Cime Tempestose: il glamour come vendetta
Nel Cime Tempestose di Emerald Fennell l’estetica non è decorazione ma politica: il lusso diventa piacere erotico, strumento di rivalsa sociale e specchio ambiguo del desiderio dello spettatore.
La caratteristica più evidente e memorabile del nuovo Cime Tempestose di Emerald Fennell è, indubbiamente, il suo lusso estetico. Questa ricchezza inventiva negli ambienti e nei costumi, sottolineata nella pubblicità del film già prima dell’uscita, non è però secondaria ma il punto politico del film. L’intento dichiarato delle particolari scenografie di Suzie Davies (di cui infatti è stata realizzata una set visit per Architectural Digest), più che di fare una versione storicamente accurata dell’opera di Emily Brontë (per quanto possa esserlo un adattamento di un romanzo di finzione), è proprio quello di dare un’impronta fortemente autoriale alla storia. Dall’uso del linoleum rosso per i pavimenti di casa Linton alla stilizzata decadenza gotica della residenza di Heathcliff, passando per l’eccentrico modernismo dei costumi indossati da Margot Robbie, l’impresa estetica in Cime Tempestose ha la funzione primaria di mettere lo spettatore, al pari dei personaggi, nella posizione dell’osservatore desiderante: quello che guarda qualcosa che trova desiderabile e vorrebbe possedere (che è la premessa di tutte le nascenti core aesthetics).
Questo godimento visivo offerto allo spettatore racchiude il senso politico del film come di tutto il cinema di Emerald Fennell: la volontà di usare il glamour come mezzo per soddisfare una tensione erotica e, di pari passo, una latente fantasia di vendetta e sostituzione sociale. È la vendetta di chi ha subito, è stato umiliato o condannato per la propria condizione di nascita (donna, povero, serva) e ora vuole godere della visione di un mondo che va in rovina - ma non prima di averlo assaporato attraverso gli abiti, le scenografie o la fotografia.
Lo faceva già la protagonista di Una donna promettente (2020), dove il personaggio di Carey Mulligan indossa un costume da infermiera-sexy per attuare il suo rituale punitivo, vendicando così simbolicamente le violenze sessuali degli uomini sulle donne indossando uno dei simboli del desiderio maschile. La vendicatrice mascherata opera (quasi) indistintamente per condannare un’intera categoria sociale: gli uomini detentori del potere. Saltburn (2023) da una parte è stato elogiato come "eat the rich movie" ma dall’altra ha sollevato dubbi sulla pericolosità del romanticizzare il lusso aristocratico: è infatti indugiando sui beni di lusso e l’estetica di quello stile di vita, che si realizza il piacere erotico del povero arrivista Oliver (Barry Keoghan) e, con lui, quello spettatoriale. In questo caso, il tripudio scenografico è il capro espiatorio simbolico per la classe aristocratica, punita con la morte per soddisfare una vendetta eroticamente carica (si pensi alla scena sulla tomba, che eccita alcuni e disgusta altri).Cime Tempestose nella versione Fennell, è ancora una storia di ambizioni sociali, fantasie sessuali e di dominio, il cui valore simbolico risiede nella ostentazione della frivolezza: la gradevole soddisfazione di un piacere estetico che si realizza. Come Oliver, anche Cathy è una povera arrivista, e il suo desiderio di indossare l’abito dei ricchi la punisce con il tormento emotivo per la perdita del suo grande amore. Ma come darle torto, quando osservare l’estetica è l’occupazione principale anche dello spettatore - che deve orientarsi nella scenografia per capire cosa stia succedendo - mentre i dialoghi sembrano scorrere in sottofondo? L’arrivismo di Cathy viene controbilanciato, in questa versione della storia, dalla smania della domestica Nelly (non una serva ma nemmeno una lady perché figlia bastarda di un signore con una popolana) di punire la padrona in base al suo status, condannandola alla morte emotiva. Per sottolineare questa idea di manipolazione, Fennell inventa addirittura una casa delle bambole dove i personaggi sono ridotti a icone in miniatura, plasmabili in base a come li si veste, pettina o posiziona nello spazio.
È così che nei film di Emerald Fennell la fantasia politica si lega a quella estetica ed erotica. I personaggi del suo cinema, mentre vengono resi iconici dall’apparato visivo che indossano (gli abiti) o attraversano (la scenografia, la fotografia), assolvono al piacere proibito dello spettatore di assaporare una vendetta o vivere quel glamour. Il dubbio critico è quanto questa fantasia di indossare i panni del dominatore trasformi gli oppressi in oppressori per il solo godimento del pubblico, finendo per reiterare l’idea di dominio connaturata al potere stesso che si vorrebbe combattere. Quanto dovremmo godere nel vedere realizzarsi la ciclicità del dominio?