The Social: il prezzo della verità - com'è cambiato il mondo oltre lo schermo
Con The Social: Il Prezzo della Verità, al cinema dall’8 ottobre con Sony Pictures Italia, Aaron Sorkin torna nell’universo di Facebook attraverso la storia di Frances Haugen. Nel frattempo, quel mondo è diventato il nostro.
Alla fine di The Social Network, Mark Zuckerberg aggiorna una pagina. Ha mandato una richiesta di amicizia a Erica Albright e aspetta che lei la accetti. È ricchissimo, ha vinto quasi tutto, ma David Fincher lo lascia lì: solo, davanti a uno schermo, in attesa di una risposta. Un gesto piccolo e piuttosto umiliante, dopo due ore passate a correre più veloce degli altri. Era il 2010. Oggi viviamo come in quella scena: aspettiamo una visualizzazione, controlliamo chi ha guardato una storia, torniamo su un post per vedere se qualcuno ci ha risposto. Anche quando la risposta, a pensarci bene, avremmo preferito non riceverla. Nel frattempo lavoriamo, ci innamoriamo, leggiamo notizie. Il telefono rimane sul tavolo, a portata di mano. Basta che si illumini per interrompere una frase.
Sono cambiati i volti, e soprattutto è cambiata la posizione da cui guardiamo. Nel film di Fincher potevamo ancora osservare l’ascesa di Facebook come l’avventura di qualcun altro. Ragazzi geniali, rancori universitari, soldi che diventavano troppi per riuscire a immaginarli. Oggi è più difficile mantenere quella distanza. Dentro le conseguenze di quell’avventura ci siamo finiti anche noi.
La promessa di ritrovarsi
Facebook aveva una promessa molto comprensibile: ritrovare le persone. Un compagno delle medie, un’amica conosciuta in vacanza, qualcuno di cui avevamo perso il numero. C’era anche una curiosità meno nobile, naturalmente. Vedere che faccia avesse adesso un’ex, scoprire chi stesse con chi. Il desiderio di connessione conviveva benissimo con il pettegolezzo. Del resto, già il Zuckerberg di Sorkin e Fincher costruiva il futuro portandosi dietro un problema antichissimo: essere accettato.
Poi lo spazio si è affollato. Accanto alle persone che avevamo scelto sono arrivati contenuti selezionati per noi, suggerimenti, video di qualcuno che non ricordiamo di avere mai seguito. Nella descrizione dei propri sistemi, Meta spiega che le raccomandazioni si basano anche su previsioni delle nostre reazioni: quanto è probabile, per esempio, che condivideremo un post. Il feed prende forma attraverso queste valutazioni, insieme ad altri segnali e alle nostre scelte.
Il risultato può essere comodissimo. Scopriamo una canzone e ci piace davvero. Un video ci fa ridere. Restiamo a guardarne un altro. Ci infiliamo nei commenti di una discussione assurda e dieci minuti dopo siamo ancora lì, infastiditi da una persona della cui esistenza ignoravamo tutto. Volevamo soltanto controllare un messaggio.
Il mondo prende la forma del feed
Quando diciamo «l’algoritmo» gli diamo spesso il carattere di una creatura capricciosa. Oggi premia, domani punisce. Chi pubblica qualcosa, per lavoro o vanità, cerca di interpretarne gli umori: la durata giusta, l’ora giusta, una parola da evitare. Ci si adatta, si riprova. Si finisce per pensare alla possibile reazione del pubblico mentre l’idea è ancora in formazione. Una recensione deve avere una frase che funzioni anche da sola, un video deve agganciare subito. Il tempo per arrivare al punto sembra sempre meno.
Questo riguarda anche noi che scriviamo di cinema. Un giudizio netto viaggia bene. La spiegazione di un dubbio chiede più pazienza. Allora un film diventa un capolavoro o una vergogna, magari prima ancora di uscire, e la conversazione comincia già divisa in tifoserie. Non serve che qualcuno ci ordini di esagerare: basta accorgersi che, quando lo facciamo, ci ascoltano di più.
Nel gennaio 2018 Facebook annunciò una modifica al feed per privilegiare le interazioni significative, dando maggiore spazio ai contenuti capaci di generare conversazioni. Nello stesso annuncio avvertiva gli editori che la distribuzione dei loro post avrebbe potuto diminuire. È un dettaglio che dice molto del mondo cresciuto attorno alla piattaforma: una decisione interna a un’azienda poteva cambiare il modo in cui un giornale raggiungeva i lettori. E costringerlo a ripensare ciò che faceva, come lo faceva, quanto poteva permettersi di spendere.
Liquidare tutto con la stupidità degli utenti sarebbe rassicurante. Ci permetterebbe, soprattutto, di sentirci esclusi dal problema. Eppure capita anche a noi di prendere una sequenza di post per una fotografia del mondo. Se una certa opinione compare ovunque nel nostro feed, cominciamo a pensare che sia ovunque davvero. Anche le ricerche sul consumo di notizie su Facebook hanno osservato la tendenza a concentrarsi su poche fonti affini alle proprie preferenze. Il meccanismo ci coinvolge proprio dove ci sentiamo più sicuri: nelle cose che crediamo di sapere già.
Frances Haugen: il prezzo di parlare
È dentro questa familiarità che la vicenda di Haugen apre una frattura. Nel 2021, davanti al Senato americano, l’ex dipendente accusò Facebook di avere privilegiato i profitti rispetto alla sicurezza degli utenti. A sostenere la denuncia erano documenti e ricerche prodotti dalla stessa azienda. Haugen raccontò anche di essere entrata in Facebook perché una persona a lei vicina si era radicalizzata online: voleva contribuire a rendere la piattaforma meno tossica.
È un conflitto che offre a Sorkin un terreno preciso. Il suo cinema torna spesso su chi possiede le informazioni, su chi sa usarle, su chi riesce a farsi ascoltare in una stanza. Qui, al centro, c’è una donna che contesta dall’interno una struttura di potere prevalentemente maschile. E c’è una sproporzione: il peso che può avere la parola di una dipendente di fronte all’autorità dell’azienda per cui ha lavorato. I documenti servono anche a questo. A impedire che quella parola venga trattata soltanto come un’opinione.
The Social: il prezzo della verità può partire da questa storia senza chiedere allo spettatore di ricordare i fratelli Winklevoss o le liti tra i fondatori di Facebook. Il legame con il film del 2010 aggiunge però qualcosa di scomodo. Allora ci divertivamo a guardare quei ragazzi contendersi un’idea destinata a diventare gigantesca. Sedici anni dopo, mentre aspettiamo di vedere che cosa ne farà Sorkin, continuiamo a consegnare a quell’idea pezzi delle nostre giornate.