Il suono di una caduta, altro che Sanremo | L'ha diretto una femmina #3
Dal Festival di Sanremo al test di Bechdel: perché la rappresentazione delle donne conta. E come Il suono di una caduta racconta memoria, trauma e libertà femminile nel cinema d’autore.
Quest’anno per quanto possibile, non ho guardato il Festival di Sanremo. Mi ha stancata e, soprattutto, mi ha stancato il fatto che su un palco così importante — che, volenti o nolenti, è lo specchio del nostro Paese — le donne siano continuamente ridotte ad accompagnatrici, spalle, orpello.
Davvero: basta.Le donne che hanno condotto Sanremo si contano sulle dita di una mano, e non lo hanno fatto per più di una volta, mentre dobbiamo sorbirci la quinta conduzione di Carlo Conti. Il problema è che il ruolo marginale delle donne su palchi importanti trasmette il messaggio che le donne siano marginali, punto. La rappresentazione conta: lo abbiamo imparato dal cinema.
Ma negli anni anche il cinema ha spesso dimenticato le donne. Poche protagoniste femminili, spesso senza nome, spesso silenziose: al punto che una marea di film cult non supera il test di Bechdel.Cos’è il test di Bechdel?
Inventato dalla fumettista Alison Bechdel, che lo descrive in una striscia del suo fumetto Dykes to Watch Out For del 1985, è un criterio molto semplice usato per valutare la rappresentazione femminile nei film, nelle serie e nelle opere narrative in generale.
Per superare il test, in un film devono esserci:
almeno due donne con nome;
che parlano tra loro;
di qualcosa che non sia un uomo.
Nel fumetto si ironizza sul fatto che l’ultimo film visto dalla protagonista con queste caratteristiche fosse Alien, grazie alle uniche due donne presenti che parlavano tra loro del mostro.
Tornando ai film cult: Harry, ti presento Sally? Non lo supera. Pulp Fiction? No. The Avengers? Nada. Guerre stellari? Ma per favore. Gravity? Il silenzio degli innocenti? Mad Max: Fury Road? Anche se questi ultimi tre hanno protagoniste femminili emancipate, i film non superano il test.
Lo stesso vale per molti classici Disney: Ratatouille, Cars, Alla ricerca di Nemo, Toy Story, La sirenetta, La bella e la bestia, Aladdin… dai, avete capito.
E perché le cose migliorino — e continuino a migliorare — bisogna farci caso.
IL SUONO DI UNA CADUTA
Presentato allo scorso Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria, Il suono di una caduta (titolo originale In die Sonne schauen) è diretto da Mascha Schilinski e racconta un secolo di vita in una fattoria dell’Altmark.
Protagoniste sono quattro generazioni di donne, che intrecciano memoria, trauma e desiderio. Il film supera il test sopracitato, ma i dialoghi non sono affatto centrali. Giocando sul suono, sui silenzi, sugli spazi e su una trama non lineare, Schilinski più che raccontare suggerisce, più che spiegare accenna. Sta allo spettatore collegare i frammenti, accettare l’ambiguità e riconoscersi negli stati emotivi delle protagoniste.
Siamo dalle parti del cinema d’autore, quello a basso budget e, proprio per questo, spesso più accessibile alle registe. La visione non è semplicissima, ma regala una riflessione intensa su perdita e memoria. Il film scava nella genealogia del trauma e del dolore femminile all’interno di strutture patriarcali consolidate che continuano nel tempo, e dalle quali sganciarsi significa spesso cadere.
La caduta — che è insieme reale e metafisica — è l’unico modo per spezzare lo stato delle cose, per troncare di netto con il passato. Ma Schilinski non offre una liberazione semplice, perché la rottura è ambigua e lascia macerie. Non c’è rassicurazione: prendere coscienza è doloroso, e sta a noi decidere se ne vale la pena.