Demolition Man potrebbe anche non avere una trama
Demolition Man si immagina un futuro sanificato e politicamente corretto talmente affascinante che potrebbe anche non avere una vera trama
Questo speciale su Demolition Man fa parte della rubrica Tutto quello che so sulla vita l’ho imparato da Sylvester Stallone.
Il futuro di Demolition Man è, per molti versi, una deriva distopica di quello che oggi un po’ di gente chiama “politicamente corretto”. Un mondo nel quale si è fatto il possibile per eliminare ogni tipo di frizione sociale e ogni tipo di interazione che possa provocare sconvolgimenti o scossoni nello status quo. Il 2032 nel quale John Spartan si risveglia dopo essere finito sotto ghiaccio per aver involontariamente provocato la morte di una ventina di innocenti è un futuro satirico ma comunque futuribile (d’altra parte la realtà stessa sta diventando una gigantesca satira pre-apocalittica), nel quale è impossibile non vedere, estremizzata, l’esplosione di certi eccessi contemporanei.
E attenzione, non ci riferiamo al “politicamente corretto” in senso spregiativo, quella visione del mondo cioè che ha in realtà a che fare con temi fondamentali e cambi di prospettiva che sono realmente necessari. Ci riferiamo piuttosto alla generale sanificazione di ogni interazione sociale, spersonalizzata e quindi depurata da ogni rischio di contaminazione della perfezione. Nel mondo di Demolition Man, è la gag più ricorrente che non smette mai di far ridere, non si possono dire le parolacce, perché le parolacce sono sintomo di una disposizione aggressiva e di un’incapacità di controllare i propri istinti (“Neanderthal” è l’insulto che John Spartan si sente rivolgere più di frequente, un insulto tutto sommato immeritato per i nostri lontani cugini).
Aggiungeteci un terzo livello di lettura ancora più politico dei primi due: l’esistenza di una civiltà sotterranea che non accetta lo stile di vita imposto da Cocteau e preferisce fare la fame all’assimilazione. La distopia di Demolition Man era una polveriera pronta a esplodere prima ancora dell’arrivo di Spartan e Phoenix. Il risultato è una rivoluzione rapida e per nulla indolore che stravolge un intero sistema sociale nel giro di pochi giorni: il fatto che un po’ ci dispiaccia è la dimostrazione della grandezza di Demolition Man.
Non che ci dispiaccia vedere questa specie di Grande Fratello con un marketing più azzeccato collassare sotto le sue stesse contraddizioni. Spiace perché il mondo del 2032 immaginato da Peter Lenkov e Robert Reneau è strapieno di dettagli deliziosi, e c’è un certo piacere perverso nello scoprire quanta attenzione sia stata loro dedicata – al punto che ne vorremmo di più. Le tre conchiglie sono ormai un meme e uno dei simboli del film, come lo è l’esistenza della Biblioteca Presidenziale Schwarzenegger. Ma ogni singola scena nasconde una chicca, un altro pezzo di un mosaico costruito con più attenzione di quanta ne venga dedicata di solito a film del genere. San Angeles è un luogo vivo e coerente; spaventoso, orripilante, ma con un’identità e una personalità fortissime, anche per merito di un set design che sta a metà tra Blade Runner e Mad Max (e che a tratti ricorda un altro film di fantascienza distopica uscito quell’anno, cioè Super Mario Bros.).