Alfred Hitchcock, un visionario che ha cambiato il cinema con due uova
Alfred Hitchcock è ancora un riferimento imprescindibile per chi ama il cinema e vorrebbe provare a farlo. In che modo il Maestro della suspense ha cambiato la settima arte e quanto pesa la sua eredità.
Due uova, tanto bastava ad Alfred Hitchcock per mandare a monte un pranzo o una cena. Il regista era terrorizzato dal tuorlo che si rompeva e colava. Certezza che si è rivelata sufficiente per rivoluzionare il cinema mondiale. Infatti Alfred Hitchcock, che oggi avrebbe compiuto 127 anni, prendeva un oggetto familiare e lo trasformava in una fonte di angoscia. La parola d’ordine, per quanto riguarda la cinematografia di Hitchcock, è tensione. Lui non voleva mettere paura, voleva tenere alta la tensione dello spettatore, metterlo in condizione di entrare in una storia e vivere le vicende con lo stesso pathos di chi le stava interpretando. Il suo cinema è moderno ancora oggi, dopo più di un secolo dalla sua nascita, perché è interattivo: i film di Hitchcock non si guardano, si vivono.
Lo spettatore rimane talmente coinvolto da quel che sta vedendo che vorrebbe avere l’opportunità di avvisare gli attori stessi rispetto a quello che potrebbe essere il loro destino all’interno di una trama sempre più fitta e ricca di irruzioni. Hitchcock sovverte la scena partendo da elementi che appartengono alla quotidianità: una doccia, un uccello, una finestra, un bicchiere di latte. Addirittura delle uova, nonostante la sua totale avversione per esse, in Caccia al Ladro diventano quasi un piccolo elemento di minaccia.Il regista e produttore osservava, sezionava e capovolgeva ogni cosa fino a farla diventare teatro dell’impossibile. Questa sua naturalezza, mescolata a costanti voli ascensionali fatti di tensione e pathos, ha portato alcune opere a diventare veri e propri trattati di psicologia comportamentale: Rebecca la prima moglie e La finestra sul cortile hanno dato vita a vere e proprie dinamiche sociali riconosciute – successivamente – anche come disturbi comportamentali.
Tra mostri e suspense
La sindrome di Rebecca è così definita proprio grazie al maestro dell’horror, il primo in grado di capire e veicolare il concetto di “mostro” al di fuori dei canoni classici. I protagonisti delle sue storie non sono quasi mai professionisti dell’efferatezza: il regista britannico fa emergere la duplice moralità di persone comuni che spesso sfocia in senso di colpa, ambiguità e voyeurismo. Una costante frattura tra apparenza e realtà dove a rimetterci sono le illusioni. Arriviamo, quindi, al concetto di suspense: una tensione crescente che sedimenta all’interno del pubblico (sempre onnisciente rispetto ai suoi personaggi) in grado di suggerire lentamente e inesorabilmente cosa sta per accadere, creando un vortice di pathos che culmina con un’esplosione emotiva difficile da gestire. Climax crescente che, al pari di una poesia a incastro, accompagna il pubblico sino al picco massimo della tensione: un concetto che lo stesso regista tiene a spiegare, in maniera approfondita, in una lunga conversazione con François Truffaut – diventata poi un romanzo dal titolo “Il cinema secondo Hitchcock” – ponendo l’accento sulla differenza rispetto alla sorpresa.
La suspense non deve sorprendere, ma deve avvolgere lo spettatore come in una rete, al punto da farlo sentire intrappolato: cresce l’ansia, ma anche la curiosità di capire come reagiranno i protagonisti in ogni singola scena. Differentemente la sorpresa, nel pubblico, termina il suo effetto – così come la potenza – in maniera quasi istantanea. Gli Uccelli (1963) è il manifesto più puro della teoria tensiva applicata alla settima arte. Il pubblico resta incollato allo schermo, si rende conto di quello che sta per succedere: vorrebbe urlare alla protagonista di mettersi in salvo, ma non può farlo. Questo è il tipo di tensione che ricerca, vuole e restituisce Hitchcock: esasperare il contesto fino al limite consentito, partendo da una situazione assolutamente normale. La suspense è la trasformazione – lenta e inesorabile – di clima e ambiente circostante. Si parte dallo schermo e si arriva in sala, poi dritto al cuore dello spettatore. Una prima modalità di superamento della quarta parete.
La prefigurazione e il sogno
Cambiano i confini, quasi a garantire una piena e totale immersione nel girato. La storia diventa centrale e le reazioni dei protagonisti si intersecano con le suggestioni del pubblico - il quale, pur essendo preparato (in qualche maniera) a quello che accadrà, non è mai sazio poiché il regista sa quando è il momento di agevolare indizi e particolari, così come è in grado di capire quando è più opportuno lasciare in sospeso una vicenda, un frammento, un’emozione. Proprio questo gioco d’intesa fra comprensione e mistero ha permesso al maestro dell’horror e del thriller di dar vita a quella che nel settore cinematografico viene definita prefigurazione: un espediente che, in qualche maniera, mette in condizione di comprendere - con piccoli indizi disseminati in altrettanti dettagli delle scene precedenti a quella madre – cosa sta per accadere senza annunciarlo davvero.
Possiamo parlare di prefigurazione quando, ne Il labirinto delle passioni, il regista restituisce – attraverso l’uso di trasparenti – l’effetto delle allucinazioni che anticipano quel che potrebbe succedere. Lo stesso “strumento” lo ritroviamo ne Il declino e La signora che scompare. C’è, poi, la componente onirica: il sogno, nell’universo Hitchcockiano, ha una valenza particolare. Gregory Peck, in Io ti salverò, con la collaborazione di Salvador Dalì, dimostra di mettere l’uomo e il personaggio di fronte a sè stesso per riuscire a scavare nell’anima, ritrovando quelle sensazioni che non avrebbe mai potuto e voluto affrontare. Un’altra rivelazione funzionale è quella che ha James Stewart, dopo la morte di Madeleine, nell’incubo de La donna che visse due volte.
Sognare, per Hitchcock, equivale a mettere un racconto nel racconto: una scatola dentro l’altra che dà spazio ad altri tipi di stratagemmi, tasselli necessari per arrivare a parlare del lavoro più iconico, quello che ha reso Hitchcock intramontabile.
Psyco: come nasce un manifesto cinematografico
Anche a 66 anni dall’uscita nelle sale (il prossimo 24 novembre), Psyco resta un vero e proprio trattato sociale e cinematografico La scena della doccia è diventata un tratto distintivo, un istante talmente conosciuto e iconico da fermare il tempo ed essere comunque riconoscibile. Il regista britannico non avrebbe mai immaginato che quella scena, poi, sarebbe diventata una sorta di tormentone e riferimento con cui fronteggiarsi per coloro che scelgono di abbracciare la settima arte nella propria interezza. L'opera di Hitchcock – grazie a Psyco e a quella scena – è considerata una sorta di “peccato originale” che tutti i cinefili si portano dietro.
Come si arriva, però, a questo grado di influenza? È questione di tempo, modo e intelligenza. Psyco resta una storia nella storia. Quella che vediamo sullo schermo e quella che lo stesso Hitchcock ha portato avanti, fuori dal set, per farla diventare realtà. Nel 1960, infatti, vigeva ancora il Codice Hays: un tacito accordo, in vigore dal 1922, che coinvolge produttori e distributori cinematografici al fine di evitare una censura federale. Nasce così la Motion Pictures Producers and Distributors. Una sorta di autocensura concordata, fra addetti ai lavori, per favorire una prima scrematura fra soggetti ammessi o non ammessi sul grande schermo.
I registi hollywoodiani dovevano alludere anziché mostrare esplicitamente le scene più cruente. Problema che Hitchcock ha trasformato in opportunità, anche in Intrigo Internazionale. Come rappresentare ciò che non si può mostrare? Il girato di Psyco non ha subìto tagli (e in molti si domandano ancora oggi perché, data la severità del Codice Hays), ma dietro tale decisione ci sono una serie di ragioni che hanno a che fare con tecnica, stile e montaggio.
Tensione scenica e censura
Innanzitutto è stata determinante, sia per l’ammissione del film in sala che per la realizzazione dello stesso, la scelta del bianco e nero. Intensità e sobrietà – al netto dei temi trattati – sono riusciti a emergere ugualmente. Per quel che concerne la scena della doccia, le nudità di Janet Leigh furono considerate omogenee (non era presente alcun dettaglio scabroso sul corpo).
In secondo luogo, ma ugualmente determinante per la riuscita del film, non si vede in alcun modo il coltello colpire la donna. E qui torna, nell’atto finale e più coinvolgente, il concetto di prefigurazione applicato alla tensione scenica. I censori, dunque, al cospetto dell’opera finita, non hanno avuto nulla da obiettare e Psyco è diventato il capolavoro che conosciamo oggi. Questa storia, fatta di strategie per sfuggire alla censura e ai tagli, ha accompagnato l’opera durante la distribuzione e promozione.
L’eredità di Hitchcock
Dietro ogni opera di Hitchcock c’è un lavoro di insieme e unità d’intenti che supera qualsiasi possibile ostacolo: la trasformazione a beneficio della suspense avviene prima, durante e talvolta anche dopo il film. Ciascun girato è la summa delle peripezie affrontate dal regista che ha avuto il potere di trasformare la normalità in occasione ed espediente scenico. Nella semplicità di un gesto si celano mille possibili trame e risvolti.
Scoprirli tutti è impossibile ancora oggi, ma forse anche l’unico regalo che Hitchcock ha fatto al cinema e ai suoi estimatori: disseminare indizi ancora validi, dopo più di un secolo, che cambiano ed emergono visione dopo visione, al pari di un tesoro inestimabile che non termina con i titoli di coda ma prosegue ogni volta che qualcuno decide consapevolmente di continuare a premere il tasto Play.