Disclaimer è l’ennesima opera che dimostra che il confine tra TV e cinema non esiste più
Cuarón vorrebbe presentare Disclaimer come film per concorrere agli Oscar e ha ragione: la differenza tra miniserie e film lungo è ormai impalpabile
Nell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia due serie TV sono entrate di diritto nelle visioni più spettacolari proposte al Lido per mezzi, budget, messa in scena e idee. Nessuno si è stupito di questa cosa. Una è M - Il figlio del secolo. L’altra è Disclaimer. Alfonso Cuarón non la definisce una serie da sette ore, ma un film, e potrebbe avere molta ragione. Prodotta da Apple TV+ l’opera è una di quelle esperienze che, seduti di fronte all’enorme schermo di un festival cinematografico, fanno pensare al privilegio di poterle fruire in questo modo. Disclaimer è veramente un’espressione coerente con la filmografia del regista, un’epopea che estende i suoi temi e porta al massimo la cura nella messa in scena. Un film di Cuarón in 7 parti che quasi nessuno vedrà al cinema.
Tra serie TV e Cinema il confine è ormai sfumato
Baz Bamigboye, giornalista di Deadline, si è convinto che se Disclaimer venisse sottoposto all’Academy come film avrebbe concrete possibilità di vincere il premio Oscar più importante. Così ha raggiunto Alfonso Cuarón per sottoporgli la sua tesi dicendo come questo dramma di sette ore dovesse essere in qualche modo rimontato e adattato per venire sottoposto alla commissione dell’Academy. Cuarón l’ha corretto spiegando che, per lui, Disclaimer è già un film di sette ore e che ha pensato molto a come poterlo rendere ammissibile agli Oscar, ma non ha ancora trovato una risposta. Ha infine chiesto di non riportare questa sua affermazione cosa che, ovviamente, non è accaduta.
È un giusto dibattito quello che si è originato da questa risposta: in un periodo della cultura audiovisiva in cui la durata non è più un problema, ma è anzi uno strumento per provare nuove forme narrative, come tracciare la distinzione tra miniserie (quindi limitate a una stagione sola) e lunghi film ospitati dalle piattaforme?
Tra film lunghi e serie TV non è più questione di qualità
C’è la serialità da una parte, con una struttura a stagioni la cui sopravvivenza è legata spesso ai rating d’ascolto. C’è l’uso delle piattaforme seriali per raccontare film lunghi, come in questo caso. Già nel 2019 i Cahiers du cinéma affidavano alla terza stagione di Twin Peaks il primo posto nella classifica dei migliori film dell’anno. L’opera di Lynch sfrutta il linguaggio della serialità, ma sembra un film nel suo essere isolato, fruibile da sé e limitato.
Come lui sono molti gli autori che si sono occupati, da soli, della regia di un’opera ad episodi. Si possono citare ad esempio Pablo Larraín, Cary Joji Fukunaga, Todd Haynes, Woody Allen, Jean-Marc Vallée, Nicholas Winding Refn, Luca Guadagnino e, appunto, Joe Wright con M - Il figlio del secolo. Prendendo in mano la totalità della direzione degli episodi l’hanno personalizzata e hanno dato una coerenza lontana dalle produzioni “collettive” delle serie TV (in cui si alternano più registi e sceneggiatori). Questo potrebbe essere il principale discrimine tra le due forme.