La sensualità come strumento narrativo

Tra cinema e serie italiane, la tensione erotica resta un linguaggio raro: più suggerita che mostrata, diventa strumento narrativo potente contro il didascalismo e la banalizzazione del sesso.

Condividi

Ne Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, al cinema con Vision Distribution, non conta solo la schiettezza con cui certe situazioni e certi incontri vengono presentati al pubblico, ma conta soprattutto la tensione sotterranea e viscerale che lega personaggi differenti. È una sensualità mai esplicitata o dichiarata; è una tensione che si affida ai sensi e alla fisicità degli attori, ai loro sguardi e al modo in cui vivono – meglio ancora: attraversano – la scena. Ed è probabilmente uno degli elementi principali – anzi, uno dei più importanti – del film di De Sica. Proprio perché agisce e lavora a un livello inconscio, invitando lo spettatore a porsi domande, a scrutare con attenzione ciò che succede e ad apprezzare il peso dei silenzi e delle espressioni.

Se partiamo da questo presupposto, le interpretazioni dei due protagonisti, Jasmine Trinca e Filippo Timi, assumono un valore e una profondità ulteriori. Perché vanno oltre la superficie e si insinuano tanto nei pensieri quanto nelle emozioni dello spettatore. Il sorriso con cui ci viene presentato il personaggio di Jasmine Trinca è grande quanto un mondo intero, e questo silenzio feroce, quasi freddo, di Filippo Timi è in realtà un modo per prendere le misure di chi gli sta davanti. È evidente, insomma, che il coinvolgimento degli spettatori avviene su piani e dimensioni differenti, che solo a volte coincidono con ciò che succede realmente in scena.

E questo è importante anche per un altro motivo. Se avete visto il film di De Sica, sapete che a un certo punto c’è uno stravolgimento sia del punto di vista del racconto che del punto di vista dei personaggi – non vi diremo né quando né perché; sappiate solamente che c’è. Ed è uno stravolgimento che può essere apprezzato davvero solo se prendiamo in considerazione il sottotesto più intimo e più nascosto del racconto.

In Franco Battiato – Il lungo viaggio di Renato De Maria, disponibile su Raiplay, la tensione assume un’altra consistenza e un’altra intenzione. In questo caso, infatti, i due protagonisti, il Franco Battiato di Dario Aita e la Fleur Jaeggy di Elena Radonicich, non sono amanti. Eppure tra di loro si costruisce un legame intenso, molto più intimo di tanti altri rapporti: qualcosa che supera, sublimandola, la fisicità del contatto.

La Fleur di Radonicich, in particolare, finisce per incarnare un sentimento preciso – e quel sentimento è il desiderio. Un desiderio che non ha bisogno né di essere esplicitato né di essere riconosciuto ad alta voce. E che ciò nonostante esiste e, cosa forse ancora più importante, resiste: ai pregiudizi, ai luoghi comuni; al qualunquismo di un certo modo di raccontare. I momenti che questi due personaggi passano insieme, nel silenzio, guardandosi o scambiandosi brevissime battute, tradiscono una complicità profonda, che aggiunge alla storia tantissimi altri livelli di lettura.

Contrariamente al film di De Sica, qui non si sconfina mai in una rappresentazione effettiva di questo sentimento. Si rimane sempre un passo indietro, leggermente defilati – proprio per lasciare che siano le domande e i dubbi dello spettatore a farla da padroni, e non le risposte o i suggerimenti dati dalla trama. La tensione, nel caso de Il lungo viaggio, diventa uno strumento narrativo fondamentale, che non è possibile ignorare o sostituire con altro: se il film è quello che è, se viene raggiunta questa intensità nel rapporto tra i personaggi, è merito soprattutto dell’elettricità che li unisce e che li avvicina.

Quelli che abbiamo appena citato sono solo due esempi di un discorso più ampio, e soprattutto sono due esempi piuttosto recenti, che si inseriscono in un ragionamento sul cinema italiano. Eppure non sono abbastanza per la costruzione di un’analisi più approfondita e dettagliata, proprio perché restano, a loro modo, due eccezioni.

La tensione, intesa come valore narrativo, non è così comune nelle opere cinematografiche e televisive italiane. C’è sempre il tentativo di utilizzarla e di inserirla all’interno delle storie, ma spesso si finisce per abbandonarsi a un didascalismo sfrenato, dove tutto viene ricondotto – in modo abbastanza piatto e, va detto, prevedibile – al sesso. E il sesso, in buona parte delle produzioni italiane, diventa quasi un riempitivo: un atto dovuto e non ricercato; una pausa nel racconto più ampio e non una parte necessaria del suo svolgimento. Pura noia e mai coronamento di qualcosa di più intenso e passionale.

Sotto questo punto di vista, è evidente la superficialità con cui viene trattato il pubblico, che se non ha subito tutti gli elementi, se non viene – diciamo così – imboccato, farà sempre fatica a capire il contesto e l’importanza della situazione. Ma è un cortocircuito: perché più si aiuta il pubblico nella comprensione di un’opera, andando oltre i soliti strumenti e diventando – lo ripetiamo – didascalici, meno verranno allenate la sua sensibilità e la sua intelligenza.

Sono gli effetti di un certo modo di fruire le opere, scrollando rapidamente e pretendendo subito tutte le risposte, affidandosi ad algoritmi che prescrivono con esattezza cosa fare e quando farlo e chiudendosi all’esterno e a ciò che non si conosce.

Un altro esempio che merita di essere fatto è quello di Supersex, la serie Netflix che racconta la vita di Rocco Siffredi. Chiaramente non ci riferiamo alle scene più esplicite, a quelle che servono per ribadire la solitudine e l’ossessione del personaggio – e sono importanti anche quelle all’interno della progressione della storia. Ci riferiamo, invece, a quelle che si vedono nei primi episodi, quando il protagonista è ancora bambino e il desiderio, con tutte le sue implicazioni e sfumature, viene incarnato dalla Lucia di Eva Cela.

Che va solamente in bicicletta e che, tuttavia, coglie e rappresenta una tensione precisa. Oppure pensiamo a La gioia di Nicolangelo Gelormini, con il lavoro incredibile che ha fatto Saul Nanni. Anche lui riesce a incarnare, e a rappresentare, una certa idea di desiderio. E in questo caso diventa particolarmente evidente il modo in cui il desiderio, e la tensione che ne consegue, possono essere utilizzati come slancio narrativo per portare il racconto da un determinato punto a un altro.

E Nanni, con la sua fisicità, con la sua forza e con la sua dolcezza, è in grado di trasformarsi in un vero e proprio veicolo e di parlare all’inconscio dello spettatore.

Se facciamo un ulteriore passo indietro e proviamo ad allargare lo sguardo sulla produzione audiovisiva italiana, questi casi che abbiamo citato – da Gli occhi degli altri a Il lungo viaggio, da Supersex a La gioia – sono come dei puntini ben distanti tra di loro, che non riescono a entrare in contatto e a costruire un vero e proprio discorso tematico e narrativo. Ed è un peccato.

È un peccato perché, a volte, la tensione riesce a tenere insieme storie apparentemente diverse tra di loro, ambientate in epoche differenti, dove non c’è bisogno né di esplicitare né di sottolineare l’ovvio – ciò che è è esattamente ciò che vediamo. L’arte della gioia, la serie di Valeria Golino, e Fuori di Mario Martone rappresentano altre due eccezioni, che si muovono su un piano completamente differente. (Entrambi, tra parentesi, sono disponibili su Sky e NOW).

Nel caso de L’arte della gioia, infatti, ci ritroviamo davanti a una sorta di coming of age, con il personaggio interpretato splendidamente da Tecla Insolia che deve imparare a conoscere sé stessa e il mondo che la circonda, e che per farlo usa il corpo e i sensi. In Fuori di Martone, invece, il personaggio di Matilda De Angelis è fuggevole, quasi inavvicinabile e, allo stesso tempo, ovunque: diventa un’idea, una sensazione; incarna esattamente una delle tantissime interpretazioni possibili del desiderio. E la tensione, qui, è nuovamente una forza propulsiva, utile per andare avanti con il racconto e, soprattutto, con l’esplorazione interiore dei personaggi.

La tensione può tornare a essere un elemento distintivo e uno strumento sia narrativo che critico, ed è importante non sottovalutarla. Altrove, in mercati come quello francese, continua ad assumere un ruolo e una centralità impossibili da ignorare. In Italia, invece, ha vissuto, e continua a vivere, fasi alterne. Prima di maggiore interesse, poi di studio; infine quasi di rivendicazione. È indispensabile sia il lavoro degli autori, e quindi di chi scrive e dirige, che quello dei produttori, che devono abbracciare completamente un’idea e una visione. Ma è altrettanto importante anche la qualità della recitazione degli attori. I casi che abbiamo citato sono accomunati da interpreti di spessore, di primo piano, enormemente sensibili ed esposti – non mediaticamente ma artisticamente.

Hanno riconosciuto l’importanza della tensione, l’hanno fatta propria, e hanno capito che recitare per sottrazione, facendo poco, talvolta addirittura pochissimo, è molto più efficace di insistere con le espressioni, cercando a tutti i costi un contatto e una vicinanza fisica e costruendo una dimensione ovvia, quasi lapalissiana, di rappresentazione. Il cortocircuito che si è creato in questi anni vede il sesso come un tabù, come un punto di arrivo e di rottura, e non riconosce, al contrario, tutto ciò che c’è intorno e che viene prima e dopo. Forse è arrivato il momento di riscoprire la tensione e l’erotismo, proprio per accedere a un livello più profondo – e sicuramente più potente – di racconto.

Continua a leggere su BadTaste