Une femme est une femme
Dall’eterno presente di Pulp Fiction alle vendette di Kill Bill: un viaggio nel cinema di Quentin Tarantino, autore femminista che riscrive la Storia attraverso la forza dei suoi personaggi. Kill Bill: The Whole Bloody Affair è in sala fino al 3 giugno.
Una volta ho scritto che mentre Scorsese (e con lui Ferrara, De Palma, Schrader e gli altri narratori “metropolitani” della New Hollywood) è nato con il senso del peccato e con una concezione tragica dell’eroe e della sua dannazione, «per Quentin Tarantino la passione non ha più senso, e la vita è un atto unico che si consuma in fretta, senza spiegazioni, esitazioni, di solito senza alternative». E che la sua concezione del tempo narrativo, fortemente ancorata al presente nonostante la straordinaria ricchezza dei flashback (che poi spesso flashback non sono, ma piuttosto deviazioni dalla linearità cronologica) e la perfezione degli incastri (è sempre stato un grandissimo sceneggiatore) tendono a cancellare dallo schermo qualsiasi senso della Storia. Non mi piace citarmi, ma sono passati alcuni secoli e mi sembra quasi che l’abbia scritto qualcun altro: era il 1994 e si discuteva piuttosto animatamente di Pulp Fiction, che aveva appena vinto la Palma d’oro (il presidente della giuria era Clint Eastwood, un signore dalla vista lunga e che a sua volta aveva dovuto soffrire di una certa snobistica sottovalutazione all’inizio del suo lavoro di regista) e che qualche contrarietà critica l’aveva suscitata. Dopo un sacco di tempo, continuo a considerare Pulp Fiction il capolavoro di Tarantino (con, appena appena indietro, Kill Bill, C’era una volta a… Hollywood e Bastardi senza gloria), e credo che grosso modo la sua concezione e il suo lavorio sulla Storia e sul Tempo (anche narrativo) siano rimasti gli stessi. Anche se sulla Storia ha riflettuto parecchio, fino a decidere che la maniera migliore di affrontarla era ribaltarla, concedere all’arte, cioè al cinema, al racconto, alla sceneggiatura perfetta, la grazia dell’happy ending: morte anzitempo a Hitler e ai suoi gerarchi, lunga vita a Sharon Tate.
È chiaro che il Tempo e la Storia (sotto forma di storie, ma non solo, perché abiti, ambienti, geografie, slang, canzoni nei suoi film raccontano molto anche della Storia collettiva) sono al centro dell’affresco enorme e tutto annodato su se stesso che piano piano di srotola e si precisa nelle tante ore di Kill Bill, gigantesca epopea femminile che, per ora, si piazza quasi al centro della sua filmografia e che ribadisce qualcosa che, attraverso gli anni e i film, nel suo cinema non è cambiato, che era percepibile fin dall’inizio (ma quando lo dicevate suscitavate sorrisetti ironici o perplessi) e che non è stato smentito nemmeno dalla presenza di antieroine laide come la Daisy Domergue di The Hateful Eight (che è davvero una bastarda orrenda, ma viene talmente malmenata e maltrattata da quelli che l’hanno catturata da finire per suscitare un discreto senso di solidarietà – e comunque in quel West, in quello Stagecoah 2.0, di gentiluomini ce n’è pochi): Quentin Tarantino è sempre stato un autore femminista. E di questo femminismo naturalmente Kill Bill è il trionfo, anche se la consacrazione definitiva è Grindhouse – A prova di morte, B movie (si fa per dire) travolgente e divertentissimo, considerato per lo più con parecchia supponenza anche da chi oggi ammira e approva qualsiasi storia analoga realizzata da qualsiasi regista, purché donna.
Ora, non è che ogni donna regista sia brava e che ogni uomo regista sia astutamente disonesto nel momento in cui racconta una storia femminile (basta pensare a Bergman-Antonion-Truffaut-Allen-Almódovar, tanto per non fare nomi). Quentin Tarantino forse non ha l’acume (né l’interesse) introspettivo dei cinque grandi citati ma, a partire dall’energica madre infermiera, certamente conosce bene le donne, come si muovono, pensano, parlano, soffrono, agiscono e reagiscono. E, oltre a conoscerle, si capisce che le ama anche, alla sua maniera: da figlio piuttosto devoto (Jackie Brown), da fratello complice (Mia in Pulp Fiction) o da coetaneo ammirato (ancora in Pulp Fiction, Yolanda/Honey Bunny, Fabienne), da tifoso sfegatato in Kill Bill. Qui, non solo il protagonista evocato dal titolo dà il via all’azione con un gesto efferato e disgustoso, ma poi diventa evanescente, ma l’unica Vipera maschio, Budd, il fratello minore di Bill, nome in codice Sidewinder (Crotalo ceraste), è un pacioccone piuttosto svagato, cui Michael Madsen conferisce una mascolina inettitudine ben lontana dalla folgorante follia di Mr. Blonde nelle Iene. In Kill Bill il gioco viene completamente condotto dai movimenti, più o meno consapevoli, della Sposa: il film è quasi un omaggio a Uma Thurman, musa di Tarantino, che già le aveva messo in bocca un’idea di trama, quando al Jack Rabbit’s Slim Mia raccontava a Vincent Vega la storia di un pilot su cinque agenti segrete, le Fox Force Five, una bionda (il capo), una giapponese (kung fu master), una black (esperta in demolizioni), una francese (sesso come arma) e lei (la più pericolosa del mondo con un coltello in mano).Erano già abbozzate, le componenti della Deadly Viper Assassination Squad di Kill Bill, per ognuna delle quali poi l’autore costruisce un passato, una storia, un evento, un trauma che la rende profondamente umana, quasi accettabile nella sua professione di killer. Persino la più cattiva di tutte, l’algida e perversa Elle Driver di Daryl Hannah, è stata comunque accecata dal maestro Pai Mei per averlo chiamato “miserabile stupido vecchio”: arrogante, violenta e dilaniata dalla gelosia, benda sull’occhio nera o rossa a seconda dell’occasione, non c’è da stupirsi che sia diventata un’assassina tanto abile e ingegnosa. O-Ren Ishii (nome d’arte Cottonmouth, Mocassino acquatico) ha alle spalle un’infanzia tremenda costellata di cadaveri, mentre Vernita Green (Copperhead, Testa di rame) ha davanti un tranquillo futuro borghese di mamma affettuosa. E se Elle Driver non ha mai smesso di essere California Mountain Snake (Serpente reale di montagna), Beatrix Kiddo che fu Black Mamba (Mamba nero) è costretta a indossare panni ancora più letali di quelli di una Vipera: la Sposa, mutilata di un matrimonio, di una figlia, della coscienza, di un pezzo di vita, di un’identità, un corpo inerte su un letto utilizzabile come oggetto sessuale, viva solo per caso, furiosa, letale. La Sposa è solo il più formidabile dei personaggi femminili di Tarantino, precedenti e successivi. Imperfetta, come tutte le donne, quasi “risorta” (come Mia con l’iniezione al cuore) da un immaginario maschile malato, e decisa a contrastarlo, contraddirlo, annullarlo. Un revenge movie al femminile senza tracce di paternalismo.
E dire che tutto era cominciato con otto maschi testosteronici che, seduti intorno al tavolo di un bar di Los Angeles, discutono sulle mance da dare o non dare alle cameriere e sul significato di Like a Virgin di Madonna, definito da Mr Brown “una metafora della fava grossa”, la storia di una tipa che scopa come una matta, a destra e sinistra, mattina e sera.. E poi incontra un tipo come John Holmes… Già allora, nelle Iene, Tarantino sapeva benissimo di cosa parlava quando parlava di uomini. E perciò di donne.Kill Bill: The Whole Bloody Affair è in sala fino al 3 giugno.