Geostorm e la ricetta del perfetto guilty pleasure
Geostorm con Gerard Butler è un terribile pasticcio fantascientifico al quale è impossibile non volere bene
Geostorm non sarebbe dovuto andare bene al botteghino... e in effetti non l’ha fatto. Se vi aspettavate tutt’altro, un attacco ottimista sull’imprevedibile successo di un film appartenente a un genere sempre più raro e prezioso, avete seguito il link sbagliato; nel 2017 Geostorm è stato uno dei flop più clamorosi dell’anno, e quattro anni dopo neanche il passaggio in streaming e home video ne ha risollevato le sorti di disaster movie dimenticato e, stando alla critica, dimenticabile. E a rileggere le motivazioni di certe stroncature si fa fatica a dar torto a chi le ha scritte: tutti i problemi di Geostorm dei quali potete leggere in giro sono verissimi, dal primo all’ultimo. Eppure secondo noi è impossibile non provare almeno un po’ di simpatia per il film con Gerard Butler, un po’ perché come dicevamo appartiene a una specie sempre più rara e quasi in via d’estinzione, ma soprattutto un po’ perché sembra costruito apposta per diventare uno scult, o, se preferite una definizione più anglofona e raffinata, un guilty pleasure.
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Geostorm è uno di questi film.

Giova ribadire a questo punto che quanto detto finora viene raccontato tramite montaggio, con tanto di voiceover della figlia di Gerard Butler (Talitha Bateman in quello che è il ruolo più intenso e credibile del film), nel corso dei primi cinque minuti di Geostorm. Dopodiché scopriamo, altrettanto rapidamente, che tre anni dopo il lancio del sistema chiamato Dutch Boy Gerard Butler (Jake Lawson, nel film) ha perso il suo posto di capo del progetto perché è uno scienziato, sì, ma è anche un ribelle, e suo fratello minore Max (Jim Sturgess), che lavora per il governo, l’ha licenziato vista l’impossibilità di tenerlo a bada. Jake quindi vive ora in una roulotte in mezzo al nulla, dove beve birra, costruisce motori per le macchine degli anziani del luogo e si rode il fegato perché è stato tagliato fuori dall’azione.

Quello che abbiamo raccontato finora copre a malapena i primi quindici minuti di film: Geostorm, che Devlin ha anche scritto oltre che diretto, è appesantito fin dall’inizio da una sceneggiatura sovrabbondante e anche confusionaria, che si muove in mille direzioni contemporaneamente senza decidersi su quale sia la più importante. Andando a scavare si scopre che è la storia di due fratelli: Butler è quello geniale, creativo e incontrollabile, Sturgess è quello grigio dentro ma responsabile e affidabile, che infatti ha fatto carriera in politica e lavora a stretto contatto con il presidente (Andy Garcia). Per salvare il pianeta i due dovranno mettere da parte le differenze di vedute e riscoprirsi amici e alleati e fratelli, appunto; e per farlo devono attraversare un campo minato di quasi due ore nelle quali succede di tutto, e la maggior parte di quello che succede non ha alcun senso.

La sottotrama dedicata a suo fratello è ancora più piena di spunti più o meno random che danno vita a sequenze che quantomeno sono imprevedibili. Max Lawson ha una relazione segreta con l’agente dei servizi segreti Sarah Wilson (Abbie Cornish, che si diverte un mondo a fare la superspia in completo nero), ma ha anche una dipendente-amica hacker, Dana (Zazie Beetz, senza dubbio la cosa migliore del film), ed entrambe lo aiuteranno a... rubare i codici di accesso ai satelliti dal presidente degli Stati Uniti in persona? Geostorm vorrebbe essere non solo un film catastrofico, ma anche un thrillerone geopolitico, un intrigo internazionale che coinvolge anche un ingegnere di Hong Kong con la capacità di teletrasportarsi a Washington da una scena all’altra e una bizzarra sequenza nella quale Jim Sturgess subisce il fuoco incrociato della gelosia di Abbie Cornish e della sfacciataggine di Zazie Beetz e riesce comunque a non muovere mezzo muscolo facciale.

Riassumendo, quindi, Geostorm soffre di una scrittura eccessivamente involuta e che si affida troppo spesso a soluzioni scontate e prevedibili, e qualche volta a soluzioni assurde e improponibili, con un cast che ci mette tutto l’impegno del mondo per recitare battute tipo “non possiamo cancellare il passato, possiamo solo affrontare il futuro” o “i soldi non servono a nulla se non c’è più il pianeta”, una serie di sequenze di distruzione animate da ottime intenzioni ma rovinate da una fattura tecnica scadente, e persino Andy Garcia presidente degli Stati Uniti d’America.