L'assenza dell'Italia a Cannes e lo stato del cinema italiano
L’assenza italiana a Cannes rivela una crisi strutturale: ritardi nei fondi, sistema bloccato e scarso ricambio generazionale. Più che mancanza di film, è un problema profondo dell’industria.
L’assenza di film italiani al Festival di Cannes è il sintomo di un problema molto più grande, che ha a che fare sia con i finanziamenti pubblici sia con lo stato dell’industria cinematografica. È la prima volta, negli ultimi dieci anni, che l’Italia non c’è. Una cosa del genere era già successa mesi fa al Festival di Berlino. E già allora si era parlato delle responsabilità della politica, di questo governo e delle scelte che hanno segnato la linea del Ministero della Cultura. Oggi stiamo facendo i conti con i ritardi – e le difficoltà – di almeno due anni fa, quando c’è stato un primo blocco dei set italiani. Le graduatorie per i contributi pubblici sono state pubblicate in ritardo, e di conseguenza molti set – quasi la maggior parte, in realtà – sono stati rinviati. Oggi il cinema italiano sta affrontando una situazione simile, con molte produzioni che anticipano l’inizio delle riprese o addirittura le spostano altrove, all’estero, approfittando di cofinanziamenti. Il problema è sempre lo stesso: la nuova legge che regola il tax credit e gli altri contributi.
In Italia si producono tanti film, a volte troppi: e anche di questo si è parlato. Negli ultimi due anni, c’è stato un rallentamento, ma parliamo comunque di volumi e di offerte difficili da gestire rispetto a quelle che sono la presenza del pubblico in sala e la capacità comunicativa del settore. Escono così tanti film che è veramente complicato, a volte, segnalarli tutti. Soprattutto, si creano delle sovrapposizioni che mettono in seria difficoltà le opere prime e le opere seconde, che escono quasi contemporaneamente. L’anno scorso, subito dopo Le città di pianura di Francesco Sossai, che agli ultimi David di Donatello ha ricevuto sedici nomination, è toccato a Orfeo di Virgilio Villoresi e a Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli.
Al Festival di Cannes tendono ad andare sempre gli stessi autori. Sembra una frase forte, e in parte lo è, ma se diamo un’occhiata agli ultimi anni, dal 2021 a oggi, notiamo che sono stati quasi sempre selezionati Nanni Moretti (nel 2021 con Tre piani, nel 2023 con Il sol dell’avvenire), Marco Bellocchio (Marx può aspettare nel 2021 a Cannes Première, Esterno Notte nel 2022, nella stessa sezione, Rapito in concorso nel 2023), Paolo Sorrentino (Parthenope nel 2024), Alice Rohrwacher (nel 2021 cofirmava Futura e nel 2023 in concorso con La chimera) e Mario Martone (Nostalgia nel 2022, Fuori nel 2025). Poi ci sono gli autori più piccoli, o comunque più giovani, che sono stati scoperti a Cannes e che la stessa Cannes invita e riprogramma nelle sue varie sezioni (Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis sono andati nel 2021, nella Quinzaine, con Il re granchio e sono tornati nel 2025, nella sezione Un Certain Regard, con Testa o croce?; Francesco Sossai, invece, ha presentato il suo cortometraggio, Il compleanno di Enrico, nel 2023 ed è stato selezionato per la sezione Un Certain Regard nel 2025 con Le città di pianura).
Il produttore, in Italia, viene ancora visto come qualcuno con i soldi, che decide di guadagnare o di reinvestire la propria fortuna. E in realtà si tratta di un imprenditore, che si impegna nel raccogliere risorse, che partecipa attivamente al processo creativo – a volte di più, a volte di meno – e che si fa garante di progetti (a questo proposito, Einaudi ha pubblicato il saggio di Carlo Cresto-Dina, È un’impresa fare un film). Il dibattito sul cinema in Italia è segnato profondamente dalle tifoserie e dalla lottizzazione politica, e questo apre a una serie di scenari dove è innanzitutto difficile mettere a fuoco le necessità reali, non semplicemente suggerite, dell’audiovisivo. Non andare a Berlino e a Cannes significa saltare una vetrina per il nostro cinema, per chi ci lavora, e significa anche non riuscire a esprimere, per un anno, una sintesi, più o meno precisa e più o meno puntuale, di quanto è stato fatto. Ma i film, presi singolarmente, sono il prodotto di autori e dei loro collaboratori.
Il sistema – la politica, i finanziatori, i produttori, le categorie di settore – possono arrivare solo fino a un certo punto. Il problema, insomma, non è unicamente la partecipazione dell’Italia a Cannes: il problema è il modo in cui l’Italia si presenta, anche a Cannes, ed è la fatica che si fa internamente nel riuscire a raggiungere un equilibrio. Ora come ora, Nanni Moretti sta finendo il suo prossimo film, Succederà questa notte; Paolo Sorrentino è fermo, dopo essere uscito in sala, all’inizio di quest’anno, con La grazia; Marco Bellocchio sta preparando il suo prossimo progetto, Falcon, su Sergio Marchionne, e così anche Alice Rohrwacher, che è al lavoro su Three incestuous sisters, con un cast internazionale. Mario Martone, a Napoli, ha appena finito le riprese di Scherzetto con Toni Servillo. La sensazione è che le cose, nel 2027, saranno abbastanza differenti. Ma un’industria degna di questo nome non può vivere incrociando le dita e sperando sempre nella prossima volta.