Droga, dipendenze e morte a Hollywood: un’inchiesta accusa la "clinica dei ricchi"
Si chiama Red Door ed è considerato un centro per le dipendenze "da ricchissimi" di Hollywood. Al suo interno sono morte delle persone
È questo il contenuto della scottante inchiesta recentemente pubblicata dal The Hollywood Reporter. L’articolo tratta il caso di una clinica chiamata Red Door, considerata uno dei luoghi più gettonati per ricchi attori e imprenditori dello spettacolo, che propone cure alternative. Un luogo di alto profilo che dovrebbe aiutare le persone con terapie innovative. Lo scenario che emerge è invece tutt’altro che rassicurante.
Il che significa che, una volta all’interno della struttura, i pazienti sono incoraggiati ad assumere droghe in maniera “sicura”, secondo una politica di “riduzione del danno”. Il concetto è, sostanzialmente, che una persona può trovare nella clinica un modo per abbandonare gradualmente la dipendenza, assumendo nel frattempo le sostanze in un ambiente sicuro, in cui si riduce il rischio, ad esempio, di iniettarsi con un ago infetto.
Una pratica lassista, che ha portato a diverse morti sospette. In particolare due piuttosto recenti hanno attirato l’attenzione della stampa sul caso. Nel 2020 una ragazza di vent’anni è stata ritrovata in overdose nel retro della struttura Red Door. La combinazione di droghe le fu fatale. Era entrata nella clinica, nota l’articolo, per combattere la depressione, non la dipendenza da droghe.
Secondo diverse testimonianze (una ventina, dice l’articolo), Shohet mirava a diventare una sorta di accompagnatore. Otteneva la fiducia dei ricchi clienti o dei loro figli che venivano ricoverati nella sua struttura. Si faceva affidare la responsabilità delle finanze delle star, che usava poi per comprare le droghe che gli offriva. Non solo: usando come leva la debolezza dei pazienti, li convinceva a donare soldi e a finanziare i progetti della società.
Insomma: i ricchi di Hollywood nella clinica non hanno trovato uno strumento per liberarsi dalle dipendenze, ma uno spazio sicuro dove continuarle. Mentalmente plagiati, presi nel momento di massima debolezza per loro e la loro famiglia, hanno finanziato le acquisizioni volute dai due fondatori. I discutibili metodi di cura, non solo non hanno portato giovamento, ma talvolta alcuni ospiti della struttura sono morti a causa di cure troppo permissive e controproducenti.
Anche le testimonianze ascoltate dalla testata hanno raccontato della sostanziale impreparazione dei dipendenti, i quali non possiedono nemmeno un corso base per affrontare le situazioni di emergenza. I pazienti dovevano restituire regolari test delle urine, ma non erano controllati per evitare inganni. Talvolta partecipavano a tecniche di psicoterapia assistita con allucinogeni dove il terapista li invitava ad assumere MDMA o funghi sotto la sua guida.
Ma come è stato possibile che tutto questo passasse sotto silenzio fino ad ora? L'articolo avanza una duplice ipotesi: la terapia - che non dà barriere ai pazienti - è un’ efficace strategia per distinguersi nella nicchia di clienti benestanti come un servizio esclusivo. Entrano cercando un modo di liberarsi dalla spirale in cui sono caduti, ma trovano un sistema ancora più accomodante per restarci. All'interno però si condividono segreti, drammi, informazioni sensibili che danno potere (anche ricattatorio) a chi li possiede. Ma soprattutto la loro attività deriva da una sconcertante inefficienza dei sistemi di controllo che dovrebbero garantire e vigilare sulla sicurezza delle cure in queste strutture. Quello di Hollywood è spesso un mondo a parte, ma non per questo è al riparo dagli orrori.