Guillermo del Toro e quella poetica dell’imperfezione che attraversa il suo cinema
Uno sguardo all'arte del regista messicano, pioniere del diverso in un cinema che non ha alcuna intenzione di omologarsi.
Se si conosce bene il Pinocchio di Carlo Collodi, una cosa la sappiamo: da burattino di legno, Pinocchio diventa un bambino vero. Guillermo del Toro, nel suo Pinocchio, sceglie invece un altro finale: il suo protagonista nasce di legno e di legno rimane. Non deve trasformarsi in qualcos'altro per dimostrare di essere vero. Ma allora chi determina la nostra verità, se non noi stessi? E perché dovrebbe essere l'aspetto, o il modo in cui gli altri ci percepiscono, a stabilire quanto valiamo?
Abbracciare le imperfezioni: la summa perfetta in Pinocchio
In Pinocchio questo concetto diventa più nitido. Il burattino nasce letteralmente imperfetto: Geppetto lo realizza incompleto, in un momento di dolore profondo e, quando lo guarda, non si trova davanti alla replica di Carlo, il figlio perduto che continua a rimpiangere, impedendogli all’inizio di accettarlo davvero. Perché Pinocchio non corrisponde all'immagine che Geppetto aveva costruito nella propria testa, anche se il loro rapporto gradualmente cambia.
Ma il giudizio non rimane confinato tra le mura di casa. Perché il problema, ci ricorda spesso del Toro, arriva soprattutto da fuori. Nel caso di Pinocchio, gli abitanti del paese lo guardano con diffidenza proprio perché è fatto di legno, in un paradosso ancora più evidente se si pensa che a respingerlo è una comunità cristiana che, allo stesso tempo, venera Cristo rappresentato su una croce dello stesso materiale. Pinocchio, però, quando nasce non si considera né brutto né imperfetto. Semplicemente esiste: è lo sguardo degli altri a trasformarlo in qualcosa di anomalo, nel momento esatto in cui decidono che non aderisce ai canoni con cui hanno definito la normalità.
Essere amati senza essere aggiustati
Ed è qui che del Toro sembra affondare ancora di più nel cuore della sua poetica. Nelle sue storie, chi appare imperfetto non è qualcuno da sistemare per renderlo socialmente accettabile. Diventa tale soltanto quando qualcun altro pretende di imporgli una forma diversa. Pinocchio, in principio, cerca persino di diventare come Carlo, ma il suo percorso lo porta progressivamente ad affrancarsi da quel modello e a rimanere se stesso. Ed è proprio per questo che il mancato cambiamento finale assume una valenza così importante: nessuno premia Pinocchio trasformandolo in un bambino vero, perché il regista sembra suggerire che non ce ne sia alcun bisogno. La sua verità non dipende dalla carne, così come il suo valore non dipende dalla capacità di assomigliare agli altri.
Ed è qui che il discorso si allarga anche a noi. Del Toro, attraverso le sue pellicole, sembra tornare spesso su un messaggio che vuole veicolare in modo viscerale: riuscire a essere amati senza essere aggiustati, come il burattino, restando fedeli a noi stessi e abbracciando persino quei lati che non piacciono agli altri e che, proprio a causa del loro sguardo, possono finire per non piacere più nemmeno a noi.
L'imperfezione secondo Guillermo Del Toro
Quello che Pinocchio racconta in maniera così limpida sembra riverberarsi in buona parte del cinema di del Toro. Cambiano le storie, i corpi e gli universi in cui si muovono, ma resta quella stessa fascinazione per chi non aderisce perfettamente alla forma che gli altri vorrebbero imporgli. Basti pensare alla creatura de La forma dell'acqua: non parla, non appartiene al mondo umano ed ha un aspetto che dovrebbe renderla terrificante, eppure riesce a costruire con Elisa un rapporto fondato sull'amore. Lei non cerca di cambiarla, né di ricondurla a qualcosa che conosce: la accoglie per ciò che è. Lo stesso non si può dire di Strickland: per lui quella creatura è qualcosa di inferiore, da controllare, analizzare e a cui procurare sofferenza. Non si lega alla propria idea di normalità e così finisce per respingerla.
Imperfetti in un mondo che ci vuole impeccabili
Ed è forse anche per questo che oggi il suo cinema continua a parlarci così tanto. Viviamo in un tempo in cui essere impeccabili sembra quasi essere diventato un requisito: performanti, soddisfatti, esteticamente aderenti a modelli che cambiano ciclicamente. Soprattutto sui social network, ciò che devia dalla norma rischia ancora di essere giudicato, escluso o corretto.
E allora il piccolo Pinocchio di legno, storto e malmesso, finisce per dirci qualcosa di molto più grande della sua stessa storia: non dobbiamo necessariamente diventare altro per poter essere considerati veri. Forse è proprio questa una delle cose che Guillermo del Toro continua a ricordarci attraverso i suoi burattini e le sue creature: che ciò che ci rende imperfetti agli occhi degli altri può essere esattamente ciò che ci rende irripetibili. E che la verità è che la cosa più difficile non è cambiare, ma avere il coraggio di restare ciò che siamo.