FILM

Febbre da cavallo, i 50 anni del culto che ha sfidato le leggi del tempo

Cinquant’anni fa Febbre da cavallo passò quasi inosservato. Perché oggi è un cult della commedia italiana e il film che più racconta la romanità?

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A riguardarlo cinquant’anni dopo la sua uscita, si fatica a comprendere con un solo sguardo cos’ha fatto passare Febbre da cavallo da filmetto trascurabile al momento della sua uscita a film di culto di tutta la commedia italiana. Perché quando uscì nelle sale, il 29 ottobre 1976, la pellicola di Steno venne guardata con sufficienza dal pubblico e indifferenza dalla critica, incassando poco più di duecento milioni di lire (meno di un milione di euro di oggi) e finendo dimenticata; poi, durante gli anni ’80 e ’90, la diffusione televisiva — specie sulle tv regionali — e l’home video ne fecero crescere lo status, generando un tipo di affetto raro per un film nostrano.

Nato come dramma sul gioco d’azzardo

Febbre da cavallo nasce da un’idea dello sceneggiatore Massimo Patrizi per un film serio, un dramma sulla dipendenza dal gioco, che il produttore Roberto Infascelli accolse con molto favore. Non così però Steno, il regista a cui Infascelli voleva affidare il copione. Dopo un’attesa di quasi quattro anni, il produttore capì che forse la chiave drammatica non funzionava molto e, con l’idea di farne una commedia, la propose di nuovo al regista romano, il cui vero nome era Stefano Vanzina, che si fece affiancare nella riscrittura dal figlio Enrico e da Alfredo Giannetti, frequentatore di ippodromi.

Febbre da cavallo segue la scia dei racconti di tribunale, quei film degli anni ’50 come Un giorno in pretura in cui le cause affrontate da una corte diventano spunto per bozzetti e racconti di vita, film corali fatti per guardare l’Italia da una prospettiva peculiare. Qui la prospettiva è quella degli scommettitori di cavalli, tre in particolare: Mandrake (Gigi Proietti), Pomata (Enrico Montesano) e Felice (Francesco De Rosa), i quali, per cercare di sollevare le loro finanze rovinate dalle scommesse ippiche, combinano una serie di guai che portano addirittura al rapimento di un fantino.

La stangata a Roma, tra debiti e ippodromi

Due anni prima, a marzo ’74, in Italia era arrivato La stangata, un successo internazionale, una storia di truffe e raggiri in cui il carisma dei truffatori era l’arma vincente, i loro trucchi e travestimenti, la precisione dei loro meccanismi. L’ambiente era quello di scommesse e biscazzieri, ed ecco la prima idea vincente: trasportarlo a Roma, in epoca contemporanea, senza il glamour hollywoodiano, anzi giocando molto sulla veracità volgare del mondo delle corse dei cavalli, e fare dei protagonisti gli emblemi di quel mondo. Il “sorriso magico” di Mandrake e la schiettezza di Pomata, costretti a galleggiare tra debiti, bugie e la caccia a un benessere quasi impossibile, erano la chiave.

Attorno a loro, come da tradizione italiana, un nugolo di caratteristi sbozzati in appena una scena (seconda idea vincente), capaci di regalare una battuta che li scolpisce nel ricordo, come Manzotin, il macellaio antipatico, o Mafalda, l’attrice collega di Mandrake, e soprattutto l’avvocato De Marchis — il grande Mario Carotenuto, eroe della commedia nostrana più “bassa” e goliardica — e il giudice, un Adolfo Celi monumentale come al solito. Senza di loro, che permisero ai tre sceneggiatori di scrivere battute folgoranti, frasi mandate a memoria (basterebbe osservare le proiezioni pubbliche del film: sembra un concerto, con il pubblico che “canta” le battute), Febbre da cavallo non sarebbe ciò che oggi gli riconosciamo essere.

Un film sulla romanità, più che sui cavalli

Altra idea vincente, la terza, è il contesto: l’apporto di Giannetti in scrittura è stato imprescindibile poiché ha permesso di rappresentare la comunità degli scommettitori e appassionati di corse in maniera credibile, vitale, appassionata, magari perfino assolutoria e di certo lontana dal film di denuncia previsto all’inizio, ma in grado di costruire un’empatia duratura con gli spettatori. E poi, pochi film hanno saputo raccontare cos’è la romanità in modo così istintivo, sottolineando l’ossessione per la battuta, lo sfottò e la canzonatura, un sentimento che dà a noi romani più dipendenza della ludopatia.

Non è un caso che i primi segnali di quello che poi il film è diventato siano arrivati proprio dai circoli ippici, dalle comunità degli ippodromi, dalla costituzione di gruppi chiamati “febbristi” che si radunavano per celebrare la loro comune follia e declamare come un salmo il monologo difensivo di Proietti su chi è un giocatore di cavalli. E non è nemmeno un caso che il cinquantesimo compleanno di questo film genuino e volutamente grezzo, che non si risparmia tocchi che oggi potrebbero farci storcere il naso in termini di gusto umoristico, sia stato festeggiato proprio nel ristrutturato ippodromo di Capannelle, in una proiezione pubblica alla presenza di Vanzina jr.

A rivederlo, quindi, non è subito chiaro quale sia la forza propulsiva che ha covato nella cenere per anni prima di divenire un fuoco comico che, almeno dentro i confini del Lazio, ha avuto pochi rivali; poi però si colgono tanti elementi la cui somma, la cui miscela dà un risultato superiore a quello che ci si aspetterebbe. È una questione di onestà, di sguardo popolare, di modo di fare cinema: una Stangata cacio e pepe che non smette di dare conforto a chi la guarda.

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