Dadcore: il ritorno dell’eroe silenzioso (che ora prova anche a cambiare)

Dal ritorno di Top Gun: Maverick agli Oscar con F1, il dadcore è ovunque: tra film e serie, l’eroe silenzioso si evolve e conquista nuove generazioni. Ma cosa racconta davvero questo genere?

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Mio padre sfrutta le mie presunte competenze critico-cinematografiche per sapere quando esce il prossimo film in cui Gerard Butler salva il mondo (o la Casa Bianca). Mi chiede se hanno finalmente trovato il nuovo James Bond, quanti spin-off di Yellowstone siano usciti nel frattempo e se, per caso, ho guardato The Night Agent su Netflix.

La domanda nasconde un giudizio morale, prima ancora che critico, perché Gerard Butler è intercambiabile: può essere sostituito da Russell Crowe, Ben Affleck, Dave Bautista… Non è tanto “chi”, ma “cosa” rappresenta. “The strong silent type”, direbbe Tony Soprano: uno che non sa (o non vuole) esprimere i propri sentimenti e che fa semplicemente quello che deve fare.

È l’eroe a prescindere dalle sue azioni. Qualsiasi tensione con i suoi superiori non è insubordinazione, ma la prova che è un ribelle che fa le cose a modo suo. I suoi problemi coniugali sono solo una parentesi facilmente superabile (l’altro uomo non è mai una vera minaccia alla sua mascolinità). Forse non sarà aggiornato sugli ultimi sviluppi tecnologici, ma sa come portare a termine il lavoro alla vecchia maniera: cervello e muscoli. I malintesi si risolvono e, anche se non ha sempre ragione, alla fine questo eroe ha un cuore buono.

È il modello dadcore: un’etichetta che sembra ironica, familiare e quasi affettuosa, ma allo stesso tempo abbastanza vaga da richiedere una definizione più precisa. Il dadcore è un insieme eterogeneo di film che trattano la giustizia e il mantenimento della retta via come missioni, in cui archetipi maschili cercano di correggere torti personali o fallimenti istituzionali con mezzi semplici ma efficaci.

Si tratta spesso di film poco critici verso istituzioni come esercito e polizia, e che promuovono valori familiari e patriottici tradizionali — fatta eccezione quando queste stesse istituzioni appaiono corrotte o inefficaci. I tratti distintivi si ripetono con precisione: la celebrazione della professionalità e della meritocrazia, con protagonisti abili e determinati chiamati a completare missioni impossibili; la narrativa dell’underdog, lo sfavorito che con ingegno e volontà ribalta situazioni disperate; e soprattutto la famiglia.

Una famiglia da proteggere, ricostruire, onorare — a volte in senso letterale, altre metaforico. Le figure paterne abbondano: padri e figli, mentori anziani e giovani talenti, spesso attraversati da percorsi di riconciliazione. Infine, il realismo (o la sua illusione): storie riconoscibili, senza eccessive stilizzazioni che possano distrarre dalla serietà del protagonista.

Il dadcore affonda le sue radici nell’industria audiovisiva tra gli anni ’70 e ’90, che ha costruito un immaginario fatto di western, film militari, spionistici, crime e sportivi. Un compendio — inevitabilmente incompleto — include titoli come Il buono, il brutto, il cattivo, Master and Commander, Rio Bravo, Balla coi lupi, Casino Royale, Caccia a Ottobre rosso, Ogni maledetta domenica.

Con il tempo questi film hanno ridotto l’ossessione per esplosioni e bikini: soprattutto dopo il #MeToo, il genere si è in parte “desensibilizzato”. Non è scomparso, ma ha smesso di occupare il centro della scena, scivolando spesso direttamente nelle offerte da DVD a 1 euro — oggi diremmo sulle piattaforme.

Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Un titolo spartiacque è stato Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski. L’originale di Tony Scott era un’ode agli anni ’80; il sequel del 2022, invece, è un perfetto manuale dadcore: Maverick (Tom Cruise) insegna a una nuova generazione, tra cui Bradley “Rooster” Bradshaw (Miles Teller), figlio del defunto Goose.

Un enorme successo di critica e pubblico — oltre un miliardo di dollari al box office — che non solo certifica la vitalità del genere, ma gli apre una nuova strada. La differenza è che oggi l’archetipo viene negoziato: accanto a un Tom Cruise sessantenne, i personaggi più giovani introducono sensibilità nuove. Il risultato? Il dadcore si è allargato, diventando più inclusivo.

La consacrazione è arrivata con gli Oscar 2026, dove F1 – Il film ha ottenuto la candidatura a miglior film. Dietro la macchina da presa c’è ancora Joseph Kosinski, affiancato dal team di Top Gun. Brad Pitt interpreta Brad Pitt, Javier Bardem un personaggio sorprendentemente ordinario, mentre Damson Idris incarna il giovane arrogante e Kerry Condon tiene insieme il gruppo.

Segnali chiari: il genere sta iniziando a sfidare età, genere e status genitoriale. Anche se la nomination può sembrare un’operazione industriale, resta un dato evidente: il dadcore è ormai un ibrido, capace di muoversi tra cinema e streaming.

Film come The Rip – Soldi sporchi (Netflix) e Fratelli demolitori (The Wrecking Crew, Prime Video) cercano il pubblico “dei papà” con storie più contenute, lasciando spazio a emozioni un tempo marginali. Ben Affleck e Matt Damon discutono di morale e fratellanza; Jason Momoa e Dave Bautista arrivano a una riconciliazione che culmina in un bacio sulla guancia.

Allo stesso tempo, il genere continua a percorrere strade familiari: Norimberga mette in scena il processo più importante del dopoguerra con Russell Crowe nei panni di Hermann Göring. E poi ci sono deviazioni sorprendenti: Conclave, sotto una superficie autoriale, nasconde un’anima thriller à la Dan Brown che attiva immediatamente l’immaginario dadcore.

La serialità televisiva ha dato nuova linfa al genere: Reacher, Jack Ryan, The Terminal List, Mayor of Kingstown, Tulsa King, Hijack, Masters of the Air, The Night Agent, Yellowstone. Una lista in continua espansione che aggiorna il modello: meno machista, ma ancora legato alla fisicità e all’azione.

In altri casi — come Lioness o FUBAR — la femminilità entra nel gioco, non più come ostacolo ma come forza attiva.

Il mondo raccontato da queste storie è confuso e instabile, proprio come quello reale. Non sorprende che anche le madri guardino questi prodotti: il dadcore non è più esclusivo. È diventato una promessa narrativa: alla fine andrà tutto bene.

Forse è un genere ingenuo, a tratti miope, ma resta affidabile — e sorprendentemente aperto al cambiamento.

Stiamo parlando di film e serie o di qualcosa di più grande? Il rinascimento del dadcore sembra un riflesso collettivo: una fantasia di riconciliazione con le figure genitoriali, un modo per riorganizzare il caos contemporaneo. Una grammatica visiva della responsabilità — imperfetta, testarda — che continua a dirci che, nonostante tutto, qualcuno terrà la rotta.

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