Da Venezia agli Indipendent Spirit Awards?
Venezia 67: si inizia con Happy Poet, che potrebbe ottenere grandi consensi anche nei prossimi mesi. Decisamente sbagliato invece Le Bruit des Glaçons; presentato il corto di Jafar Panahi e Aurelio De Laurentis punta al 3d... con Totò!
Rubrica a cura di ColinMckenzie
Tuttavia, De Laurentiis ha intenzione presto di tornare a Los Angeles, ma anche di lavorare con registi cinesi, indiani e brasiliani, evidentemente territori che interessano molto al Presidente del Napoli (e chiamalo scemo...). In effetti, oltre a qualche aneddoto divertente, l'impressione è di trovarsi di fronte a uno dei pochi produttori italiani in grado di guardare oltre il Grande Raccordo Anulare.
GIORNATE DEGLI AUTORI
Intanto, il Festival inizia con alcuni film delle Giornate degli Autori, decisamente di livello altalenante.
Ma il film che rischia di utilizzare Venezia come trampolino di lancio è Happy Poet. Cinema Indipendente con la I maiuscola, che sembra uscito dagli anni novanta, una sorta di Hal Hartley vent'anni dopo (soprattutto all'inizio per il tono stralunato e le musiche ultraminimaliste). Protagonista un idealista che vuole lanciare un punto di vendita di panini biologici, mentre tutti i possibili finanziatori (in colloqui esilaranti) gli spiegano che sarebbe molto meglio puntare sui commercialissimi hot dog.
Eppure, il protagonista crede veramente alla strada intrapresa, nonostante le tante difficoltà a vendere tofu e verdure piuttosto che gli amatissimi salsicciotti. Il risultato è che sembra di vedere un documentario come Food, Inc trasformato in pellicola di fiction, ma che senza lezioncine pedanti ci spiega i problemi commerciali di un'attività del genere (come, molto semplicemente, l'alto costo delle materie prime rispetto ai cibi tradizionali). Merito anche di un protagonista (ossia lo stesso regista Paul Gordon) che sembra veramente possedere dentro di sé tutte le insicurezze e le difficoltà di comunicare del suo personaggio.
Sicuramente la delusione maggiore è Le Bruit de Glaçons di Bertrand Blier, che sembra un classico film francese pieno di stereotipi. La storia è chiaramente di impostazione teatrale (e forse funzionerebbe meglio sul palcoscenico), con un concept intrigante: un uomo viene visitato dal suo cancro, che ha sembianze umane, ma che può essere visto solo dal protagonista.
Basta poco tempo per capire che l'idea non è sufficiente per reggere un lungometraggio, anche perché il modo di allungare il brodo risulta chiaramente inefficace. Intanto, la scelta di confondere (poco abilmente) realtà e finzione non è certo originale, con la banale metafora di un protagonista scrittore che si interroga se questo tipo di racconto funzioni o meno.
E come spesso succede, il finale butta tutto in caciara, prima con diversi momenti di puro ridicolo involontario e poi con una trovata a effetto particolarmente scema. Decisamente difficile capire l'entusiasmo di certa critica francese verso questo prodotto...
Vi ricordo che, per segnalarmi temi interessanti, potete mandarmi una mail o scrivermi su Facebook o via Twitter...