FILM

Carla Simón, il racconto delle donne e il rischio dell’autobiografia

Nel nuovo L'ha diretto una femmina, un approfondimento sul cinema femminile europeo e il lavoro di Carla Simón.

Condividi

Per molti anni, nel parlare di “cinema femminile” europeo, il termine è stato usato per indicare una categoria a parte, un recinto in cui le donne potevano raccontare storie intime, familiari e private, mentre il grande cinema della Storia, della politica o della società rimaneva roba da degli uomini.

Negli ultimi vent’anni questa distinzione è progressivamente saltata grazie a grandi autrici, prima fra tutte Agnès Varda. Agnès Varda ha mostrato come il personale possa essere politico. Nei suoi film la vita quotidiana, i corpi femminili, l’invecchiamento, il lavoro domestico, la memoria e perfino gli oggetti abbandonati diventano strumenti per interrogare la società e i rapporti di potere. Molto prima che si parlasse di “female gaze”, Varda aveva già dimostrato che lo sguardo di una donna poteva cambiare non soltanto i personaggi raccontati, ma il modo stesso di guardare il mondo. Molte delle registe europee di oggi, da Céline Sciamma a Mia Hansen-Løve, ma anche Alice Rohrwacher e Justine Triet hanno seguito il percorso che Varda ha tracciato, quello di un cinema in cui l’esperienza individuale femminile diventa uno strumento per leggere il mondo e la Storia.

In questo percorso la famiglia è diventata uno dei grandi territori di esplorazione del cinema europeo contemporaneo, non più solo il luogo rassicurante della tradizione, ma uno spazio attraversato da assenze, silenzi, traumi ereditati, ed è proprio in questo spazio critico che si inserisce il cinema di Carla Simón.

L'esperienza di Romería

Dopo il successo di “Estate 1993” e di “Alcarràs”, la regista catalana classe 1986 torna ancora una volta alle proprie origini con “Romería”, probabilmente il capitolo più personale della sua filmografia. La protagonista è Marina, ragazza orfana che, in cerca della firma necessaria a ottenere una borsa di studio, intraprende un viaggio in Galizia per conoscere i nonni e la famiglia del padre, morto di AIDS quando lei era solo una bambina. Quel viaggio è in realtà un’indagine identitaria, un tentativo di ricostruire una storia familiare fatta di ricordi frammentari, omissioni e fantasmi.

Il film si ispira all’autobiografia della stessa Simón, che ha perso entrambi i genitori a causa dell’AIDS quando era molto piccola, così come gran parte del suo cinema ruota attorno a quella ferita originaria. Ma se “Estate 1993” raccontava il trauma dell’infanzia e “Alcarràs” osservava la memoria collettiva di una comunità rurale, “Romería” sembra il tentativo di affrontare direttamente l’assenza che sta all’origine di tutto il percorso artistico della regista.

Tra sole, gite in barca, bagni dove l’acqua è freddissima e feste di paese, armando la sua protagonista di una telecamera a mano e del diario della mamma scomparsa, Simón mette al centro un gesto tipicamente femminile nel cinema contemporaneo, la volontà di recuperare una genealogia cancellata. Marina non cerca soltanto informazioni sui genitori, cerca un posto nel mondo, cerca di capire come l’assenza dei suoi genitori e il silenzio degli adulti attorno a lei abbia modellato la sua identità.

Come nel recente “Il suono della memoria”, sempre diretto da una donna europea (Mascha Schilinski), la memoria diventa un terreno da negoziare e la protagonista è costretta a confrontarsi con una rete di rimozioni che riguarda tanto la sfera privata quanto quella sociale. Purtroppo è proprio qui che emergono anche i limiti dell’operazione. Il cinema autobiografico vive sempre di una tensione delicata, più si avvicina alla verità personale, più rischia di allontanarsi dalla verità cinematografica e in Romería si ha spesso la sensazione che Simón stia ancora elaborando un dolore invece di osservarlo. La materia autobiografica appare così vicina da rendere difficile quella distanza critica che permette a un’esperienza individuale di trasformarsi pienamente in racconto universale.

Molte scene possiedono una sincerità disarmante, ma non sempre trovano una forma altrettanto incisiva. L’impressione è che la regista protegga i propri personaggi, i propri ricordi e persino le proprie omissioni. Là dove c’era forse da scavare nelle contraddizioni o nelle zone più scomode della memoria familiare, Romería preferisce restare nell’ambito della contemplazione e della ricostruzione affettiva.

Resta comunque un’opera significativa all’interno di un cinema delle donne che continua a partire dall’esperienza individuale, ma che si confronta sempre più apertamente con la memoria, l’identità e la trasmissione del trauma tra generazioni. La domanda che attraversa il film, in fondo, è sempre la stessa: come si costruisce la propria identità quando la storia che dovrebbe raccontarti è stata cancellata, rimossa o dimenticata? Romería non offre una risposta definitiva, forse perché Carla Simón stessa la sta ancora cercando.

Continua a leggere su BadTaste