Carla Simón, il racconto delle donne e il rischio dell’autobiografia
Nel nuovo L'ha diretto una femmina, un approfondimento sul cinema femminile europeo e il lavoro di Carla Simón.
Per molti anni, nel parlare di “cinema femminile” europeo, il termine è stato usato per indicare una categoria a parte, un recinto in cui le donne potevano raccontare storie intime, familiari e private, mentre il grande cinema della Storia, della politica o della società rimaneva roba da degli uomini.
In questo percorso la famiglia è diventata uno dei grandi territori di esplorazione del cinema europeo contemporaneo, non più solo il luogo rassicurante della tradizione, ma uno spazio attraversato da assenze, silenzi, traumi ereditati, ed è proprio in questo spazio critico che si inserisce il cinema di Carla Simón.
L'esperienza di Romería
Dopo il successo di “Estate 1993” e di “Alcarràs”, la regista catalana classe 1986 torna ancora una volta alle proprie origini con “Romería”, probabilmente il capitolo più personale della sua filmografia. La protagonista è Marina, ragazza orfana che, in cerca della firma necessaria a ottenere una borsa di studio, intraprende un viaggio in Galizia per conoscere i nonni e la famiglia del padre, morto di AIDS quando lei era solo una bambina. Quel viaggio è in realtà un’indagine identitaria, un tentativo di ricostruire una storia familiare fatta di ricordi frammentari, omissioni e fantasmi.
Tra sole, gite in barca, bagni dove l’acqua è freddissima e feste di paese, armando la sua protagonista di una telecamera a mano e del diario della mamma scomparsa, Simón mette al centro un gesto tipicamente femminile nel cinema contemporaneo, la volontà di recuperare una genealogia cancellata. Marina non cerca soltanto informazioni sui genitori, cerca un posto nel mondo, cerca di capire come l’assenza dei suoi genitori e il silenzio degli adulti attorno a lei abbia modellato la sua identità.
Come nel recente “Il suono della memoria”, sempre diretto da una donna europea (Mascha Schilinski), la memoria diventa un terreno da negoziare e la protagonista è costretta a confrontarsi con una rete di rimozioni che riguarda tanto la sfera privata quanto quella sociale. Purtroppo è proprio qui che emergono anche i limiti dell’operazione. Il cinema autobiografico vive sempre di una tensione delicata, più si avvicina alla verità personale, più rischia di allontanarsi dalla verità cinematografica e in Romería si ha spesso la sensazione che Simón stia ancora elaborando un dolore invece di osservarlo. La materia autobiografica appare così vicina da rendere difficile quella distanza critica che permette a un’esperienza individuale di trasformarsi pienamente in racconto universale.
Resta comunque un’opera significativa all’interno di un cinema delle donne che continua a partire dall’esperienza individuale, ma che si confronta sempre più apertamente con la memoria, l’identità e la trasmissione del trauma tra generazioni. La domanda che attraversa il film, in fondo, è sempre la stessa: come si costruisce la propria identità quando la storia che dovrebbe raccontarti è stata cancellata, rimossa o dimenticata? Romería non offre una risposta definitiva, forse perché Carla Simón stessa la sta ancora cercando.