Donne che raccontano uomini
Nel nuovo L'ha diretto una femmina, sguardo femminile che smonta i codici del maschile: da Bigelow a Loquès, il cinema ridefinisce corpo, potere e fragilità, raccontando uomini lontani da eroismi e più vicini alla loro verità emotiva.
Una delle mie registe del cuore è Kathryn Bigelow, perché è bravissima e perché è stata la prima regista a vincere un Oscar nel 2010 (era l’82esima edizione…), facendo la storia. Per anni però il nome di Kathryn Bigelow è stato accompagnato nell’ambiente da una formula apparentemente elogiativa che mi ha sempre fatto incazzare, di lei si è detto per anni che “gira come un uomo”.
Non si voleva riconoscere a Bigelow il suo talento, non si voleva creare spazio per lei - e per le altre che sarebbero venute - all’interno dell’industria di Hollywood. Una frase del genere rivelava solo l’incapacità di immaginare una regista donna capace di muoversi dentro territori considerati maschili come il war movie, l’action, il thriller fisico, la tensione bellica. Il successo di Bigelow veniva così spiegato non attraverso la sua autorialità, ma tramite una presunta assimilazione ai codici del cinema maschile, un po’ come quando da bambini alle femmine considerate “maschiacci” veniva permesso di giocare con gli amicichetti.Fin dagli anni Ottanta, con film come Near Dark e Point Break, Bigelow ha dimostrato una capacità di raccontare il corpo maschile, l’adrenalina e la violenza senza rinunciare a uno sguardo analitico sulle dinamiche di potere e identità. Ma invece di leggere questa complessità come l’emergere di una nuova voce, gran parte della critica ha preferito interpretarla come un’eccezione, una donna che riusciva a imporsi perché parlava il linguaggio degli uomini. Per questo dopo la sua vittoria agli Oscar molti commenti insistettero sul fatto che il film fosse “duro”, “militare”, “privo di sentimentalismo”, quasi a suggerire che la sua legittimità artistica derivasse dalla distanza da qualunque sensibilità associata al femminile.
In realtà, Bigelow non “gira come un uomo” ma mette in crisi proprio l’idea che esista uno sguardo naturalmente maschile o femminile. I suoi film interrogano il desiderio di controllo, la dipendenza dall’azione, la costruzione della virilità e il rapporto tra corpo e potere. La sua regia non imita un modello dominante, ma ne espone le contraddizioni dall’interno. Bigelow ha fatto quel che voleva fare ma ora è arrivato il momento di riconoscere alle registe la libertà di raccontare ciò che vogliono e questo significa non solo storie al femminile, per il solo fatto di essere femmine.Fin qui le registe si sono guadagnate spazio e attenzione, è il momento che comincino a raccontare quello che vogliono, e quindi perché no, anche il maschile.
Nino di Pauline Loquès
È quello che Pauline Loquès che col suo Nino - presentato alla Semaine de la Critique allo scorso Festival di Cannes - costruisce un racconto profondamente intimo che, pur seguendo un protagonista maschile, porta con sé uno sguardo femminile. Il film, che Loquès ha anche scritto, racconta i tre giorni sospesi di Nino, giovane uomo che scopre di avere un tumore alla gola e che dopo la diagnosi vaga per Parigi, attraversando relazioni, silenzi e paure.
La prima cosa che si nota è è che Loquès non usa il corpo maschile come spazio di eroismo o virilità, perché Nino è fragile, vulnerabile, spaventato. Il cinema maschile tende a raccontare la malattia come battaglia, competizione o sfida identitaria, qui invece il corpo di Nino non lotta ma sente, teme, evita. E infatti spesso lo vediamo da lontano, disperso nello spazio urbano, piccolo dentro una grande Parigi, quasi schiacciato dall’ambiente che lo circonda. I primi piani si concentrano invece sul volto, sui dettagli della sua gola, dei suoi respiri, in lui non c’è mai nulla di performativo, è indifeso e questa sua vulnerabilità è spesso la protagonista della scena.
Il film racconta anche molto dell’incomunicabilità del maschile, al quale non è stato insegnato come esprimere le proprie emozioni, come abbracciare le proprie fragilità. Nino non riesce a comunicare la propria diagnosi nemmeno alla madre, fatica a parlarne con gli amici, il nodo in gola non è soltanto quello fisico del tumore, ma l’incapacità di nominare la sofferenza, la paura. In tutto questo però Pauline Loquès evita ogni romanticizzazione del dolore, non c’è compiacimento tragico, né ricerca di redenzione morale. Il personaggio procede come può, spera di cavarsela.
La mano femminile di Loquès si percepisce quindi non perché il film “parli di donne”, ma perché ridefinisce il modo di raccontare un uomo e la mascolinità. Invece di costruire una soggettività maschile centrata sul dominio, sul desiderio o sulla forza, il film la osserva nella sua incertezza e fa finalmente della fragilità maschile una legittima forma di esistenza.