Bridgerton? Li ho letti tutti.
Dai romanzi di Julia Quinn alla serie Netflix di Shonda Rhimes, Bridgerton ha trasformato il romance storico in un racconto politico su desiderio femminile, inclusione e ridefinizione dell’happy ending. Benvenute e benvenuti al secondo capitolo di Oh My Romance.
Non solo li ho letti tutti, ma li ho letti in inglese, perché all’epoca i libri di Julia Quinn non erano ancora stati tradotti in Italia.
Ricordiamoci che The Duke and I, il primo capitolo della saga Bridgerton, è stato pubblicato ben ventisei anni fa e, prima di diventare l’ispirazione per la popolare serie tv prodotta da Shonda Rhimes, i libri avevano già conquistato lettori in tutto il mondo, grazie alle storie d’amore, all’umorismo e alla ricostruzione dell’epoca Regency londinese, che colloca i romanzi nel genere del romance storico.I romanzi sono apprezzati per il loro stile ironico e coinvolgente e perché mettono in scena dinamiche di classe e familiari. Ogni volume mette in rilievo virtù, fragilità e trasformazioni interiori dei personaggi, intrecciando desiderio, difficoltà sociali e crescita personale. Arrivo a dire che, in qualche modo, il mondo dei romanzi di Bridgerton riflette l’eredità del romance storico classico di Jane Austen. Molto dobbiamo a Quinn che, con il suo successo - oltre 20 milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti - ha contribuito a ridefinire il modo in cui il romance viene percepito nello spazio mainstream: non più un prodotto a uso e consumo “femminile” e per questo svalutato. E molto dobbiamo anche a Shonda Rhimes, che ha prodotto per Netflix la serie tv tratta dai libri.
Rhimes ha voluto investire nel romance e ha reso lo show una produzione ad alto budget, curata nei minimi dettagli. Produttrice e showrunner di serie popolari e femministe (come Grey’s Anatomy), con Bridgerton ha compiuto un ulteriore salto: il romance è diventato il cuore politico dello show. Ogni stagione costruisce un arco narrativo centrato sul desiderio femminile, le donne sono soggetto e non oggetto. Daphne, Kate, Penelope, Eloise e ora Sophie non sono pedine passive in cerca di marito, e il matrimonio — che rimane l’happy ending — si trasforma in terreno di contrattazione e scelta.
Non manca nemmeno l’inclusione. Uno degli elementi più discussi dello show è infatti la scelta del blind casting, ovvero l’assegnazione di ruoli ad interpreti di diverse etnie senza vincolarsi a una presunta fedeltà storica. Una regina nera, duchi asiatici o afrodiscendenti non sono una semplice operazione estetica, così come non è solo una mossa “da algoritmo” l’attualizzazione delle trame verso relazioni queer. Anche in questo caso Shonda Rhimes amplia l’orizzonte: nella società Regency, dominata da matrimoni strategici e norme rigidissime, il desiderio queer diventa questione politica oltre che identitaria.È appena arrivata in streaming la seconda parte della quarta stagione, dedicata a Benedict, ma aspetto con ansia la serie su Francesca. A differenza dei libri, il suo interesse amoroso non sarà più Michael, ma Michela, e sarà interessante capire come gli autori manterranno l’equilibrio tra l’happy ending richiesto dal genere e la realtà storica. Arriveranno a mettere in discussione l’istituzione del matrimonio come unica scelta possibile? Se accadrà, che rivoluzione sia.