Clint Eastwood ha dedicato il suo miglior film (pluripremiato) a due leggende: una ci rende orgogliosi

Gli Spietati porta in chiusura tre parole scolpite: "to Sergio and Don". Un omaggio a due uomini senza i quali Clint Eastwood, probabilmente, non sarebbe mai diventato quello che è.

Condividi

Tre parole alla fine dei titoli di coda

Quando Gli Spietati uscì nelle sale nel 1992, non era solo un western. Era una resa dei conti, nel senso più letterale: con il genere, con i miti, con l'idea hollywoodiana del coraggio e della violenza. E lo era anche con la storia personale di Clint Eastwood, che in quel film aveva scelto di chiudere un cerchio aperto trent'anni prima sotto il sole andaluso dei set di Sergio Leone.

La dedica finale, stampata sullo schermo prima che le luci si riaccendano in sala, è di quelle che non si dimenticano: "For Sergio and Don". Quattro parole che bastano a raccontare tutto, per chi sa chi sono Sergio e Don.

Quattro Oscar e un cerchio che si chiude

Il film vinse quattro premi Oscar: miglior film, migliore regia, migliore attore non protagonista a Gene Hackman e miglior montaggio. Nove nomination in totale. Un risultato che consacrò definitivamente Eastwood regista, non più solo l'attore dal sigaro e dagli occhi di ghiaccio. Ma quella dedica, forse, vale più di qualsiasi statuetta.

Gli Spietati - © Production studio and/or distributor Moviestill DB

L'italiano che lo inventò

Sergio Leone non aveva molta scelta, all'inizio. Nel 1964, per girare Per un pugno di dollari, cercava attori americani riconoscibili ma non abbastanza costosi da diventare un problema per il budget. Scelse un tale che recitava nella serie televisiva Rawhide: bello, indolente, con una faccia che reggeva bene il silenzio. Leone non parlava inglese, Eastwood non parlava italiano. Si capivano a gesti, con l'aiuto di un'interprete, concentrati sul film e su niente altro.

Il risultato fu un personaggio destinato a diventare uno dei volti più iconici del cinema mondiale: l'Uomo senza nome. Poncho, sigaro, sguardo che taglia. Leone costruì un mito e Eastwood lo abitò con quella che il regista romano avrebbe sempre definito, con un misto di affetto e cinismo, la sua performance più autentica: "due espressioni, col cappello e senza". Una battuta che Eastwood non gli perdonò mai.

Un debito riconosciuto tardi, ma riconosciuto

Eppure il debito fu dichiarato pubblicamente. In un'intervista rilasciata a pochi anni dalla scomparsa di Leone, avvenuta nel 1989, Eastwood fu diretto: "Non potevo sapere che, al pari di Don Siegel, sarebbe stato l'uomo che più mi avrebbe influenzato come regista. Mi ha fatto amare l'ironia e l'amore per i paesaggi."

Leone morì a 60 anni, stroncato da un infarto mentre lavorava a un progetto colossale sulla battaglia di Leningrado. Se n'era andato troppo presto per vedere il figlio cinematografico più famoso raccogliere i frutti della lezione ricevuta.

Il maestro americano: Don Siegel

Don Siegel era un uomo diverso, per stile e per temperamento. Americano di Chicago, formatosi come montatore alla Warner Bros. sulle produzioni di Michael Curtiz e Raoul Walsh, aveva sviluppato un'estetica essenziale, chirurgica, con ritmi veloci e budget risicati trasformati in virtù. Dove Leone era barocco e visionario, capace di dilatare il tempo fino all'ipnosi, Siegel era neoclassico, diretto, quasi brutale nell'efficienza.

I due si incontrarono nel 1968, quando Eastwood aveva appena fondato la Malpaso Productions e cercava un regista per L'uomo dalla cravatta di cuoio. Siegel non conosceva il lavoro italiano di Eastwood, dovette recuperarlo. Rimase colpito da quanto quei western europei sembrassero visivamente ricchi nonostante i budget da serie B.

Una scena de Gli Spietati ©Production studio and/or distributor

Lui mi ha spinto a dirigere

Da quel primo confronto nacque una collaborazione che produsse, tra gli altri, Ispettore Callaghan, La notte brava del soldato Jonathan e Fuga da Alcatraz. Il rapporto si costruì su una doppia influenza, come Eastwood ha ricordato in più occasioni: "Lui mi ha spinto a dirigere film, io l'ho spinto a recitare."

Siegel gli insegnò qualcosa che Leone non aveva potuto dargli: la disciplina del regista americano classico, la capacità di raccontare con il minimo indispensabile, senza fronzoli. Siegel morì nel 1991, un anno prima che Gli Spietati uscisse nelle sale.

Due stili, un solo film

Guardare Gli Spietati sapendo della dedica cambia la visione. Le inquadrature dilatate, i paesaggi del Wyoming che respirano sullo schermo, la lentezza con cui il film costruisce la tensione portano il segno di Leone. Ma la sobrietà dei dialoghi, il rifiuto dell'epica gratuita e la violenza senza compiacimento sono la lezione di Siegel.

William Munny, il personaggio interpretato da Eastwood, è la sintesi perfetta di questo incrocio: un pistolero invecchiato, con un passato di sangue che non riesce a mettere alle spalle, costretto a tornare a fare l'unica cosa che sa fare bene. Non è l'Uomo senza nome, non è l'ispettore Callaghan. È qualcosa di più vero e più scomodo, qualcosa che i due maestri avrebbero riconosciuto senza fatica.

Una dedica che dice tutto

C'è qualcosa di raro, nel gesto di dedicare il proprio film più importante a due registi che ti hanno formato. Non a un produttore, non a un familiare. Significa sapere esattamente da dove vieni, e avere l'onestà di riconoscerlo davanti al mondo nel momento in cui il mondo ti consegna i suoi premi più alti.

Sergio Leone era romano, era italiano, ed è giusto che se ne vada orgogliosi. Ha preso un attore televisivo semisconosciuto, gli ha messo in mano un sigaro, lo ha piazzato in mezzo al deserto spagnolo e lo ha reso una leggenda. Poi ha litigato con lui, lo ha criticato, non gli ha perdonato nulla. Ma quando Clint Eastwood è salito sul palco degli Academy Awards nel 1993 con quattro Oscar in mano, il nome di Leone era scritto nel film a caratteri enormi. Non serviva altro.

Continua a leggere su BadTaste