Tutta l'Italia...o no

Tra pace generica e amori indissolubili, il Festival sceglie di non scegliere: quale Italia (e quali immmagini) traspare da Sanremo 2026

Condividi

Ogni anno, mentre si svolge la rituale settimana laica comunemente nota come Festival di Sanremo, emerge da più parti la citazione di Boris sul rapporto dell’Italia con l’intrattenimento: «Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte». Citazione talmente evidente che è perfino finita in gara al Festival, nel 2021, in testa al brano Mai dire mai di Willie Peyote. E mai come quest’anno, con le bombe che fischiavano sull’Iran e su buona parte del Medio Oriente mentre Carlo Conti celebrava il rito, quella frase non era solo il luogo comune di chi il Festival lo snobbava, ma una constatazione di fatto, poco amichevole.

Così, tra un’interruzione per il Tg e uno scroll per capire se il Leader Supremo Khamenei fosse davvero morto, abbiamo assistito alla celebrazione della canzone più lontana dal contemporaneo che esista — decidete voi se sia un bene o un male: una canzone disco-dance, con i violini e la sezione ritmica che saccheggiano tutto il repertorio del genere, finendo per sembrare una B-side di Cristiano Malgioglio; il cantato neomelodico d’ordinanza; il balletto “tiktokabile”, perché altrimenti a Sanremo fai fatica a emergere; e soprattutto un testo che pare uscito da un programma catechetico degli anni ’60: matrimoni in bianco, il giorno più bello della tua vita, l’amore eterno come una catena senza la quale si muore, le promesse davanti a Dio, il “per sempre” come monito.

Guardiamo anche le immagini, come nostro solito: il gesto chiave della “coreografia” che Sal Da Vinci compie nel finale — il pugno sulla mano, come sbattuto su un tavolo; la mano aperta che si volta mostrando la fede (lo aveva fatto anche Beyoncé, prima di emanciparsi). Per sempre, sì. Promessa o minaccia? Forse sovrainterpretiamo se parliamo, come si è fatto, di revanchismo del patriarcato: Da Vinci è solo figlio di un passato in cui questo modo violento e viscerale di vivere ed esprimere i sentimenti era considerato romanticismo, passione meridionale.

È l’Italia dei valori tradizionali, delle famiglie unite per vincolo divino, che sono il pane della politica contemporanea, non solo in Italia. E infatti non è l’unico a celebrarli: Raf canta i quarant’anni d’amore con sua moglie in Ora e per sempre (che è la sua parafrasi del più tetro “finché morte non vi separi”); Mara Sattei — il cui brano è pura restaurazione melodica primi anni ’90 — parla di un amore che vuole durare per sempre; Chiello pensa sempre a lei che però non lo considera più, tema ricorrente nelle canzoni d’amore: il maschio rimugina e colpevolizza, di solito.

Oltre l’amore, inevitabilmente al centro della stragrande maggioranza dei brani, l’Italia musicale è anche fatta di giovani che cercano di guardarsi dentro, di fare i conti con i propri limiti e difetti, di contrastare la cosiddetta società della performance. E a questi giovani, a volte, sembrano volersi affidare anche i più anziani: Raf ha scritto musica e parole con il figlio; Francesco Renga ha cambiato il suo team di autori e produttori scegliendo una generazione successiva alla sua per svecchiare il sound e rilanciarsi; Tullio De Piscopo si è affidato con gioia alle cure di LDA e Aka7even. Per non parlare del successo meritato di Sayf, ventisettenne genovese proveniente dal rap ma capace di mescolare dentro un sacco di cose, tra cui il cervello: è stata la rivelazione del Festival.

Non illudiamoci però: quest’ultimo Sanremo firmato Conti non ha cercato il rinnovamento, come aveva fatto Amadeus. Ha puntato alla restaurazione, pensata per un pubblico televisivo prima che discografico; a mettere tutti al loro posto; a non scontentare nessuno; a titillare il gusto del sedicenne con Samurai Jay e quello dell’ottantenne fan di Patty Pravo, raggiungendo tutte le fasce intermedie. Editorialmente è una scelta sensata, perché se la musica italiana va verso certi suoni e certe generazioni, la platea del Festival è più ampia e tradizionalista; se le case discografiche paiono voltarti le spalle, ti affidi a nomi sicuri. Solo che dentro queste scelte si nasconde il grigiore degli impiegati statali, sereni perché niente può andare storto se accarezzi la rete — e il partito — nel verso giusto, senza fare propaganda, cercando di strizzare l’occhio ai fautori del nuovo e del progresso.

Si parla di violenza contro le donne e libertà femminile, ma poi si fa una battuta sui jeans troppo stretti delle ballerine; si rivendica la gelosia maschile e poi si stigmatizza il bullismo; si esalta la figura di una centoseienne che ha votato contro la monarchia, ma si cancella la testata comunista che accompagnava la foto per un refuso; si ordina un genericissimo «W la pace e abbasso la guerra», poi si fa sfilare Bocelli come un generale prussiano su un cavallo chiamato “Caudillo”, l’equivalente spagnolo di Duce o Führer, definizione attribuita soprattutto a Francisco Franco, il dittatore spagnolo che affiancò il sorgere del nazifascismo europeo.

Più che affrontare le sfumature del Paese o del mondo, Conti preferisce accostare gli opposti in nome di una par condicio di facciata, tanto nella musica quanto nella politica (se quell’acqua di rose può chiamarsi tale), quanto soprattutto nello spettacolo televisivo: mezzi clamorosi — dalla scenografia semovente all’impianto luci fino alle molte telecamere steady montate su carrelli o fili per volare — che danno il meglio di sé quando deve cantare Laura Pausini o quando arrivano gli ospiti, mentre sembrano non sapere dove andare e cosa fare durante le canzoni in gara. Un rapporto con le immagini automatizzato, costruito nei modi e nelle forme sulla misura del reel: formati che variano guardando spesso al cellulare o alla vecchia tv in 4:3, balletti continui, mossette a sottolineare le parole — e allora viva gli interpreti LIS, veri fenomeni — senza un contatto con il testo o il senso della performance, fatte poche eccezioni, tanto da perdersi gli imprevisti migliori, come il bacio tra Gaia e Levante che, visto l’andazzo, ha fatto parlare di censura.

Maurizio Pagnussat, regista televisivo di lunghissimo corso, ha scelto il barocchismo come metro del Festival e la giustapposizione dei materiali come struttura, quasi senza autori, come se il Festival si facesse da solo. Così accade che accanto a un genio come Nino Frassica, ancora oggi uno dei più travolgenti comici in circolazione, si affianchi Alessandro Siani che azzecca un tempo comico su tre; mentre una sera Pilar Fogliati o Giorgia Cardinaletti mostrano classe, charme e competenza, in un’altra occasione Irina Shayk riporta alla mente le vallette-statue del passato, a cui — tra una battuta sul fatto che non sappiano l’italiano e un commento sulle loro tette — si lascia annunciare qualche cantante (è curioso che in conferenza stampa si sia lasciata andare a una battuta sul fatto che Conti, proprio nel 2015, l’avesse voluta come conduttrice ma le avesse fatto fare solo la valletta). E quando provano a cimentarsi con l’intelligenza artificiale, una volta, esperimento bocciato e mai replicato, esce fuori una platea fatta di paperelle che preferiamo Skynet piuttosto.

Il Festival, almeno questo Festival, non vuole negare che fuori dal teatro e dalle musichette ci sia la morte, anche se quasi tutte le canzoni paiono scritte dentro una bolla, autoriferite se non autobiografiche. Ma la ammette in pillole omeopatiche talmente blande — brutte nei modi televisivi e sbagliate in quelli concettuali — da far venire un’insana voglia di Elettra Lamborghini. Uno su tutti, l’allucinante monologo sui social e le droghe di Vincenzo Schettini, uno che, almeno in questo momento della sua vita, per tutto ciò che si sa su di lui, dovrebbe chiudersi in casa e aspettare che passi la tempesta.

E il cinema? Se il Festival è — e ne siamo abbastanza convinti — lo specchio del Paese, il cinema non fa più parte di quell’immagine e ancora meno dell’immaginario popolare: non c’è nelle immagini (escluso il formato panoramico durante Magica favola di Arisa, brano dal sapore disneyano); non c’è nei pensieri dei cantanti se non in vaghissime citazioni; non c’è nel contenitore televisivo, con una sola marchetta che ha permesso a Virginia Raffaele e Fabio De Luigi di esibirsi in un pessimo sketch (un brutto omaggio a Buster Keaton e Jerry Lewis) a sostegno del loro nuovo film. Lo si trova, e meno male, nei videoclip — ma ne parliamo in separata sede.

Ora, dopo due anni che hanno riportato Sanremo alla sua identità nazional-popolare, in un senso forse più deteriore di quanto auspicato, la palla passa a Stefano De Martino, ballerino da talent, uomo da gossip e nuovo volto sicuro di Rai 1. Uomo giovane e con poca esperienza: due caratteristiche che potrebbero essere fondamentali per fare meglio, se non si lascerà turlupinare dai vecchi marpioni che cominceranno a gravitargli intorno.

Continua a leggere su BadTaste