A Quiet Place 2: in cosa è superiore al primo capitolo e in cosa no
A Quiet Place 2 riesce a rivaleggiare con il suo predecessore? La missione certo non era semplice. Vediamo che cosa è riuscito e che cosa no
Alieni che ascoltano e uccidono. Uomini che sopravvivono in silenzio.
Lo fa mantenendo lo stesso concept, ma prendendo un’altra fetta di quel mondo. Si salva con molta furbizia e con una grande abilità nella messa in scena. Alcune cose addirittura funzionano più della parte uno. Altre, prevedibilmente, molto meno.
Nulla di esorbitante su carta (arriva un meteorite dal cielo, si scatena il caos, si scappa nelle strade), ma una bomba atomica di spettacolarità che travolge i fortunati che assisteranno al cinema. La fotografia di Polly Morgan ottenuta tramite l’uso congiunto di 35mm, in alcune scene, e digitale ha una grana da pellicola d’altri tempi. La luce brilla sulle superfici di un arancio tetro. Il “rumore” che sporca l’immagine suggerisce l’arrivo imminente di un pericolo. Le ombre sono grezze, quasi tangibili.
Quando scoppia l’apocalisse Krasinski inchioda la cinepresa ai personaggi. La tensione che riesce a creare è altissima anche grazie a un paesaggio sonoro immersivo. Ma l’intuizione principale è di fare jump scare tanto con gli alieni quanto con le persone che corrono all’impazzata o le macchine che sbucano all’improvviso. E poi c’è l’inquadratura incredibile nel veicolo di Evelyn (Emily Blunt). Sta accelerando sfrecciando via dai mostri e tra le macchine. Noi siamo idealmente seduti come passeggeri. Ad un certo punto inchioda, ingrana la retro e si gira a vedere la strada. Si svolgono due drammi contemporanemente: il primo è il terrore nel suo volto, il secondo è l’autobus davanti a lei che sta per schiacciare la macchina procedendo senza guidatore e con un alieno sopra. Indimenticabile.
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Se invece il finale del primo A Quiet Place appariva come un arguto espediente risolutivo poco costruito, la scena di chiusura del nuovo film recupera tutta la potenza del prologo. Un montaggio parallelo tra i due nuovi eroi della storia: i bambini. Prima c’erano i genitori disposti a morire per proteggerli, ora sono loro a dar luce alla speranza. Un momento di enfasi assoluta che arriva nel momento giusto come culmine di un lungo crescendo di ansia, poi tramutata in voglia di vittoria.

Sacrificatissimo anche il personaggio di Djimon Hounsou. Introdotto con un colpo di scena che potenzialmente avrebbe cambiato la saga per il terzo capitolo, non ha il tempo per esprimersi e costruire l’interesse attorno alla sua figura. La dipartita è rapida e (per noi che guardiamo) indolore. Peccato, un passaggio troppo zoppicante che ricorda un certo cinema anni ’90 dove i personaggi secondari erano solo carne da macello. Funziona invece Emmett, ottimo sostituto maschile che ha mille strati di complessità nel volto di Cillian Murphy. Ha una fisicità fragile, ma anche sovrastante. Sembra sempre pronto a scattare e a discendere nella follia. Invece resta sul ciglio. L'ennesima ottima prova in un ruolo ambiguo!
A Quiet Place 2 non riesce a toccare le vette del primo capitolo, ma ritrova una formula vincente che appare ancora fresca soprattuto nell'inizio e nella fine. Sconta qualche ingenuità di troppo in fase di sceneggiatura nella parte centrale, ma riesce ad affascinare allo stesso modo con i giochi sonori e con alcune sequenze di pura adrenalina. Forse è meglio non abusare troppo la "squadra vincente", ma ancora la saga sembra avere molto da dire. In silenzio, ovviamente.