Da Commando a John Wick: l’evoluzione dell’eroe action in sette mosse
Che cosa collega Commando con Arnold Schwarzenegger a John Wick con Keanu Reeves? Ecco com’è cambiato l’eroe action negli anni
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Affinità e divergenze tra Commando e Rambo 2
Articolo in collaborazione con SkyCiò detto, è innegabile che, parlando di cinema action, esista un mondo pre-Schwarzenegger e un mondo post-Schwarzenegger, proprio come esiste un mondo pre-Stallone e uno post-Stallone. Ma se Sly è sempre stato sì un grande atleta con un corpo scolpito, ma anche una persona tutto sommato normale che è diventata così grazie all’applicazione e al duro lavoro (una caratteristica che si riflette in tutti i suoi personaggi più noti, da John Rambo a Rocky), l’ex governatore della California ed ex Mr. Universo è sempre stato un esemplare eccezionale, una creatura immensa, imponente, per lunghi anni più grossa anche di lui stesso – rispetto a Stallone, Schwarzenegger ci ha messo molto di più a farsi accettare anche come attore e non solo come statua umana. E Commando è un punto di svolta perché è il primo film nel quale le sue dimensioni, il suo essere un supereroe in carne e ossa, arrivano a influenzare in maniera decisiva la trama e la messa in scena, e a trasformare la storia di un ex soldato che deve liberare la figlia rapita in un’orgia di violenza ed esplosioni, gigantesca come il suo protagonista e talmente esagerata da ballare sul sottile filo che separa un film dalla sua parodia.

Trappola di cristallo, Arma letale e gli eroi sfigati
Dall’altra parte della barricata, sempre nello stesso decennio ma qualche anno dopo, succede una cosa che oggi ci sembra normale, ma che al tempo era una scommessa improbabile che pochissimi avrebbero accettato. Un giovane attore brillante e noto per il suo ruolo nella divertentissima serie TV Moonlighting viene scritturato per un ruolo che in origine era stato pensato per Frank Sinatra, e poi sarebbe dovuto andare a uno tra Sylvester Stallone, Clint Eastwood, Harrison Ford, Mel Gibson e Arnold Schwarzenegger. Il ruolo è quello da protagonista in un film che si intitolerà Trappola di cristallo (in originale Die Hard), e il giovane attore è Bruce Willis; non ha il fisico di Stallone o di Schwarzenegger, ma ha il carisma e la capacità di abbandonarsi completamente a un ruolo non suo (non ancora, almeno), e in questo modo ridefinisce il concetto di “eroe action” proponendo un’alternativa al superuomo di Commando: l’uomo qualunque, che messo alle strette scopre risorse inaspettate e riesce a sconfiggere i cattivi di turno. Una visione dell’eroe action che filtra anche nel thriller e nel poliziesco: pensate al mel Gibson di Arma letale, per esempio, o a Bruce Willis (ancora lui) in L’ultimo boy scout.

Batman e i supereroi
Mentre il mondo dell’action continua a ripetere quasi sempre gli stessi schemi, e gli unici a provare a romperli sono quelli che hanno contribuito a crearli (pensate a True Lies o Last Action Hero), silenziosamente c’è un tizio con i capelli strani che lavora per fare quello che i Superman di Richard Donner non erano riusciti del tutto a fare: farci dimenticare i supereroi Arnold-iani e farci innamorare dei supereroi veri. Il primo Batman di Tim Burton non è necessariamente un film d’azione, non del tutto almeno (il secondo non lo è e basta), e Michael Keaton è eroe action ancora più improbabile di quanto lo fosse Bruce Willis ai tempi di Trappola di cristallo, ma il successo del film, che ha contribuito in maniera decisiva ad aprire la strada a tutto quello che è accaduto e continua ad accadere in ambito “supereroi al cinema” lo rende un passaggio fondamentale anche per il resto del cinema d’azione.

Matrix e le influenze orientali
Il punto è che fuori da Hollywood si faceva del gran cinema action da anni, ma ci volle lo sbarco di John Woo perché se ne accorgessero anche in America. Se ne accorsero in particolare Lana e Lilly Wachowski, che con Matrix presero un po’ di sana fantascienza americana di radice gibsoniana e la immersero in un bel bagno di wire fu e film di arti marziali orientali. Da un lato fu un bene, perché improvvisamente anche a Hollywood si resero conto di quanto avessero ancora da imparare in termini di coreografie e messa in scena. Dall’altro, l’insistenza sull’aiuto tecnologico invece che sull’atletismo dei protagonisti ha creato un po’ un mostro: se anche Keanu Reeves può saltellare come Donnie Yen grazie a dei cavi (o ai doppi digitali), allora significa definitivamente che chiunque può girare un film action – che è poi il motivo per cui negli anni hanno provato a rifilarci di tutto, da Matt Damon ad Antonio Banderas.

È incidentalmente anche il motivo per cui a un certo punto una serie di, passateci il termine, potenziali eroi un po’ attempati hanno cominciato a prendersi la loro rivincita sul tempo che passa e sono arrivati quasi a monopolizzare l’action per anni. Liam Neeson da Io vi troverò in avanti. Samuel L. Jackson e Denzel Washington. Bruce Willis, che non ha mai smesso di sparare. Ron Perlman. Di recente persino Bob Odenkirk ha dichiarato di essersi allenato per due anni per farsi da solo tutti gli stunt di Nobody. E soprattutto c’è lui, l’indistruttibile, l’inossidabile, l’uomo che saltava sui divani, quello che si lancia dagli elicotteri e che ora vuole girare un film nello spazio: Thomas “Tom” Cruise Mapother IV, che a ogni nuovo film ridefinisce il concetto stesso di “eroe action” facendo cose che su altri set sarebbero vietate per contratto anche agli stuntmen. Volendo, questo ramo del percorso potrebbe essere visto come un vicolo cieco: dopo Tom Cruise non c’è nulla, nessuna evoluzione, nessuna eredità. Solo altro Tom Cruise, all’infinito.
Il caso Fast and Furious
Per favore non toccate il cane di John Wick
Visto? Ve l’avevamo detto che Keanu Reeves sarebbe tornato una terza volta. John Wick è un miracolo inaspettato, ed è tutto merito di Chad Stahelski e David Leitch. I quali sono cresciuti nel mondo degli stunt (Stahelski è quello che vedete in Il corvo in tutte le scene girate post-morte di Brandon Lee, per dire) e con la passione per il cinema di Hong Kong, ma invece di portarselo in America sotto forma di cavi e altri trucchetti l’hanno fatto a suon di pugni e calci volanti. John Wick è un action semplice e drittissimo che punta tutto su coreografie spettacolari ma credibili e su una regia che mette finalmente in soffitta la confusione (modello Bourne, per intenderci) per concentrarsi sulla leggibilità dell’immagine – qualcosa che aveva già fatto tre anni prima il gallese Gareth Evans con The Raid, peraltro, ottenendo però un decimo del successo di John Wick.
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