FILM

L'assenza dell'Italia a Cannes e lo stato del cinema italiano

L’assenza italiana a Cannes rivela una crisi strutturale: ritardi nei fondi, sistema bloccato e scarso ricambio generazionale. Più che mancanza di film, è un problema profondo dell’industria.

Condividi

L’assenza di film italiani al Festival di Cannes è il sintomo di un problema molto più grande, che ha a che fare sia con i finanziamenti pubblici sia con lo stato dell’industria cinematografica. È la prima volta, negli ultimi dieci anni, che l’Italia non c’è. Una cosa del genere era già successa mesi fa al Festival di Berlino. E già allora si era parlato delle responsabilità della politica, di questo governo e delle scelte che hanno segnato la linea del Ministero della Cultura. Oggi stiamo facendo i conti con i ritardi – e le difficoltà – di almeno due anni fa, quando c’è stato un primo blocco dei set italiani. Le graduatorie per i contributi pubblici sono state pubblicate in ritardo, e di conseguenza molti set – quasi la maggior parte, in realtà – sono stati rinviati. Oggi il cinema italiano sta affrontando una situazione simile, con molte produzioni che anticipano l’inizio delle riprese o addirittura le spostano altrove, all’estero, approfittando di cofinanziamenti. Il problema è sempre lo stesso: la nuova legge che regola il tax credit e gli altri contributi. 

Il 17 aprile è stato pubblicato il decreto che ridistribuisce le risorse per il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo per quest'anno. Il tax credit continua a essere lo strumento principale, con circa 441 milioni di euro; subito dopo, con circa 40 milioni di euro, ci sono i contributi selettivi. Questo decreto, però, è arrivato in grande ritardo. Dopo mesi di discussioni e polemiche, come quella che ha travolto la commissione ministeriale che assegna i contributi selettivi e che ha bocciato la richiesta dei produttori del documentario su Giulio Regeni, è difficile ora prevedere quando le cose riprenderanno un certo ritmo. La mancanza di film italiani a Cannes, insomma, suggerisce la presenza di una malattia più profonda, che ha bisogno di qualcosa di più di un’iniezione di soldi. Quelli possono aiutare, e sarebbe stupido dire il contrario. Ma c’è soprattutto un cortocircuito interno, del sistema, che vede i produttori sempre più affaticati e la filiera sempre più sbilanciata, tra costi che aumentano, leggi che ritardano, set che vengono posticipati e l’assenza di una vera coscienza di settore. È sempre una gara, tutti contro tutti. Manca un sostegno reciproco, tra artisti e addetti ai lavori, e manca la capacità di sviluppare più efficacemente un’idea comune – che non coincide con i temi o con i generi – di cinema. C’è la tendenza a unirsi nella crisi, sacrosanto; meno, invece, nei successi e in quello che funziona – sia economicamente che editorialmente.

In Italia si producono tanti film, a volte troppi: e anche di questo si è parlato. Negli ultimi due anni, c’è stato un rallentamento, ma parliamo comunque di volumi e di offerte difficili da gestire rispetto a quelle che sono la presenza del pubblico in sala e la capacità comunicativa del settore. Escono così tanti film che è veramente complicato, a volte, segnalarli tutti. Soprattutto, si creano delle sovrapposizioni che mettono in seria difficoltà le opere prime e le opere seconde, che escono quasi contemporaneamente. L’anno scorso, subito dopo Le città di pianura di Francesco Sossai, che agli ultimi David di Donatello ha ricevuto sedici nomination, è toccato a Orfeo di Virgilio Villoresi e a Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli. 

Al Festival di Cannes tendono ad andare sempre gli stessi autori. Sembra una frase forte, e in parte lo è, ma se diamo un’occhiata agli ultimi anni, dal 2021 a oggi, notiamo che sono stati quasi sempre selezionati Nanni Moretti (nel 2021 con Tre piani, nel 2023 con Il sol dell’avvenire), Marco Bellocchio (Marx può aspettare nel 2021 a Cannes Première, Esterno Notte nel 2022, nella stessa sezione, Rapito in concorso nel 2023), Paolo Sorrentino (Parthenope nel 2024), Alice Rohrwacher (nel 2021 cofirmava Futura e nel 2023 in concorso con La chimera) e Mario Martone (Nostalgia nel 2022, Fuori nel 2025). Poi ci sono gli autori più piccoli, o comunque più giovani, che sono stati scoperti a Cannes e che la stessa Cannes invita e riprogramma nelle sue varie sezioni (Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis sono andati nel 2021, nella Quinzaine, con Il re granchio e sono tornati nel 2025, nella sezione Un Certain Regard, con Testa o croce?; Francesco Sossai, invece, ha presentato il suo cortometraggio, Il compleanno di Enrico, nel 2023 ed è stato selezionato per la sezione Un Certain Regard nel 2025 con Le città di pianura). 

È evidente che il Festival di Cannes, a cominciare dal suo delegato generale, Thierry Frémaux, vede il cinema italiano in un certo modo: associandolo sempre agli stessi nomi, allo stesso linguaggio e a un certo tipo di storie, o di grandi autori o di esordienti che si sono comunque fatti conoscere nel suo circuito. La responsabilità, qui, è anche del nostro sistema e della nostra industria. Manca un reale ricambio generazionale, e manca soprattutto la capacità di sostenere autori diversi. Se uno dei grandi nomi, come Nanni Moretti, non riesce a finire il suo ultimo film in tempo, l’Italia non va a Cannes: semplice. Ma la colpa, se è di colpa che vogliamo parlare, non è assolutamente di Nanni Moretti. C’è una partecipazione attiva della nostra industria che accusa una fatica reale nel cambiare, nel trasformarsi e nel fare spazio alle novità. E questo dipende sia dal ritardo nei fondi sia da un’idea abbastanza vecchia, quasi novecentesca, di impresa e investimenti. 

Il produttore, in Italia, viene ancora visto come qualcuno con i soldi, che decide di guadagnare o di reinvestire la propria fortuna. E in realtà si tratta di un imprenditore, che si impegna nel raccogliere risorse, che partecipa attivamente al processo creativo – a volte di più, a volte di meno – e che si fa garante di progetti (a questo proposito, Einaudi ha pubblicato il saggio di Carlo Cresto-Dina, È un’impresa fare un film). Il dibattito sul cinema in Italia è segnato profondamente dalle tifoserie e dalla lottizzazione politica, e questo apre a una serie di scenari dove è innanzitutto difficile mettere a fuoco le necessità reali, non semplicemente suggerite, dell’audiovisivo. Non andare a Berlino e a Cannes significa saltare una vetrina per il nostro cinema, per chi ci lavora, e significa anche non riuscire a esprimere, per un anno, una sintesi, più o meno precisa e più o meno puntuale, di quanto è stato fatto. Ma i film, presi singolarmente, sono il prodotto di autori e dei loro collaboratori. 

Il sistema – la politica, i finanziatori, i produttori, le categorie di settore – possono arrivare solo fino a un certo punto. Il problema, insomma, non è unicamente la partecipazione dell’Italia a Cannes: il problema è il modo in cui l’Italia si presenta, anche a Cannes, ed è la fatica che si fa internamente nel riuscire a raggiungere un equilibrio. Ora come ora, Nanni Moretti sta finendo il suo prossimo film, Succederà questa notte; Paolo Sorrentino è fermo, dopo essere uscito in sala, all’inizio di quest’anno, con La grazia; Marco Bellocchio sta preparando il suo prossimo progetto, Falcon, su Sergio Marchionne, e così anche Alice Rohrwacher, che è al lavoro su Three incestuous sisters, con un cast internazionale. Mario Martone, a Napoli, ha appena finito le riprese di Scherzetto con Toni Servillo. La sensazione è che le cose, nel 2027, saranno abbastanza differenti. Ma un’industria degna di questo nome non può vivere incrociando le dita e sperando sempre nella prossima volta.

Continua a leggere su BadTaste