FILM

La più piccola, o l'ipocrisia dei nostri censori

Il caso La più piccola riapre il dibattito sulla censura in Italia: tra commissioni, divieti discutibili e paure ideologiche, un film adolescenziale diventa terreno di scontro culturale

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C’era una volta la censura. Almeno così doveva essere. Siamo più chiari. Una volta esisteva la commissione censura, quell’organo che diceva chiaramente se un film poteva essere visto e da chi. Poi quell’organo è stato abolito, sostituito da un sistema di autoregolamentazione per cui le distribuzioni dichiaravano se quel film fosse per tutti o fosse consigliato al di sopra di specifiche fasce di età.

Siccome fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, ecco che la commissione, cacciata dalla porta, torna dalla finestra, messa su appositamente per confermare o ribaltare il giudizio dei distributori. Qual è però il problema con le commissioni? Che, anche quando sono libere e indipendenti, sono scelte dalla politica; per cui capitano dei divieti che lasciano perplessi, per esempio quello a La più piccola, dramma adolescenziale diretto da Hafsia Herzi – attrice feticcio di Kechiche, ora cineasta prossima alla maturità – vietato ai minori di 14 anni.

Il film racconta di Fatima (Nadia Melliti), la più giovane della famiglia, ragazza sportiva, religiosa e integrata in una famiglia solida, unita e tradizionale, finché non sente la necessità di rivelare alla sua comunità che ama le ragazze, anzi che ha una relazione con una ragazza. Il film non nasconde nulla, ma al tempo stesso usa una delicatezza di tocco che elimina ogni prurigine: è chiaro, diretto e sincero, e cerca di entrare nella sfera emotiva di Fatima più che in quella intima, sondata fin dove è necessario per lo spettatore.

In poche parole, è un film per ragazzi in senso lato, sui ragazzi, il cui target è quello degli adolescenti, oltre che dei genitori, pur non essendo limitato dai codici del genere coming of age. La commissione, però, ha visto il film e ha rigettato la proposta della distribuzione (10+), optando per la possibilità di essere visto solo dai maggiori di 14 anni, il che non solo limita la platea del film, ma gli impedisce anche di andare in onda in TV in prima serata o in orari protetti, diminuendo quindi gli incassi possibili e il suo costo di distribuzione televisiva.

Le motivazioni – e vedendo il film viene fuori una bella risata amara – sono: “il film contiene riferimenti sessuali espliciti che, pur non essendo trasformati in immagini pornografiche, sono descritti in modo dettagliato e potrebbero influire negativamente sullo sviluppo emotivo dei minori di 14 anni. Per tali ragioni, l’opera è stata classificata con il divieto ai minori di 14 anni e con le seguenti indicazioni tematiche: sesso, linguaggio, turpiloquio e incitamento all’odio”. Non c’è contestualizzazione né riflessione, perché la commissione ragiona per indicazioni tematiche, ovvero etichette da apporre come al supermercato, e per meccanismi binari: c’è il sesso, il film si vieta.

E poi, vedendo altri precedenti, resta il dubbio che la decisione sia stata presa per motivazioni di puritanesimo politico, come se raccontare vite e persone non conformi all’idea di normalità che oggi abbiamo in Italia sia fare propaganda per la “diversità”; oppure si tratta di vecchi bacchettoni che hanno paura che i figli possano diventare migliori di loro. Fosse anche solo per dar loro fastidio, sarebbe giusto andare a vedere La più piccola, accompagnando i minori, parlando con loro dell’ipocrita fantasma della censura.

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