Bad Clips: Mama Bear, il radicale frammento che riporta Curry Barker su YouTube
Dopo il successo di Obsession, Curry Barker torna al corto con Mama Bear: cinque minuti di frammento puro che scommettono tutto sullo spaesamento.
In un commento sul suo canale YouTube, qualcuno ha scritto: “Massimo rispetto per la strategia di girare Obsession solo per finanziarsi il suo nuovo corto sul canale”. Perché Curry Barker, l’autore di uno dei più grandi successi del cinema indipendente di sempre, costato circa 700 mila dollari e finito a incassare più di mezzo miliardo, è prima di tutto un filmmaker di nuova generazione, cresciuto sulla rete, che pensa spesso secondo il formato del frammento, per il quale la dimensione dello schermo connesso è quella principale.
Cinque minuti, una scena madre e nessuna premessa
Mama Bear non racconta una storia in modo convenzionale, nemmeno una storia breve: entra in una storia e ne estrae una scena madre, lasciando allo spettatore il compito di ricostruirne testo e contesto. Il protagonista (John Lee Richardson) dorme sul divano e viene svegliato dal telefono: all’altro capo c’è una voce confusa e spaventata, che parla di pericolo. In fondo alla stanza c’è un’ombra inquietante che sembra osservarlo. Arriva la mamma, che non capisce cosa stia accadendo, e poi una ragazza che si mette a sparare contro il protagonista, come se chiedesse vendetta o giustizia per qualcosa. L’ombra esce dalla zona buia e si rivela: è il doppio del ragazzo appena colpito.
La teoria che collega Mama Bear a Obsession
È il finale di una storia che, prima di essere esperita tramite le immagini, va costruita, va immaginata da chi guarda, un video fatto — e in questo sta il valore proprio dell’esperienza dei nuovi media — per stimolare il confronto e la conversazione, per scambiarsi idee e teorie. Per esempio, una delle più accreditate è che il corto si svolga nell’universo di Obsession, per il modo in cui l’ombra si muove, per il tipo di tensione e anche perché il titolo, che si riferisce al mondo delle favole, richiama il soprannome del personaggio principale, appunto Bear.
Il già visto usato come nessun altro
Arriviamo però al punto centrale, ovvero: com’è il corto? Lo stile e lo sguardo sono quelli che, almeno a chi scrive, fanno pensare che Barker sia uno dei grandi talenti da tenere d’occhio, e il suo lungometraggio uno dei migliori film dell’anno: il segreto è usare il già visto in modo originale, per esempio con zoom e movimenti di camera impiegati in modo imprevedibile e improbabile, rompendo il confine spesso labile tra ridicolo e spaventoso.
Mama Bear però non ricerca lo spavento, bensì vuole dallo spettatore una reazione diversa, uno straniamento: quasi cerca la confusione per generare consapevolezza. Prendiamo per esempio il modo in cui crea suspense e tensione: Barker non usa l’atmosfera né le tecniche di racconto, ma sfrutta un costante effetto sorpresa, ovvero l’esatto opposto della narrazione classica che crea le premesse e poi, magari, le ribalta. Qui non ci sono premesse, ma c’è una manciata di minuti in cui chi guarda è costretto a saltare nel vuoto e poi, se ci riesce, a costruirsi un paracadute.
Perché Barker non vuole capitalizzare su YouTube
È un esercizio di stile e di sicuro uno sberleffo, ma il corto di Barker è anche un gesto di sperimentazione sulle forme filmiche del contemporaneo, un atto di coraggio che non ha la minima intenzione di capitalizzare, almeno non sul terreno d’elezione del Tubo. Per quello c’è il cinema, il nuovo film Anything But Ghosts che Seth Rogen sta già promuovendo, oppure l’idea di un nuovo capitolo di Non aprite quella porta per A24; in rete, però, conta la folgorazione, il potenziale immaginifico anche solo di un’immagine, di un’idea. La forza di una forma, di uno stile contano molto più della complessità di un arco narrativo. Che bello che Barker lo abbia capito e non voglia dimenticarselo.