La speranza è una cosa buona... o no? Le ali della libertà compie 20 anni
Il capolavoro di Frank Darabont Le ali della libertà compie 20 anni dall'uscita in Usa. E' diventato uno dei film più importanti della Storia del Cinema.
“Ricorda Red: la speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose. E le cose buone non muoiono mai. Spero che questa lettera ti trovi... e ti trovi bene. Il tuo amico, Andy”.
“Sono in questo momento apocalittico, vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non ho speranze, quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro. […] La parola speranza è cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali, momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più”.
Pier Paolo Pasolini, scrittore, cineasta e poeta, intervento nel programma tv Rai Terza B: facciamo l'appello di Enzo Biagi del 1971, Italia.
Ellis Boyd "Red" Redding, personaggio fittizio del film Le ali della libertà (1994), monologo ambientato nel 1967, Stati Uniti d'America.
Siete d'accordo con le creazioni letterarie e poi cinematografiche Andy Dufresne e Ellis Boyd Redding o con il creatore letterario e poi cinematografico Pier Paolo Pasolini?
Poi accadde qualcosa di molto, molto strano.
Lentamente e pacatamente, come il soave ritmo narrativo scelto dallo sceneggiatore e regista trentacinquenne proveniente dall'horror Frank Darabont, le ali cominciarono a volare. La storia dell'amicizia nata nel carcere di Shawshank nel dopoguerra Usa tra Andy Dufresne e Ellis Boyd Redding divenne un successone dell'homevideo e della tv via cavo. Ovunque. La persona che vi scrive lo vide anche lui in vhs poco più che ventenne... e rimase letteralmente folgorato dalla potenza e bellezza di quelle ali.
Ancora oggi c'è chi visita i luoghi del film come fossero dei pellegrini in cerca di ispirazione. Mansfield Ohio, scelta per le riprese al posto del Maine kinghiano, è meta di fan alla ricerca della quercia dove Andy dà appuntamento ad Ellis. Purtroppo l'albero, oggi, è stato quasi completamente divelto da un tornado. E' ancora in buona salute, invece, l'Ohio State Reformatory scelto per rappresentare la terribile prigione di Shawshank. Ci fanno party, battute di caccia ai fantasmi (si dice sia stregato), ricevimenti, balli liceali di fine anno e addirittura matrimoni.
Qual è il segreto di questo film?
Erano i tempi in cui Freeman non portava sempre il papillon, non era la versione vecchia di Barak Obama e non aveva assunto costantemente come oggi il ruolo di Presidente (Attacco al potere, Invictus), Mentore (Wanted), Narratore (Conan, La guerra dei mondi), Capo Detective (Seven, Nella morsa del ragno, Il collezionista), Geniale Scienziato (Lucy, Batman di Nolan, Transcendence, Winter il delfino), Dio (Una settimana da Dio, Un'impresa da Dio).
Se non ne potete più di vederlo ghignare sempre sicuro di sé dall'alto del suo status di “Morgan Freeman” in qualsiasi film... rivedetevi già stasera Le ali della libertà. Ritroverete un attore umile e accessibile. E seguite quello che fa con gli occhi perché è attraverso gli occhi del suo Ellis, incarcerato nell'imponente istituto penitenziario di Shawshank nel 1927 per uscirne 40 anni dopo nel 1967, che noi vivremo l'avvincente avventura de Le ali della libertà. Eastwood riprese l'idea nel 2004: è attraverso il punto di vista di Freeman, nei panni di un Eddie Dupris molto simile ad Ellis, che noi
riviviamo tutto Million Dollar Baby. Pochi ricordano che quell'altro capolavoro è la visualizzazione di una lunga lettera che il personaggio di Freeman scrive alla figlia del personaggio di Eastwood per invitarla a riconsiderare la vita del padre con più stima ed affetto. Ne Le ali della libertà, la lettera Freeman la scrive direttamente a noi spettatori.
La storia la conoscete. E se non la conoscete... è meglio che la conosciate osservandola da vicino con i vostri occhi e non attraverso queste misere parole.
Quali sono gli altri segreti de Le ali della libertà? Il ritmo da cinema classico imposto da Darabont e una certa distanza della macchina da presa dall'Io dei protagonisti (soprattutto di Andy) in modo tale da permetterci di osservare tutto in una chiave di pseudo-oggettività che serve a Darabont per cucinare a fuoco lento il magistrale colpo di scena finale e stemperare la maggiore violenza delle pagine kinghiane. Sapete quale altro regista secondo noi ha preso ispirazione da Le ali della libertà? Bryan Singer. Il suo film più bello, I soliti sospetti, utilizza la stessa metratura di distanza della macchina da presa dai personaggi.
Darabont uccide un personaggio chiave (e fa benissimo perché serve all'aumento vertiginoso di tensione del pre-finale) laddove King lo lascia andare via. Darabont comprime i secondini in UN SOLO secondino. E non potremmo immaginare nessuno se non il terrificante bullo Clancy Brown come brutale braccio destro dell'asettico ragioniere del male Bob Gunton.
E poi la speranza. Darabont spinge al massimo sull'acceleratore dell'happy ending -anche più di King- facendo esattamente l'opposto rispetto all'approccio che avrebbe poi assunto nei confronti di un altro interessantissimo adattamento kinghiano la cui chiusa ha fatto, e fa ancora, assai discutere. Ci riferiamo ovviamente al devastante The Mist (2007), ultima regia per il cinema di questo affascinante artista classico operante in piena epoca postmoderna. Chissà cosa passava per la testa al buon Frank ai tempi di The Mist.
Ma non vi ricorda qualcuno Andy Dufresne quando ride come un bambino sotto il temporale inquadrato dall'alto? Non vi ricorda il Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia (1952), vero e proprio simbolo di proposta di approccio alla vita col sorriso da parte della vecchia gioviale Hollywood dei musical Mgm?
La speranza. Il vero Pier Paolo Pasolini negava di possederla in quel 1971. Secondo l'Abel Ferrara di Pasolini, laddove la speranza mancava nell'uomo, era invece ancora ben presente nella sua arte non solo per il finale dolcissimo di Salò ma soprattutto per il finale immaginato di Porno-Teo-Kolossal dove il servo del popolo Nunzio afferma perentorio e sereno: "La fine non esiste. Aspettiamo. Qualcosa succederà". I finti Andy Dufresne e Ellis Boyd Redding non sarebbero potuti essere più d'accordo con Nunzio. La speranza era stata la loro molla fondamentale per scassinare la prigione fisica e mentale di Shawshank. Per tornare ad essere uomini liberi in quel fatidico 1967.
Grazie a questo magnifico film, sappiamo come la pensava Frank Darabont nel 1994.
Poi, forse, ha cominciato a pensarla come Pier Paolo Pasolini.