FILM

Dieci anni fa Shin Godzilla guardava alla contemporaneità per ricongiungersi con il suo passato

Il film di Hideaki Anno ha contribuito con vigore al modo di concepire il kaiju eiga moderno, lavorando sulle paure e le criticità di sempre con una prospettiva e una necessità nuova.

Condividi

C’è un momento, più o meno a metà delle due ore, cruciale per comprendere tanto l’operazione di Anno tanto un intero stato d’animo, un modo di vivere, una paranoia che domina l’esistenza giapponese da quasi un secolo. Una sequenza apparentemente simile alle altre, fino a che uno dei personaggi non avanza una supposizione: e se Godzilla avesse a che fare con l’atomico? In quell’istante cala un gelo che zittisce tanto gli altri personaggi quanto la colonna sonora stessa, che prende una pausa per respirare, anch’essa incapace di fiatare.

Un sentimento comune, toccato proprio quando sembrava più distante, al pari di quanto avvenne in Giappone nel 2011. Non è facile immaginare, infatti, Shin Godzilla senza il disastro di Fukushima, evento traumatico che fece sprofondare nuovamente la società nipponica nel caos psicotico post-atomico.

Il Godzilla di Honda - prima di diventare una sorta di mascotte, un simbolo popolare oltre che identitario - esordì nel 1954 proprio partendo dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, da quella necessità di raccontarne l’orrore e la devastazione. Un’urgenza più viva che mai nel Sol Levante all’indomani di Fukushima - si pensi, tra i tanti, a Sion Sono e alla sua coeva trilogia dedicata all’evento. Inspiegabile, infermabile e per questo sconvolgente: Shin Godzilla dimentica consciamente di essere un monster movie riconnettendosi all’anima primigenia del capostipite della saga, legato a doppio filo agli eventi catastrofici del paese. Già dal titolo, il Godzilla del 2016 si identifica in “shin” (シン), che si può tradurre tanto come “nuovo” che come “vero” - oltre che “divino”. Gioco polisemico (possibile grazie alla scelta del katakana, uno dei sistemi di scrittura nipponici) che non resta tale ma appare coerente con la natura dell’opera e del personaggio.

Uno sguardo al passato, quindi, alla tradizione e al senso primo - e forse ultimo - del cosiddetto re dei mostri. Non ossequioso, però, anzi. Quello di Hideaki Anno, coadiuvato alla regia da Shinji Higuchi (che dirigerà in solitaria il successivo Shin Ultraman), è un Godzilla che guarda alla Storia facendosi carico di essa e proiettando verso un modo rinnovato di concepire il genere, il kaiju-eiga. Più flessibile, contaminato, che sa sacrificare il mostro che da il titolo all’opera per concentrarsi su ciò che esso causa, entrando nei palazzi del potere e nelle logiche militari, politiche, dis-umane, lasciando le case di chi è costretto a subire ed entrando negli uffici di chi può decidere. In tal senso diventa chiara la scelta di Anno, autore con limitata esperienza alle spalle nel cinema live-action - da segnalare quantomeno il colpevolemente dimenticato Love&Pop del 1998 - ma padre di Neon Genesis Evangelion. E forse tanto basta.

La serie animata del 1995, oltre a esser diventata uno dei più importanti fenomeni popolari per la società giapponese, partiva dalla convenzionalità di mecha e kaiju - robot e mostri di ingenti dimensioni portati a scontrarsi senza grandi filosofie a muoverli - per addentrarsi in speculazioni psicologiche e introspezioni inedite, inaspettate, ingarbugliate tra religione e mito, nelle quali l’umanità veniva non solo indagata ma finanche sventrata delle convinzioni e capovolta moralmente.

Shin Godzilla, non diversamente da Evangelion, nasce da principi commerciali - il reboot americano di Edwards aveva convinto a reinvestire sul personaggio - ma al suo interno cela le fragilità socio-politiche di una nazione, i suoi tormenti e la sua inaffidabilità burocratica - che davanti alla crescente crisi non fa altro che rifugiarsi in un numero di riunioni sempre più elevato -, l’incapacità di andare oltre istruzioni e codici e di agire, prendere decisioni. Come nell’anime del 1995, il conflitto esterno contro la creatura non è altro che un pretesto per affrontare quello interno, contro sé stessi e il proprio paese, la propria codardia, l’interazione con gli altri stati e il rapporto con il proprio passato e con la storia nazionale, con i propri traumi. Il centro del potere, la classe dirigente che qui perde tempo, immobile, davanti alla devastazione di Godzilla, è la stessa inadempiente e negligente - demitizzata e fatta scendere dall’ipotetico altare che, ad esempio, le avrebbe riservato una produzione a stelle e strisce - che ha portato al disastro di Fukushima.

Shin Godzilla racconta l’apocalisse ora con il dramma da camera ora con la satira politica, sovvertendo le aspettative legate ai codici del genere - si pensi al precedente lungometraggio giapponese dedicato a Godzilla, Final Wars del 2004, omaggio kitsch fuori di sé e di senno - attraverso l’esasperazione del dialogo e un punto di vista nuovo ma coerente. E lo fa dall’inizio in found-footage, passando per il segmento centrale quasi tutto composto da riunioni, lunghi dibattiti e implicazioni etiche, fino a un finale che riesce nel coraggioso tentativo di essere tutto fuorché risolto: tanto speranzoso e patriottico (ma mai retorico!) nelle sue premesse, quanto disperato nelle scelte visive e narrative, angosciosamente spaventoso nella sua ultima e indimenticabile inquadratura. Perché al netto di una gestione dei ritmi e delle dinamiche interpersonali talvolta bizzarre, Shin Godzilla porta con sé una certa gravitas mitologica che sfocia in sensibile visionarietà in sequenze come quella dello “sfiato”atomico viola.

Il “nuovo” Godzilla, dal canto suo, è lo stesso di sempre ma con qualcosa di differente, che alla luce di quanto detto sopra appare fondamentale. Nel corso delle sue fasi evolutive attraversa varie forme, tutte terrificanti e sofferenti. Design che affondano le proprie radici nella malattia organica, le scorie radioattive, la materialità - e quindi, in parte, la plausibilità - carnale tossica: non un simil-dinosauro scultoreo ma una creatura quasi aliena, in un certo senso dilaniata già dall’aspetto provato dal sangue atomico. Un destino di morte che vive nella sua natura.

Si ricollega dunque al mito, alla tradizione e alla sua nascita ma non ne resta succube, trovando - anche visivamente - una sua strada, un suo percorso tracciato dal contemporaneo e nel contemporaneo. Proprio questo sguardo al presente, ma del resto anche al futuro, allora, è forse il miglior collegamento al passato, poiché sembra allinearsi alla visione del Godzilla di Honda - padre del kaiju, autore del film del 1954 - e alla sua percezione dell’attualità, dell’uomo pericolo per l’uomo stesso e della costante, anche se a volte sopita, instabilità internazionale. Di una società in cui la dicotomia bene-male (tra l’altro, sconosciuta alla disperazione di Godzilla stesso), o quella che pensiamo essere tale, viene meno nel momento più buio.

Continua a leggere su BadTaste