Come l’immaginario del cinema orientale ha plasmato Kill Bill
Dal wuxia alle vendicative eroine giapponesi, Tarantino mette in scena la sua formazione cinefila ma soprattutto orientofila.
Un unico bloody affair ma anche un double “bill”. Due facce della stessa medaglia a comporre il quarto film di Quentin Tarantino: differenti per stile e toni ma inscindibili, profondamente coerenti ma più volte contraddittorie tra loro. Il volume 1 crea una mitologia, il 2 la riscrive, ora negandola ora calcando il piede sull'acceleratore. E finalmente potremo vederli in una versione unica, senza tagli e con scene inedite, grazie all’uscita di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, nei cinema dal 28 maggio al 3 giugno.
Pochi secondi per chiarire gli intenti, dichiarando a voce alta le origini delle immagini che seguiranno da lì a poco. Secondo solo a quello di Miramax, a comparire immediatamente è il logo degli Shaw Brothers Studios, sinonimo di buona parte delle più importanti produzioni di arti marziali hongkonghesi (non pochi incentrati proprio sul tema della vendetta!) tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli Ottanta circa, oltre che alle radici del wuxia moderno.
Nel corso delle due sezioni che compongono l'opera non mancheranno dunque riferimenti più o meno espliciti allo storico studio. Dal campionamento del suono sentito in Cinque dita di violenza di Chang-hwa Jeong (anche se l’origine andrebbe ricondotta a un brano di Quincy Jones per la serie Ironside) fino alla figura storica di Pai Mei: quest'ultima, infatti, apparve sul grande schermo in svariati titoli prodotti dagli Shaw – come I distruttori del tempio Shaolin, nel quale è interpretato dallo stesso Lo Lieh protagonista di Cinque dita di violenza. Non solo, poiché in Kill Bill il monaco e maestro è incarnato da Gordon Liu, interprete di alcuni dei titoli più importanti prodotti dai fratelli Shaw, tra i quali 36ª camera dello Shaolin. Nel gioco al richiamo postmoderno di Tarantino, ogni elemento alimenta il precedente quanto il successivo, omaggiando apertamente ma incastrandosi con il resto con equilibrio.
Grammatica del movimento contaminata e rielaborata alla luce del pirotecnico eclettismo tarantiniano, nel quale la pura azione grafica di Uma Thurman, novella Cheng Pei-pei (considerata la prima eroina marzialista del wuxia hongkonghese), può persino sostituire la parola, l’immagine può racchiudere in sé il senso. Una mediazione che quindi non ne affievolisce la dirompenza, piuttosto ne aumenta l’efficacia, cercando di mantenere intatta l’attenzione al gesto e allo spazio, al modo in cui essi interagiscono tra di loro.
Se la cinetica iperattività delle arti marziali cantonesi pare il nucleo formale attorno al quale gravita di Kill Bill, è al Giappone degli anni Settanta, allo yakuza eiga come al jidai-geki, che si può associare una più evidente influenza drammaturgica e narrativa – che, di rimbalzo, si giustappone a quella compositiva. Evidenti i tributi a Suzuki (Tokyo Drifter) e Misumi (almeno i primi due film tratti dal manga Lone Wolf and Cub), così come a Nakano (Samurai Fiction), Inagaki (la cosiddetta Trilogia del Samurai), Fukasaku (Battle Royale o Samurai Reincarnation), all'animazione nipponica, oltre che a Sonny Chiba e al suo Hattori Hanzō di Kage no Gundan (rappresentante dell’action del Sol Levante come Gordon Liu lo è di quello di Hong Kong).
In secondo luogo, anche se con un peso specifico minore rispetto al cult di Fujita, la saga di vendetta diretta da Shunya Itō, Female Prisoner Scorpion: i lunghi silenzi che anticipano il fragore, il trauma privato come motore, la brutalità di in un mondo in declino in cui l'unica cosa vera e concreta resta la vendetta, oltre che, nuovamente, l'uso di un brano musicale, la ballata Urami bushi. Protagonista della serie di film è quella Meiko Kaji, la stessa spietata antieroina di Lady Snowblood, sulla quale sembra esser costruita tanto parte della personalità di Beatrix Kiddo/La Sposa/Black Mamba – il cui corpo, al pari dei personaggi interpretati da Kaji, decolonizzato dal potere maschile, appare come una sorta di onryō, spirito folkloristico della vendetta, non in quanto oggetto e strumento di piacere –, quanto il modo attraverso il quale Thurman veicola il desiderio di vendetta solo con il gesto, lo sguardo, il corpo, l'azione fisica alla quale la macchina da presa sembra piegarsi, imitandola. Aspetto centrale nella filmografia dell’autore statunitense pre e post dittico, che in Kill Bill sembra trovare un’intensità espressiva singolare proprio per mezzo della commistione di elementi disparati, nella quale la cultura orientale e la sintassi del cinema asiatico giocano un ruolo di prim’ordine.
L’arrivo al cinema di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, dal 28 maggio al 3 giugno, non è solo l’occasione per riscoprire tutte queste influenze, ma è l’imperdibile e storica opportunità di ammirare il cult di Tarantino nella sua forma più potente e senza compromessi.