Spongebob, o la strana sensazione di essere il più piccolo in sala

Spongebob - Un’avventura da pirati celebra l’infanzia e il nonsense: una commedia piratesca su come crescere senza smettere di essere un soffiabolle

Condividi

Nel weekend sono andato al cinema con i miei due bimbi. Siamo andati a vedere Spongebob – Un’avventura da pirati, quarto film dedicato alla spugna marina (e sesto del franchise). La sala era abbastanza piena per essere il primo spettacolo del giorno, alle 15, in una struttura dove tutti volevano vedere Checco Zalone o Avatar. Ed è lì che mi sono accorto che, tra tutti i bambini presenti e i genitori che li accompagnavano, io ero probabilmente la persona che si stava scompisciando di più.

Il film, dopo due spin-off dedicati a Sandy e Plankton non particolarmente apprezzati (e uso un eufemismo), torna a concentrarsi sul protagonista titolare della serie e sulla sua ambizione di diventare adulto, un “ragazzone”, come dice lui: per farlo non basta essere diventato alto 36 vongole, ma affrontare una prova all’altezza, per esempio diventare spadaccino e seguire i consigli del fantasma dell’Olandese Volante. Al suo fianco c’è Patrick, ovviamente, ma soprattutto Mr. Krabs, l’unico a conoscere il segreto dell’Olandese Volante, ossia la sua ricerca di un’anima pura per tornare in carne e ossa e spezzare la sua maledizione.

Assistendo all’un-coming of age di SpongeBob, in questo film diretto da Derek Drymon e scritto da Pam Brady e Matt Lieberman, ho scoperto — o meglio, ho avuto conferma — dell’affinità con la spugna marina che ho sempre sentito fin da quando ne ho visto il primo episodio, più di vent’anni fa.

Il conflitto interiore del film, che porta all’avventura piratesca — più nel senso dei Pirati dei Caraibi che dell’Isola del tesoro — è che SpongeBob vuole dimostrare a tutti di essere diventato un adulto, uno che non ha paura, uno che può affrontare tutto e di non essere più un “soffiabolle”, rinnegando quindi l’amicizia con Patrick e la dimensione puramente infantile della sua vita: l’entusiasmo che infonde in ogni cosa che fa e l’innocenza del suo modo di reagire.

Senonché è proprio il suo modo di pensare e di agire che gli fa superare tutte le tremende prove che il pirata lo conduce a compiere per ottenere il suo scopo; è proprio la capacità di ragionare e vivere come un infante che gli permette di sopravvivere ed è proprio la sua abilità di soffiatore di bolle a renderlo l’eroe della storia: ovvero tutto ciò che la società vorrebbe togliergli per renderlo adulto.

Ed è lì, mentre ridevo più di ogni altro bambino della sala — perché mi godevo l’umorismo nonsense portato al parossismo e l’iperrealismo comico-horror alla Sam Raimi, e gioivo di una verve rinnovata per il personaggio — che ho capito cosa mi legava al film e al protagonista: il fatto che io, e con me coloro che ancora amano la demenza degna di Hellzapoppin’ della spugna gialla, ci rifiutiamo di diventare grandi come vuole il mondo. E non lo facciamo per una scelta consapevole e politica, ma perché non possiamo fare altrimenti: perché preferiamo le bolle alle spade vere, perché scegliamo di fare ciò che ci fa stare bene, con le persone che ci fanno stare bene, anziché lavorare in modi convenzionali.

Sia chiaro: non cerco affatto di convincere qualcuno che le scelte di noi soffiabolle siano più giuste o più importanti di quelle dei ragazzoni. La vita fa il suo giro e ognuno segue l’aria che tira, o le va contro. Ma coloro che hanno messo a tacere il proprio bambino, non riuscendo più a ridere della follia di Spongebob, forse dovrebbero approfittare dell’obbligo di accompagnare i figli e riscoprire il gusto dell’idiozia; altrimenti corrono il rischio che anche i loro figli pensino sia giusto diventare ragazzoni, magari troppo presto, e di ritrovarsi accanto l’Olandese Volante anziché una gioviale, magnifica spugna marina.

Continua a leggere su BadTaste