Daylight – Trappola nel tunnel, quando Stallone si limitava a fare film
Daylight – Trappola nel tunnel è un classico rappresentante del periodo nel quale Sly si limitava a eseguire il compitino
Questo speciale su Daylighht – Trappola nel tunnel fa parte della rubrica Tutto quello che so sulla vita l’ho imparato da Sylvester Stallone.
Non era solo “fare film”: era anche aiutare a crearli, e a inserirli in un discorso più ampio sul meta-Stallone, sulle caratteristiche e peculiarità comuni a tutti i suoi personaggi.
Negli anni Novanta, invece, Sly si limitò per anni a fare film. Ormai il personaggio stalloniano era codificato, e c’era sempre qualcuno che aveva un’idea per un film e la sviluppava con in testa Stallone come protagonista. Poi gli veniva proposto lo script, lui si presentava sul set, eseguiva, incassava e tornava a casa. Assassins, del quale abbiamo parlato la scorsa settimana, è un esempio. Daylight – Trappola nel tunnel è un altro, forse ancora più clamoroso. Un disaster movie con l’approccio anni Settanta al genere ma i soldi e mezzi degli anni Novanta, diretto da un lanciatissimo Rob Cohen post-Dragon e Dragonheart ma pre-primo Fast & Furious, scritto su un post-it e con una sola indicazione molto precisa: portatemi Stallone.
E c’è l’uomo comune che si trasforma in eroe, e che ovviamente ha un passato più complesso di quanto la sua apparente normalità possa far pensare. L’eroe ovviamente è il nostro Sylvester Stallone, per il quale lo sceneggiatore Leslie Bohem scrive un personaggio semplicissimo e cucito su misura per lui. Kit Latura è un tassista, ma in passato lavorava nella (per comodità) Protezione Civile. Le sue azioni causarono dei morti, lui fu licenziato in tronco, ma fu davvero colpa sua?, insomma la storia la conoscete già anche se non lo sapete. Quello che conta è che l’incidente nel tunnel dà a Kit la possibilità di redimersi, e di fare un sacco di acrobazie nel frattempo.
Daylight – Trappola nel tunnel è un disaster movie: forse l’abbiamo già detto, ma è davvero il modo migliore per descriverlo, perché non fa assolutamente nulla per scostarsi dal template. Tutto dipende quindi da quanta voglia abbiate di passare due ore in compagnia di un gruppetto selezionato di persone a un passo dalla morte, e che sono caratterizzate anche loro con semplici tocchi che assegnano loro un ruolo noto senza approfondirlo troppo. C’è quello che vuole chiedere alla fidanzata di sposarlo, e vuole quindi uscire dal tunnel a tutti i costi; immaginate che fine fa. C’è la famiglia ricca e antipatica, utile a fare da contrasto alla genuinità e anche ingenuità del protagonista.
Tutto questo è punteggiato da esplosioni, inondazioni, cavi elettrici scoperti che penzolano sopra pozze di acqua e benzina e in generale la sensazione che ogni set possa collassare da un momento all’altro. Il film costò 80 milioni di dollari nel 1996 e si nota: provate solo a contare quante volte, sullo sfondo, senza alcun effetto diretto sulla narrazione, si vede una lingua di fuoco che erutta o un pezzo di soffitto che crolla. Cohen sa come gestire tutto questo caos, e il risultato è che le scene di distruzione, che corrispondono a circa il 60% del girato, sono sempre piacevoli seppure un po’ prevedibili.
Fanno eccezione un paio di set piece che sono pezzi di bravura sia di Cohen, sia di Stallone, sia soprattutto dei set designer: in particolare la, chiamiamola così, sequenza dei ventilatori è da manuale. Quello che manca a Daylight – Trappola nel tunnel, in mezzo a tutto questo caos, è un pizzico di personalità. Un’oncia, un pugno, qualcosa: non c’è mai nulla che non vada nel film di Cohen, ma neanche qualcosa che spicchi o si faccia ricordare al di là dei due o tre momenti sopracitati. Stallone, per esempio, fa tutto quello che deve fare con il piglio giusto; ma lascia che sia la sceneggiatura a guidarlo, non aggiunge nulla di suo, esegue e porta a casa.