Driven il film con Sylvester Stallone che è una telenovela a motore
Driven, uno dei più grandi flop della carriera di Stallone, fu un disastro commerciale, ma ha parecchi lati interessanti
Questo speciale su Driven fa parte della rubrica Tutto quello che so sulla vita l’ho imparato da Sylvester Stallone
Visto da questo punto di vista, come una sorta di prova generale di quello che poi Sly metterà in scena con il suo personaggio più famoso, Driven è un’opera quantomeno interessante, e che è sicuramente servita al suo ideatore per limare quegli eccessi che rendono il film di Renny Harlin una sorta di gigantesca telenovela ambientata sullo sfondo di un giro del mondo in ottanta coloratissime corse. Perché se c’è qualcosa su cui chiunque, fan del film o meno, può concordare senza fatica è che Harlin e Stallone hanno avuto la mano pesante come il piombo, a tutti i livelli di lavorazione.
Partiamo dalla scrittura: Driven è un film opulento e il cui messaggio centrale si sarebbe potuto far passare anche con parecchie sforbiciate quando non direttamente con il taglio di una o due storyline. L’esempio a cui guarda, trattandosi di film sportivo, è ovviamente Rocky. Ma dove la saga di Balboa ha sempre costruito il proprio ricco ecosistema intorno alla figura del pugile, Driven tenta una strada più corale, lungo la quale è difficile capire chi sia il vero fulcro della narrazione. C’è ovviamente uno scopo finale, un obiettivo che è quello di vincere il campionato americano di open wheels, che si snoda lungo venti corse in giro per il mondo; e ci sono, in teoria, i due contendenti, il rookie Jimmy Bly e il veterano Beau Brandenburg, che si sfidano fino all’ultima curva per aggiudicarsi il titolo.
Perché alla fine il vero, grosso problema del film è che, nel suo cercare di essere il più neutrale possibile, finisce con l’accontentare tutti i suoi personaggi, scontentando però così il pubblico. Per essere un film nel quale i protagonisti rischiano la vita a ogni curva, Driven è sorprendentemente innocuo, quasi supereroistico nel modo in cui riveste i suoi personaggi di un’impenetrabile plot armor che neanche un’esplosione può perforare. E di esplosioni ce ne sono a bizzeffe, perché se c’è una cosa che Renny Harlin non sa fare è contenersi.
E quindi Driven si trasforma spesso in un circo, in un Die Hard 2 con le macchine, pieno di veicoli che solcano il cielo e prendono fuoco all’istante, trucchetti visivi che a colpi di brutta CGI tradiscono anche l’età del film, e la solita, generosa quantità di slo-mo che ci permette di apprezzare meglio ogni singolo dettaglio di questa gloriosa tamarrata. È tutto eccessivo in un modo che solo Fast & Furious proverà a replicare: è un giro del globo, e ogni nuova corsa è accompagnata dal suo bel montaggio di fan, paesaggi locali e ragazze poco vestite che muevono la colita. È un film nel quale il mentore Sly e l’allievo Pardue appianano le loro divergenze non con un sobrio incontro di boxe, ma in questo modo:
Insomma, Driven è il trionfo del cattivo gusto. È interessante per i filologi stalloniani, perché è uno dei primi film nei quali Sly si scrive un personaggio che sta da parte per fare largo ai giovani. È anche, volendo, una storia kurtcobainiana che parla di come il successo possa darti alla testa se non sei equipaggiato per gestirlo. E soprattutto, se vi piacciono queste cose, è irresistibile nella sua pacchianeria. Brutto? Forse sì, ma vi sfidiamo a non divertirvi.