Federico Fellini e la grammatica della malinconia: l'eredità di un liturgia senza tempo
Federico Fellini avrebbe compiuto 106 anni. Dopo più di un secolo, sull'artigiano del cinema che ha rivoluzionato la settima arte, è stato detto di tutto ma in pochi ancora riescono a considerare l'importanza della sua eredità.
106 anni fa nasceva, in provincia di Forlì, da una famiglia di estrazione piccolo borghese, Federico Fellini. L'uomo che ha ridisegnato (era, tra le altre cose, anche un fumettista) il cinema italiano. La persona che maggiormente ha saputo definire non solo un'epoca, ma anche e soprattutto lo spazio cinematografico. In grado di far capire che il regista non è soltanto colui che fa un film, ma è quella persona capace di definire un credo. Un obiettivo. Il regista è come un artigiano: lavora con quel che ha a disposizione e plasma opere che rappresentano una circostanza, un momento, una stagione.
Per questo soleva definirsi: "Un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo". Il linguaggio Felliniano prescinde dai premi che ha vinto o i riconoscimenti che ha ottenuto, il palmares è necessario al regista per emergere in un'Italia dove conta affermarsi per poter far sentire la propria voce. Quello che, però, esprimono le sue opere è un grido unanime: i suoi film non sono solo ritratti generazionali, restano riferimenti anche per coloro che verranno. Fellini è morto da oltre 30 anni eppure le sue lezioni sono ancora invariate.Il cinema come esigenza personale
Il regista emiliano-romagnolo non voleva insegnare nulla, faceva cinema esclusivamente come esigenza personale. Aveva bisogno di esprimere una visione del mondo, la propria, e ha scelto la settima arte per farlo. L'impellenza è il tratto comune delle opere di Fellini: non sono state girate con un fine ultimo di celebrità, avevano (e hanno) tutte l'ambizione di rappresentare un momento. Uno stato d'animo. Il vissuto di anni che, senza determinate scelte, sarebbe andato perso.
Ogni lungometraggio di Fellini è una scelta di cuore, oltre che precisa consapevolezza di ciò che avrebbe attraversato. Ecco perchè 8½ , Amarcord, La dolce vita, i Vitelloni, La strada, Le notti di Cabiria non sono semplici opere. Rappresentano veri e propri topoi, dal Greco: τόπος, ovvero schema narrativo indefinitamente riutilizzabile. Sintetizzato, nella propria accezione più diretta, con luogo comune. In altre parole: Fellini non si è accontentato di fare cinema, ci ha spiegato come funziona il cinema.Sapersi riconoscere
Il regista emiliano-romagnolo, con la sua schiettezza leggermente sognatrice, ha definito lo spazio della sala (quello che andava fatto prima di ciascuna visione) come zona franca in cui lo spettatore diventa parte attiva di una storia. Fellini ha dato ulteriore valore al termine riconoscersi: guardare un suo film e ritrovare sè stessi, nelle vicende apparentemente degli altri, vuol dire essere tutti dalla stessa parte. Tutti italiani e, quindi, anche cittadini del mondo.
Fellini è stato (e resta) uno dei primi in Italia ad aver abbattuto la quarta parete dimostrando che i problemi di uno diventano preoccupazione di tutti e che non esiste un unicum da privilegiare. Bisogna ripartire dalla collettività e dalla rappresentanza. Un uomo che, alla sua maniera, ha fatto anche politica. Un rischio, da portare con orgoglio, quando ogni opera diventa grammatica generale. Saper interpretare, attraverso l'arte, bisogni, vizi e virtù di un Paese vuol dire capirlo.
"Il visionario è l'unico realista"
Una comprensione, che diventa con il tempo lungimiranza (da qui l'altra sua convinzione secondo cui "il visionario è l'unico realista"), pagata con il doversi esporre. Sempre e comunque. Anche dopo l'uscita in sala. Famose sono le interviste di Fellini in cui parla del tempo, del lavoro, dei sentimenti perchè i suoi progetti non si limitavano a intrattenere. Segnavano un sentiero che molti, più di quanti si immaginava inizialmente, seguivano di buon grado perchè chiunque poteva sentirsi Mastroianni in 8½ o Alberto Sordi ne I Vitelloni.
Tutt'altro che semplici maschere: semmai ritratti, come quelli che soleva fare alla moglie o ai protagonisti dei suoi film per definirne i costumi, l'atteggiamento e la postura. Abitudine che, oggi, ha ripreso un altro regista italiano: Paolo Virzì. Quest'ultimo, esattamente come Fellini, quando scrive un soggetto poi disegna anche i personaggi principali. Si tratta di bozzetti che restano e definiscono, meglio di qualsiasi inquadratura, la natura di quel determinato carattere che poi verrà riproposta in scena.
Una grammatica condivisa
Questo vuol dire (e torniamo al concetto di grammatica condivisa) che Fellini ha lasciato in eredità un metodo applicabile al cinema, ma anche nella vita di tutti i giorni. È passato più di un secolo dalla sua nascita e 33 anni dalla sua morte, ancora siamo qui a chiederci cosa ci ha lasciato Fellini. La domanda, tuttavia, potrebbe essere un'altra: quanto Fellini c'è in noi? È facile (almeno sembra) parlare di realismo magico e onirico, proviamo a sottolineare piuttosto la malinconia che Fellini ha trasmesso al mondo.
Un regista che crea un'opera per avere un'alternativa alle circostanze. Senza sconti. Il regista ha raccontato un Paese che ha vissuto la povertà avendo un sogno comune da raggiungere, una volta ottenuto il benessere la collettività si è iniziata a scontrare con una fragilità emotiva e ha cominciato a familiarizzare con la malinconia. Il senso dei rimpianti, dei rimorsi e dei sorrisi celati.
La funzione del colore
Tutte questioni (ancora) irrisolte che, però, Fellini mette di fronte allo spettatore tra un'esaltazione e un'emozione inattesa: un mix tra quello che è possibile e uno slancio di sensibilità. La catarsi, quando è necessaria, nella sua forma più pura. Persino il passaggio al colore per Fellini, avvenuto nel '65 con Giulietta degli spiriti, aveva una funzione espressionistica.
Una reazione alla stasi dei tempi, quasi come se il regista sentisse l'esigenza di dare una scossa all'ordine cose ritenuto eccessivamente piatto. Asettico. Infatti la critica, a quei tempi, definì il lungometraggio velleitario, fasullo, ipertrofico, inadeguato. Aggettivi che si ritrovano nelle stampe dell'epoca, tutti successivamente ritrattati con una sorta di excusatio non petita.
Liturgia fondante e fondata
Fellini non ha mai rinunciato a rappresentare quella malinconia che aveva dentro sotto forma di riscatto e attraverso l'esasperazione di maschere che potremmo incontrare ogni giorno. Ecco perché, ancora oggi, il suo cinema non è solo attuale ma anche profondamente necessario. Consegna ai posteri i paradigmi di una liturgia fondante e fondata che riesce, ancora, a fare la differenza. Quando è possibile cogliere i tratti del Maestro nelle sfumature della quotidianità, proprio come soleva fare lui con una sciarpa rossa. L'ultimo accessorio disponibile per non arrendersi al grigiore della consuetudine nell'arco di una piega: "Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare". Per molti una tendenza, per altri il confine definitivo tra essere e apparire.