Bohemian Rhapsody: cosa rende così efficace il film su Freddie Mercury - Bad Tribute
Il Bad Tribute dedicato a Bohemian Rhapsody, fresco vincitore del Golden Globe
Rimando alla videorecensione di Francesco Alò per una dettagliata - e da me condivisa in toto - analisi del tono volutamente fiabesco del film, addentrandomi nell'impervio sentiero della filosofia alla base del prodotto.
In quest'ottica, Bohemian Rhapsody rispecchia appieno il carattere dell'uomo che sta andando a raccontare, piegando a proprio piacere la cronologia ed enfatizzando contrasti - mai concretizzatisi realmente in rotture - al fine d'intrattenere lo spettatore secondo modi che, seguendo pedissequamente la storia dei Queen, sarebbero stati del tutto impraticabili. Abbandonando ogni pretesa filologica, il film di Singer e Fletcher punta quindi a (ri)evocare piuttosto che a documentare, a suggestionare piuttosto che a redigere una cronaca in immagini.
È, in poche parole, una prostituta filmica; d'alto bordo, s'intende, poiché che i rodati schematismi della fiaba non risultano mai forzati, ma forniscono lo scheletro ideale su cui montare uno spettacolo rutilante. Dimostra qualche lentezza nella parte mediana, ma riprende folgorante nel climax che porta a un finale sentimentalmente, musicalmente e hollywoodianamente catartico, con Mercury che risorge dalle ceneri come la fenice da lui stesso inserita nel logo dei Queen.
Quasi a echeggiare le domande pruriginose dei giornalisti nella conferenza stampa, Bohemian Rhapsody suggerisce gli eccessi senza mostrarli. Non v'è censura reticente che possa motivare un'effettiva indignazione: la dissolutezza c'è, come pure un percorso di accettazione e dichiarazione di sé che copre (almeno) metà del film. C'è persino lo spietato virus assassino, la cui scoperta viene retrodatata appositamente per essere affrontata prima del finale che, l'abbiamo già accennato, chiude la parabola di Mercury sulla nota più alta, più pura e più gloriosa della sua carriera.
È legittimo non amare Bohemian Rhapsody, sia chiaro: quel che importa è odiarlo per ciò che è, senza condannarne la divergenza da un modello di racconto - quello filologico - che non ha mai voluto inseguire. "I'm just a cinematic prostitute, my dear": questo è il grido che sembra prorompere da ogni fotogramma, da ogni battuta. Proprio come Mercury, bestia da palco lungi dalla tentazione eremitica di voler creare per sé, Bohemian Rhapsody urla a gran voce per essere ascoltato dal pubblico, disdegnando l'autorialità più polverosa in favore della comunicazione.