Nastri d’Argento? Qual è il miglior film di questa stagione, Le città di pianura o La grazia? Per quanto sia sacrosanta una divergenza di opinioni e di punti di vista, e per quanto, anzi, a volte sia utile per instaurare un dibattito e un confronto effettivo, è evidente anche un altro elemento: le posizioni che vengono prese, sempre più spesso, sono posizioni che rappresentano schieramenti differenti, con idee e definizioni differenti di buon cinema o di cinema meritevole. Sembra, ma probabilmente non è così, che ci sia l’intenzione di distinguersi, di fare quello che l’altro non ha fatto, proprio per ottenere le prime pagine dei giornali ed essere i protagonisti, almeno per qualche giorno, del dibattito intorno al cinema. 

Il problema, però, è che così facendo restano fuori i film e i loro autori e al pubblico arriva poco e niente. Chiediamoci questo: che impatto hanno, oggi, i premi sugli incassi dei film? A parte, forse, gli Oscar (e non è vero in senso assoluto nemmeno in quel caso). Un premio, per sua stessa definizione, dovrebbe valorizzare qualcosa: l’interpretazione di un attore o di un’attrice, per esempio; la visione di un regista; la scrittura di uno sceneggiatore. E poi i reparti tecnici, gli esordi, le produzioni. Stiamo correndo seriamente il rischio di creare un sistema che si autoalimenta, egoriferito e autocompiaciuto, che non riconosce ciò che avviene all’esterno, ciò di cui parlano davvero le persone e, parallelamente, la critica (che non coincide, non per forza, solo con il Sindacato dei Giornalisti Cinematografici). 

In questo articolo abbiamo preso in considerazione la categoria dedicata al miglior film, perché è indubbiamente quella più significativa e di cui, volenti o nolenti, si è parlato di più; ma è un discorso che si allarga anche alle altre sezioni. L’idea di “circolino”, che così insistentemente ritorna nei discorsi tra gli spettatori e in un certo modo di considerare il cinema da parte degli addetti ai lavori, dipende anche da questo, dal modo in cui vengono assegnati i premi e, prima ancora, dal modo in cui vengono raccontati al pubblico. A volte sembra quasi che la cosa più importante sia inseguire le mode, accontentare questo o quel produttore. Altre volte, invece, si prendono delle scelte estremamente politiche, che non hanno niente a che vedere con le interpretazioni, le idee e la loro realizzazione. 

Una parte di responsabilità, e questo è importante dirlo, appartiene anche ai distributori e ai produttori, che organizzano delle vere e proprie campagne per candidare i loro film e i loro artisti. Negli ultimi anni, poi, si è diffusa un’altra tendenza, abbastanza atipica per chi vuole assegnare premi: quella dell’ex-aequo. Che può avere senso, ma solo a volte. Parliamo di un’eccezione, non di una regola. Premiare tutti significa non prendere nessuna vera scelta. E questo può essere un problema. Le trasformazioni e i cambiamenti richiedono molto tempo, è innegabile. Eppure è palese la difficoltà che fa il sistema, un certo sistema quantomeno, nel rinnovarsi e nell’adattarsi al presente e alle sue necessità. Conta di più la capacità di emozionare di un film o la sua spendibilità mediatica? È più importante riconoscere il talento di un autore o avere un grande nome alla propria cerimonia? E il pubblico? Quando verrà rimesso al centro il pubblico, che è poi l’unico, vero giudice insieme al tempo? 

Il cinema e chi ne fa parte non possono continuare a dimenticare il ruolo che la comunicazione ha nel coinvolgimento attivo degli spettatori. E la comunicazione non ha solo una faccia: passa attraverso tante cose e tante fasi. Passa anche attraverso i premi, se vogliamo. Un riconoscimento è valido finché ha un qualche tipo di rilevanza, finché riesce ad avere un impatto, anche se minimo, anche se momentaneo, sul percorso di un film o di un autore, parlando direttamente agli spettatori – o almeno, riuscendo ad affermare con chiarezza un concetto – e ribadendo un elemento che, magari, non era stato considerato precedentemente. Perché questo film merita, che cosa questa interpretazione ha aggiunto; che ruolo ha la fotografia in un’opera, dove sta la complessità critica di una decisione. 

Un premio dovrebbe rappresentare un ponte, non un muro: dovrebbe avvicinare, non allontanare; dovrebbe spiegare, non rendere indecifrabili e oscure determinate decisioni. È questo quello che, oggi, fanno i David di Donatello, i Nastri d’Argento e i tanti altri premi dati in Italia? Chiediamocelo onestamente, senza malizia. Ci sono delle eccezioni, nessuno lo nega; ma un sistema, per sua stessa natura, non può fondarsi sulle eccezioni. Ha bisogno di regole. Ha bisogno di una visione condivisa e utile per creare una base di partenza per tutti. E ha bisogno anche di un meccanismo di riconoscimento e premiazione che vada al di là della politica, delle quote dei produttori, dei nomi più o meno famosi e spendibili. Non tutto è bianco e nero, è vero; a volte contano anche i grigi, ciò che c’è in mezzo e che non viene immediatamente notato. Altre volte, però, è fondamentale saper prendere una posizione. E non è, banalmente, una questione di principio: è una questione di onestà e sensibilità critica.

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