FILM

Bad Seeds: Travis Knight, il maverick dell'animazione in stop motion

Travis Knight, da figlio del fondatore Nike a re della stop motion: la parabola del regista di Wildwood, il kolossal in plastilina

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Per cambiare o fare la storia ci vuole soprattutto tempo, ma è vero che Wildwood, il film d’animazione targato Laika che ha riscritto la parola kolossal a lettere di argilla e al ritmo dell’animazione stop motion, ci si è impegnato molto per finire negli annali, per esempio, come il più lungo e costoso film animato a passo uno di tutti i tempi. Al netto di questo, però, bisogna riconoscere al suo regista Travis Knight l’onore delle armi per essere entrato, venti anni fa, in un business pensato per il piccolo, per la nicchia, e averlo portato a vette piuttosto alte.

Era figlio del fondatore della Nike, ma sognava l’argilla

Nasce molto fortunato, Knight, nel 1973, figlio del fondatore e allora presidente della Nike, però possiamo dire che il suo è uno dei casi in cui il privilegiato ha saputo conquistarselo, con talento, studio e lavoro. Dopo un’adolescenza e una giovinezza nel segno del rap, incidendo un album come Chilly Tee, il ragazzo capita per caso nell’animazione: il padre investe in uno studio che lavora con l’argilla e la plastilina, diretto da Will Vinton, e lo piazza come stagista. Un nepo baby, lo chiameremmo oggi, ma la gavetta fatta nello studio, tra serie televisive, spot e promo, lo forma, gli fa capire in cosa consiste l’animazione in stop motion, cosa è possibile migliorare nelle modalità di produzione e come.

Perché l’animazione, e quella fatta con i pupazzi artigianali più di ogni altra, è in un certo senso l’emblema del cinema, ovvero tecnica e tecnologia al servizio di una visione artistica, capire come risolvere un problema pratico per comunicare qualcosa in senso estetico ed emotivo. Knight lo fa prima come produttore a capo di Laika, uno studio specializzato in stop motion (a cui chi scrive ha dedicato un articolo qualche giorno fa), poi come regista, ed è questo che ci interessa in questa sede.

Da Henry Selick a Kubo: nasce il titanismo a passo uno

Il suo mentore, potremmo dire, magari esagerando un po’, è Henry Selick, la mano che ha reso possibile Nightmare Before Christmas, del quale produce Coraline. Da lui apprende forme e modi che affina come animatore in film diretti da altri e poi mette in pratica nel suo primo film da regista: Kubo e la spada magica mostra da subito un’ambizione incredibile, un titanismo che fino a quel momento sembrava incompatibile con i modelli dell’animazione a passo uno.

Il film è un fantasy storico che mette in scena battaglie di samurai e dei, con set e movimenti complicati, e che cerca l’emozione dentro lo spettacolo, la meraviglia artigianale nei pupazzi e nei set che sembrano intagliati nel legno, provando a replicare sulla scala di un film statunitense l’essenza magica delle opere di Kiyoshi Saito, uno dei principali artisti giapponesi del Novecento.

Il talento di Knight è così anche il suo obiettivo: realizzare nel migliore dei modi, con la più ostica delle tecniche, cose mai viste, per modalità di animazione e scala immaginativa. È uno di quei producer della Hollywood dell’età dell’oro che di fatto lavoravano da registi — anche se all’epoca non si sarebbero mai permessi di “firmare” un film come tali — perché era l’unico modo per portare avanti le loro ambizioni visionarie e impossibili. Guardando oggi ciò che ha fatto, potremmo dire che tutto mirava a Wildwood.

Bumblebee e Masters of the Universe: l’intermezzo live action

Dopo i risultati economicamente deludenti di Kubo, Knight si allontana dall’animazione in senso stretto e si dedica a due film pensati per un pubblico mainstream: il primo è Bumblebee, spin-off della serie Transformers, il cui protagonista è, non casualmente, il personaggio più vicino al mondo infantile, quello che sarebbe più probabile trovare in un film animato, ossia un’automobile che non parla, ma comunica tramite le canzoni trasmesse dalla sua autoradio. E il film infatti sembra voler parlare a un pubblico più giovane rispetto a quello dei film diretti da Michael Bay, con un’idea di spettacolo e azione più leggera e scanzonata, dove le interazioni tra la creatura animata digitalmente e la protagonista umana Hailee Steinfeld sono più importanti della vicenda avventurosa, rimandando a film degli anni ’80 come Corto circuito.

Il secondo è un altro kolossal, sempre legato agli anni ’80 e alla dimensione del giocattolo, ovvero Masters of the Universe, l’adattamento contemporaneo della celebre collezione di action figures e della serie animata: qui il lavoro di Knight non è nell’animazione di figure digitali — quasi totalmente abolite da Laika e quindi per lui terreno di sperimentazione — ma nel ricreare lo spirito scanzonato con cui da piccoli si immaginavano battaglie e duelli, creature e mostri. Il film cerca un po’ troppo lo spirito parodico e autoconsapevole del Thor di Waititi per risultare genuino e infatti è stato un grosso insuccesso, ma il lavoro su set e ambizioni industriali simili ha aiutato Knight a definire meglio lo spirito della sua magnum opus.

Un flop annunciato? Perché Wildwood merita lo sguardo della storia

Perché tra questi due film relativamente live action sono trascorsi otto anni, durante i quali Knight si è dedicato quasi in esclusiva alla produzione di Wildwood, da qualcuno già ribattezzato I cancelli del cielo del cinema in plastilina, con riferimento al colossale flop del capolavoro di Michael Cimino. Forse sarà così: noi preferiamo concentrarci sulla potenza di quel film del 1981 e sul senso cinematografico del paragone. Perché quello di Knight è un film che fa quello per cui certi sognatori del passato hanno reso grande il cinema e dato un senso globale a un piccolo passatempo di provincia, ovvero rendere possibile l’impossibile, lavorare, sudare e costruire, con le mani e con i pensieri, per realizzarlo. E se il pubblico di oggi non lo coglie, non fa niente: il tempo e la storia, specie quella del cinema, sono galantuomini.

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