Adattare Roald Dahl al cinema è una sfida impegnativa per i registi, ma un grande regalo per i bambini
Si pensa che adattare Roald Dahl in un film sia semplice. Invece è una delle più grandi sfide, che spesso accettano solo i maestri del cinema
Sono artisti caratterizzati da un linguaggio trasversale, capaci di approdare in territori maturi, talvolta oscuri, ma anche di straordinarie incursioni nell’ironia e nel grottesco. Caratteristiche perfette per compiere l’impresa. Eppure spesso i film tratti da Roald Dahl sono considerati dal pubblico come opere più semplici, momenti di riposo e di divertimento in cabina di regia. Parentesi nella produzione autoriale per dei prodotti più "facili".
Non è così.
Portare i libri di Roald Dahl al cinema con successo è, al contrario, una sfida quasi impossibile, ed alla stregua di una prova della maturità artistica. Richiede infatti l’esperienza di anni per dosare l’equilibrio tra realismo e fantasia. È sempre un’impresa tecnica, per via della quantità di effetti visivi che richiede. È un percorso da affrontare con eleganza, padronanza del mezzo, conoscenza del proprio pubblico. Ma soprattutto chi vuole portare sullo schermo quei racconti deve essere dotato di una sensibilità fuori dal comune. Deve vivere tutto al 200%, vedere ciò che nessuno vede, avere voglia di giocare. Proprio come i bambini.
Spielberg dosa con sapienza lo stupore della meraviglia (l’incontro con il Gigante), il rischio e la paura, e l’ironia grottesca dello scrittore (l’esilarante scena dell’incontro con la Regina). Perché i mondi di Roald Dahl non sono mai solamente una cosa sola. Sono solari, ma anche spaventosi e spesso lugubri. Le Streghe ne è un esempio. Prima l’oscuro Nicolas Roeg ne ha colto l’aspetto orrorifico; poi Robert Zemeckis, nel recente film del 2020, ne ha amato i mostri, le deformità, e la paura fisica.

Matilda 6 mitica di Danny De Vito non cerca di divertire i bambini, ma di capirli. Il libro è stato un modo dello scrittore di processare alcuni traumi dell’infanzia, i problemi scolastici e la severa educazione. Così anche il film parla lo stesso loro linguaggio, ama quello che amano i bambini e le bambine di tutto il mondo. E cerca di tenerli incollati allo schermo come lo scrittore faceva con il libro. È consapevole che immergersi in una storia non può essere un semplice passatempo, ma un atto pedagogico.

Per i bambini superare le prove non significa diventare qualcosa d’altro. Anzi, è proprio quando falliscono che vengono trasformati, spesso in qualcosa di apparentemente umile (ma, forse, in realtà nobile come i topi de Le Streghe). Roald Dahl dice nei suoi romanzi che per vincere bisogna essere se stessi, attenersi saldi ai valori positivi dati dai genitori. E, se non li hanno trasmessi spetta, al singolo riconoscerli e dedurli. La strada più semplice non è mai quella giusta, se porta alla scorrettezza. Il dialogo ha sempre la meglio sul conflitto (il sorprendente terzo atto de il GGG). La fantasia inoltre non è un perdersi, un allontanarsi da ciò che è importante (ovvero i bisogni materiali, soprattutto per i più poveri), ma è una visione speciale degli strati della realtà.
Capire queste cose, comunicarle ai bambini, significa fargli abbracciare la loro condizione dell’infanzia. Un’età meravigliosa, ma in cui le emozioni possono sovrastare. Il pericolo è quindi tanto importante quanto il divertimento, la golosità è voglia di vita, ma il contegno è anche segno di una mente acuta.
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