Bad Clips: Michael Jackson, alla (ri)scoperta di un pioniere
Da Thriller a They Don't Care About Us: come Michael Jackson ha trasformato il videoclip in cinema, collaborando con Landis, Scorsese e Spike Lee
È riesplosa la JackoMania, ammessa sia mai sopita. È bastata l'uscita di Michael, biopic dedicato a Michael Jackson, per accendere nuovamente l'entusiasmo dei fan e crearne di nuovi, visti i grandiosi incassi che sta mietendo ovunque, come il ritorno in vetta alle classifiche delle sue canzoni. Come il film interpretato dal nipote Jafar racconta bene, Jackson è stato anche un pioniere e un innovatore dell'arte del videoclip, contribuendo in modo determinante al passaggio da pura promozione della canzone a forma di comunicazione artistica autonoma, passando per l'uso e la reinvenzione delle forme cinematografiche.
Non si può non cominciare questo percorso da Thriller, il video che ha cambiato le regole del gioco. Diretto da John Landis nel 1983, per supportare il terzo singolo dell'album omonimo, il video fu il più costoso realizzato fino a quel momento (14 minuti di durata per 500 mila dollari), il primo mai trasmesso al cinema e il primo videoclip scelto dal National Film Registry della Biblioteca del Congresso USA per la conservazione.
Landis parte dal clamoroso successo di Un lupo mannaro americano a Londra, girato qualche anno prima, e mostra Jackson e la sua ragazza al cinema, a vedere un horror, sorta di parodia proprio del film di Landis: quando escono perché lei è spaventata, lui la prende in giro raccontandole storie paurose (è il testo del brano) finché non si trasforma in morto vivente assieme ad altri zombie, con cui danza una coreografia tra le più emblematiche della storia del genere, curata in parte dallo stesso Jackson, che del video — ma sarebbe meglio chiamarlo cortometraggio musicale — è anche sceneggiatore e produttore con Landis.In quel momento, il prodotto clip diventa cinema a tutti gli effetti: Thriller è girato in pellicola 35mm con valori produttivi come luci e montaggio pensati per il grande schermo, in cui è il pensiero filmico, e non solo quello cinematografico, a immortalare ed eternare la forza iconografica di Jackson, a renderlo per gli anni '80 ciò che Fred Astaire fu per i '30.
Landis tornerà a collaborare con Jackson con Black or White (1991), dall'album Dangerous, che si ricorda soprattutto per l'abbondante uso di effetti video piuttosto innovativi — come il morphing sui vari volti di differenti provenienze nel finale — e per i molti cameo; ma il regista di Blues Brothers non è l'unico grande regista ad aver realizzato un video per il Re del Pop, senza contare i cineasti che dal videoclip sono poi passati al cinema, come David Fincher.
Il nome più grande di tutti è quello di Martin Scorsese, che nel 1987, mentre stava girando Il colore dei soldi, interruppe le riprese per quattro giorni e portò il suo team creativo sul set di Bad, secondo singolo dall'album omonimo, in cui l'immagine di Jacko si fa più dura, sporca e "rock", tanto nei suoni quanto nei costumi e nel lavoro sulle immagini. Diciotto minuti in cui Jackson interpreta un ragazzo che resiste alla tentazione di farsi trascinare in gesti violenti da un gruppo di amici: lo scontro, come in una sequenza memorabile de I guerrieri della notte, avviene dentro una fermata della metropolitana in cui il cantante, a capo di una gang buona, sfida i cattivi a colpi di danza, come un dissing corporeo.Scorsese va lontano dai suoi lidi, abbraccia uno stile grezzo che guarda alla cultura afro-americana dei bassifondi, parte in bianco e nero, ma poi la musica e il ballo accendono i colori, la coreografia si integra con i suoni e i non-luoghi della metropoli, e la combo regista-performer dà vita a un clip che poteva essere tranquillamente girato da Spike Lee.
Quest'ultimo, nel 1996, diresse They Don't Care About Us, canzone quasi-protesta tratta dall'album HIStory, in un carcere, ma la produzione e le emittenti tv non vollero trasmetterlo per via della violenza, e così ne venne realizzata una seconda versione, meno controversa, girata per le strade di Rio de Janeiro, nelle favelas, fuori da un set e dentro la realtà, immergendo le immagini realistiche in una palette di rosso, giallo e verde che richiamano la bandiera dell'Etiopia, il movimento rastafari e un senso di unità cosmica che è stato sempre il cardine del pensiero "politico" di Jackson: gli stessi del gruppo Olodum, d'ispirazione afro-brasiliana, che compaiono nel video.
La seconda versione del video, quella più celebre ed edulcorata, non è all'altezza dei migliori clip jacksoniani — tra cui segnaliamo i bellissimi Billie Jean (Steve Barron, 1983) e Leave Me Alone (Blashfield, Kramer, Jones, Diener, Jackson e DiLeo, 1988) — ma Lee si rifarà nel 2012 realizzando Bad 25, magnifico documentario che racconta canzone per canzone del disco che, in quella data, compiva 25 anni. E che è ancora, con buona pace di Antoine Fuqua, il miglior omaggio cinematografico al Re del Pop.