FILM

Bad Seeds: David Robert Mitchell, il passo lento della hybris

Da It Follows a La fine di Oak Street: il percorso di David Robert Mitchell tra genio e rischio oblio

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Nel complesso mondo hollywoodiano, c'è uno spauracchio. Si chiama Richard Kelly: per chi non lo ricorda è il regista che a cavallo del millennio colse un incredibile successo di culto con Donnie Darko, poi si lasciò travolgere dalla hybris, realizzando cinque anni dopo Southland Tales, un farneticante kolossal satirico che non vide nessuno e non piacque a quei pochissimi che lo videro. Kelly non è mai riuscito a emanciparsi dal suo successo, anche quando nel 2009 realizzò The Box, per poi sparire. Tutti i registi emergenti colti da successo dovrebbero studiare quel caso per evitare di compiere quegli stessi errori.

Il nome del regista è tornato sulla bocca di molti per l'uscita in sala di La fine di Oak Street, monster movie familiare che omaggia i film della Amblin di Steven Spielberg, prodotto da J. J. Abrams e diretto da David Robert Mitchell. Quest'ultimo è un regista che ha rischiato (o forse rischia ancora) di finire sulla scia di Kelly: dopo un successo e un riconoscimento critico, balla sul ciglio dell'oblio. Ma andiamo con ordine.

Mitchell si laurea in produzione cinematografica in Florida e realizza un paio di cortometraggi, Kiss nel 2001 come produttore e Virgin nel 2002 come regista e sceneggiatore, quest'ultimo un curioso film sentimentale in cui la ricerca dell'amore si sposa con le visioni della Vergine Maria. Per arrivare a mettere un piede a Hollywood, però, devono passare 8 anni, quando nel 2010 Mitchell esordisce alla regia di un lungometraggio con The Myth of American Sleepover, uno dei migliori film indie degli anni '10: una storia corale, alle prese con un pigiama party che pare più un raduno scolastico, quasi un ritrovo doposcuola come le punizioni di Breakfast Club, in cui il gruppo di adolescenti alle prese con la fine dell'estate e della loro età di maturazione prima del college non ha la frenesia di American Pie o il romanticismo del cinema di John Hughes.

Il film, presentato al SXSW Festival, il vero covo del cinema indipendente USA dopo le evoluzioni di Sundance, prende gli stereotipi del cinema teen statunitense e vi entra a fondo, scavando nei personaggi e nella forma cinematografica, rallentando i ritmi e curando la scrittura dei caratteri: ne viene fuori un film piccolo e mai minimo, costato solo 50 mila dollari ma capace di illuminare con un senso di verità un momento preciso della vita, quello al confine tra sogno avverato e rimpianto. Mitchell dimostra di sapere come scrivere e mostrare il vuoto, il silenzio emotivo, e questa sarà la sua fortuna.

Quattro anni dopo, infatti, su quel silenzio costruisce il film che lo lancia: It Follows, un horror che racconta ancora un gruppo di giovani inseguiti da un'entità soprannaturale che non ha una forma predefinita, un'iconografia chiara, ma passa di corpo in corpo e spesso prolifera nel buio, nell'indefinito, in quello che filmicamente potremmo chiamare vuoto. Da un lato, Mitchell continua a lavorare su ritmi bassi, trattenuti, che vanno in profondità giocando così sull'angoscia più che su tensione o spavento, cercando le radici della paura; dall'altro guarda in faccia i residui del trauma dell'AIDS, del contagio libertino, alla base forse del neo-puritanesimo da parte della generazione Z.

È un film che affascina e sorprende, che fa parlare di un nuovo regista da tenere d'occhio, del nuovo fenomeno della regia contemporanea: ed è vero, ma questo conduce anche alla hybris di cui dicevamo prima. Mitchell raduna quattro produttori — tra cui l'amica d'infanzia Adele Romanski, che finanziò anche il suo primo film — raccoglie 8 milioni e la distribuzione A24 e realizza Under the Silver Lake, un omaggio al noir riletto con l'occhio ebbro del postmoderno, che accumula citazioni e situazioni riconoscibili della cultura pop e, al tempo stesso, si propone come versione contemporanea dell'immaginario lynchano sotto effetto stono, come avrebbero detto i Sottotono trent'anni fa.

C'è uno scansafatiche che diventa detective (Andrew Garfield), fissato con i messaggi subliminali nascosti dietro e dentro i prodotti di consumo, che finisce dentro un delirio complottista per scoprire che fine abbia fatto Sarah (Riley Keough), l'affascinante vicina di casa da poco scomparsa. Parte come Il lungo addio di Chandler/Altman e finisce come un thread di 4chan, pieno di simbolismi, codici da decifrare, luoghi oscuri e coloratissimi nascosti dove tutti possono vederli: è un'opera che affronta il delirio guardandolo in faccia, in un certo senso anti-lynchana perché laddove nel regista di Velluto blu il mistero, gli abissi dell'inconscio vengono raccontati con la partecipazione di chi vi entra consapevolmente, Mitchell invece resta fuori, affascinato dai colori e dalle forme, ma desideroso tanto di capire quanto di irridere chi cerca di decifrare i misteri, quindi anche sé stesso.

È un film che sfugge a molte definizioni e quindi anche al gusto del pubblico, rivelandosi un flop critico e commerciale (al netto dello status inevitabile di cult movie) che ha bloccato lo sviluppo di una carriera. Ecco perché, sette anni dopo, Abrams lo ha voluto al suo fianco, un po' come Spielberg con Tobe Hooper per Poltergeist: La fine di Oak Street, con il suo modo peculiare di rileggere un genere familiare e le sue convenzioni, i piccoli tocchi di follia e il suo andamento quasi sghembo, era il film perfetto allo scopo. È uscito però nell'estate di Odissea e Spider-Man e non ha trovato il pubblico che forse si meritava.

E allora, a un regista bravo, originale, capace di comunicare anche restando sotto le righe, cosa resta da fare per non rischiare di fare la fine di Kelly, ossia sparire? Tornare al passato, al suo maggiore successo, e realizzarne il seguito, They Follow, previsto per l'anno prossimo; e poi ibridarlo con il suo primo film e cominciare a lavorare a Evergreen Pines and the Fading Summer, in cui un campeggio estivo e la scomparsa di un uomo si mischieranno sotto l'egida, pare, di Jim Carrey. Buona fortuna.

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