Bad Clips: Paul Thomas Anderson e la passione per la musica in movimento
Un viaggio nel cinema musicale di Paul Thomas Anderson: dai videoclip legati ai suoi film alle collaborazioni con Radiohead e Haim, tra stile visivo, sperimentazione e racconto per immagini
Parte oggi una nuova rubrica di BadTaste, a cadenza variabile: più che una rubrica, direi un osservatorio sui videoclip, perché l’arte della videomusica non è solo materiale per promuovere e diffondere canzoni e artisti, ma è stata, a partire dagli anni ’80, ma pure un po’ prima, un mezzo per sperimentare soluzioni estetiche e stilistiche che hanno arricchito il cinema e lo hanno portato un po’ più in là. Parleremo di videoclip del passato e del presente, li tratteremo come trattiamo un film, analizzandoli, capendone l’impatto, le invenzioni, i modi di esprimersi, ricollegandoli al cinema, come oggi, ai tempi di YouTube, si fa più di rado, con molta meno evidenza di quanto accadeva negli anni ’90.
Approfittiamo così dei recenti premi Oscar per raccontare il percorso da regista di videoclip di Paul Thomas Anderson, che ha trionfato lo scorso 15 marzo portandosi a casa tre statuette personali (produttore del miglior film, regista e sceneggiatore) su un totale di 6 per il suo Una battaglia dopo l’altra. A differenza di molti colleghi della sua generazione, penso a David Fincher sopra tutti, i videoclip non sono stati il modo in cui è entrato nello showbusiness, ma un interesse successivo all’ingresso a Hollywood e potremmo dire secondario, perché quasi sempre legato al film di partenza.
Molto spesso, infatti, Anderson ha diretto dei videoclip legati al film di cui erano parte della colonna sonora, replicando in qualche modo stile e atmosfera del film, come nel caso del suo primo clip Try (Michael Penn), dallo score di Boogie Nights, di Save Me (Aimee Mann), da quello di Magnolia, o Here We Go (Jon Brion), presente tra le canzoni di Ubriaco d’amore; altro caso a parte sono i video diretti per quella che è stata una sua compagna, Fiona Apple, tra cui spicca il bellissimo clip di Paper Bag, in cui il ristorante di una stazione diventa luogo perfetto per un musical, con una palette rossa, blu e legno che ricorda i suoi film.Poi, per dieci anni circa, il vuoto. A riportare PTA sulla strada del video musicale ci pensa di nuovo Apple, con Hot Knife, seguita da Joanna Newsom, per cui dirige un paio di clip, tra cui Divers, sorta di esperimento di arte digitale che esalta la statura eterea della cantautrice; ma è soprattutto Jonny Greenwood a riconciliare il regista con la musica per immagini. Il chitarrista dei Radiohead, dal 2007, cura le colonne sonore dei suoi film e così viene naturale ad Anderson dirigere dei promo per la band. Già il primo, Daydreaming del 2016, è tra i più belli della carriera di PTA: Yorke si muove lungo spazi realistici connessi però tra di loro da discontinuità spaziali che ricreano i meccanismi e le dinamiche del sogno, accompagnando il crescendo degli archi e il suono cinematico del brano con il montaggio, giungendo infine a una caverna illuminata da un fuoco arcaico, come se nei sogni tornassimo al mito di Platone.
Altrettanto bello, se non di più, è Anima, un vero e proprio cortometraggio che accompagnò nel 2020 l’uscita dell’omonimo disco solista di Yorke, che vede protagonista il cantante esibirsi in uno dei suoi classici exploit corporei, mescolando alcune canzoni del disco per costruire la storia di un uomo che segue una donna che, rapita come tutti gli altri da una misteriosa forza che li porta altrove, dimentica la sua borsa in metro: coreografato da Damien Jalet, il corto nasce da una suggestione dello stesso Yorke, che voleva miscelare le distopie socio-politiche di Orwell e Metropolis alla pantomima di Chaplin. Ne esce fuori un piccolo kolossal che le immagini di Darius Khondji cesellano in modo impeccabile, tra penombra e chiaroscuri volumetrici, cave, ombre e fasci di luce, sorretto dai movimenti ripetitivi e ipnotici del corpo di ballo – tra cui spicca Dajana Roncione –, una danza per tutti i “lavoratori che non hanno più un corpo”, in cui, se perdi il ritmo, perdi il posto nel mondo.E poi è arrivato il colpo di fulmine con le sorelle Haim, nato ben prima di metterle in scena, specie Alana, in Licorice Pizza: nel 2017, infatti, Anderson dirige un pugno di clip per la band, tra cui Summer Girl, considerato uno dei suoi video migliori, nel quale le tre ragazze escono dallo studio di registrazione e camminano per la città togliendosi uno alla volta gli strati di cui è composto il loro abbigliamento, accompagnate da un sax tenore che le segue, come una versione del XXI secolo di Walk on the Wild Side di Lou Reed. Il lavoro con le musiciste darà poi vita, sempre nel ’17, a Valentine, cortometraggio in cui PTA riprende l’esecuzione dal vivo in studio di tre canzoni della band (Something To Tell You, Nothing’s Wrong e Right Now), seguendo l’esibizione attraverso sinuosi movimenti di macchina vicini al piano sequenza.
L’uso del travelling, del movimento complesso con cui la camera segue i personaggi dei video, è il tratto di stile che accomuna molti dei video di Anderson e i suoi film: lo spostamento dell’immagine e nell’immagine come collante visivo e narrativo delle storie che, al cinema, in più di un’occasione, è divenuto corsa frenetica o liberatoria, mentre nei clip assume un suo ritmo calibrato e preciso, senza enfasi. Come se Anderson, nella musica, trovasse una forma di sollievo, di calmante per i propri nervi: qui a BadTaste, non vediamo l’ora che diriga un musical.